05 marzo 2015

Castaneda c’aveva visto giusto

Qualche pensiero sull’articolo precedente relativo a Carlos Castaneda, lo sciamano Don Juan e i Voladores.

E’ curioso notare come virtualmente ogni singola tradizione in ambito spirituale parli, e abbia perennemente parlato, sempre della medesima circostanza umana: la separazione. L’essere umano si ritrova separato. Il Cristo, l’Atman, il Nirvana, i Cieli, la Bodhi, tutte narrano di una condizione normale ai limiti del penoso, la quale tiene l’essere umano lontano da sè stesso, dalla vera essenza e, allo stesso tempo, tutte raccontano di come sia possibile (e, per certi versi, inevitabile) giungere eventualmente alla liberazione, al ricongiungimento.

In sostanza, la separazione è creata da un ostacolo, da un qualcosa o un qualcuno che si frappone tra noi e… noi. E’ un concetto troppo complesso per essere espresso mentalmente. Provate a prendere lo schermo che avete di fronte agli occhi. Ok, ora pensate che esiste qualcosa che si interpone tra lo schermo e lo schermo. Assurdo, no? E infatti non è così. Qui si sta parlando di un livello di vita oltre la normale “percezione”, per così dire, ed è un livello che la mente può esprimere solo attraverso una nemmeno troppo accurata approssimazione. L’unica è provarla sulla propria pelle, non ci son cazzi che tengano.

Comunque sia, torniamo a noi: l’ostacolo. Diavolo, Satana, l’Animale (come lo chiamo io), il velo di Maya, il Volador, l’emanazione dell’Arrogante, l’ego, lo spirito di opposizione. Mille nomi diversi per identificare o un essere, o un’entità, o una condizione limitata dell’essere. Nomi diversi per sostanzialmente il medesimo concetto di fondo: separazione e conflitto.

Io l’ho chiamato Animale per contrapporlo al Divino, tipo sacro e profano. Il Volador non è molto diverso, tranne forse per un paio di caratteristiche riguardo il suo “funzionamento”. L’Animale, per me, può essere rappresentato dal binomio “corpo + mente” che ci ritroviamo ad abitare fin da quando siamo nella pancia della mamma e che ha un suo livello di intelligenza, per quanto molto limitato, il quale gli consente quantomeno di sopravvivere. Noi, entrando nel binomio, portiamo la nostra, di intelligenza, per cui sorge il conflitto tra le due.

Il Volador è leggermente diverso. “Corpo + mente” non hanno una loro intrinseca intelligenza: ce la portiamo interamente noi nel momento in cui vi entriamo e, dunque, essi in quanto tali sono dei semplici strumenti totalmente “asserviti” ai nostri scopi. Il Volador sarebbe quindi una sorta di “entità parassita” che porta la sua mente, la sua intelligenza, e la avvinghia attorno alla nostra, prendendone la forma, soffocandola piano piano nel corso del tempo e riducendola al livello minimo necessario al suo sostentamento. Nella nostra vita quotidiana esisterebbero proprio due menti diverse, invece di essercene soltanto una che ha solo bisogno di capire ed essere capita, ed è proprio questa “seconda mente” a guidare la nostra vita al nostro posto convincendoci di essere noi stessi.

E’ un po’ quello che Gesù descrive nel vangelo di Pistis Sophia, quando parla dello spirito di opposizione “avvinto all’anima” e che la convince che i peccati commessi siano effettivamente suoi e non dello spirito di opposizione stesso. E’ una sorta di “carico” a cui ognuno di noi singolarmente viene sottoposto e del quale, alla fin fine, prima o poi si libererà.

E’ un’idea di ostacolo un po’ più elaborata e intelligente rispetto a quella di Animale che ho usato io, e volendo vedere anche un po’ più logica. Pensandoci, infatti, noi saremmo scintille divine venute nel mondo a fare esperienza, no? Si dice mica sempre così? Perfetto, dunque veniamo dall’Essere e all’Essere torniamo. La materia, di per sè, è inerme, morta: siamo noi a renderla viva, a muoverla. E’ l’unica differenza tra un corpo vivo e uno morto: noi, il soffio vitale. Se siamo noi a dare vita al corpo e alla mente… come fanno poi a essere loro a controllarci? Cioè, c’è solo un’intelligenza “residente” e “comandante” la mente e il corpo, i quali sarebbero letteralmente morti (privi di intelligenza) senza di noi. Come è possibile, quindi, che l’intelligenza diventi schiava dell’assenza di intelligenza? A meno che non ci sia un’altra intelligenza, un’altra vita, un’altra scintilla di forma magari diversa a contenderci gli inermi corpo + mente…

Nel mio piccolo, un paio di anni fa sperimentai un’intensissima sensazione simile. Riporto quanto scrissi allora:

Ogni azione che compievo mi sembrava di compierla per la prima volta nella mia vita: anche il semplice lavarsi i denti non era più un gesto meccanico, ma vivo come non era mai stato. Ho toccato il legno dei mobili, ho annusato l'aroma del caffè, ho guardato i miei amici e mi sembrava la prima volta. Mi sono reso conto di quanto noi siamo convinti di vivere ma in realtà stiamo non-vivendo, lasciando che sia qualcos'altro a gestire la nostra vita.

Tanto che il titolo del post era “Espansione di consapevolezza II – Chi vive al posto nostro?”, perchè questa è stata proprio la nettissima impressione che provai allora, chiara, fulgida, cristallina: qualcuno/qualcosa aveva vissuto per me, mi aveva “portato” per (allora) 26 anni scarsi non facendomi davvero vivere in pieno il mio essere e di colpo spontaneamente (e a tutt’oggi inspiegabilmente) quella “cosa” era come sparita, lasciando emergere una realtà spaventosamente meravigliosa che potrei definire solamente con Me. Il vero Me, la sostanza intrinseca e vibrante dell’universo. Nel post originale, linkato poco sopra per chi interessasse, descrivo meglio le incredibili sensazioni che ho provato…

Il Volador è, per me, il concetto che meglio spiega ciò che ho provato, più raffinato dell’idea di Animale della quale ho parlato tante volte. La sostanza è la stessa medesima, ma la forma è leggermente diversa e la trovo di più facile comprensione. E’ più “relativizzata”, nel senso che propone più chiaramente lo scontro tra due “soggetti”, esprime meglio la frizione sottintendente l’intero universo ad ogni singolo livello, riassumibile con la parola “dualismo”, e per questo è più facilmente comprensibile per la mente.

Mi piacerebbe sentire, chessò, il Papa accennare a queste faccende, magari la domenica mattina quando c’è tanta gente ad ascoltarlo, invece di imbonire tutti con una marea di cagate trite e ritrite, per poi vedere i servizi al telegiornale terminare sempre con una panoramica sui fragorosi applausi di Piazza San Pietro (perchè, se ci fate caso, finiscono sempre così). Ve lo immaginate? Sputtanare le vite di milioni di persone dicendo loro: “Guardate che non siete realmente voi, ciò che credete di essere. E’ un trucco, un inganno. I vostri comportamenti, le vostre reazioni, i vostri pensieri, le vostre pulsioni: nulla di tutto ciò è vostro, ma di qualcosa che subdolamente vi ha convinti di essere voi ma che in realtà vi tiene costantemente sotto il suo giogo e la sua influenza, muovendovi come pupazzi inconsapevoli. Le vostre stesse vite, costruite mattone mattone di giorno in giorno, con tanta fatica e tanto sudore, non sono vostre. Siete stati fregati come polli”. Figata. Credo morirebbe in circostanze misteriose il giorno dopo o la notte stessa.

Che poi, oh, se ci pensate: tutte le tradizioni spiritual-religiose parlano di ‘sta roba, alla fin fine. Di questo e della possibilità di “redimersi”, di liberarsi, di giungere a una più profonda comprensione. Quindi, o erano tutti d’accordo (?) o, cazzo, ci sarà un fondo di verità da qualche parte. Oh, lo sapevano tutti, quei morti di fame superstiziosi, ignoranti e retrogradi, trogloditi mongoloidi e cerebrolesi ignoranti. Bene: noi non lo sappiamo. Ci beiamo della nostra evoluzione, della nostra opulenza e dei nostri traguardi intellettuali, tecnologici e scientifici; ci facciamo grandi sulla nostra logica, sulle nostre regole, sulla nostra conoscenza. E poi andiamo in giro con un bel palo nel culo senza neanche accorgercene, probabilmente perchè è lì da talmente tanto tempo da diventare normale.

Mi dispiace tornare a battere sul tasto “scienza”, ma devo farlo, non posso esimermi. Prima ho dato una stoccata alla religione “canonica” col Papa, e mò diamola pure alla scienza. Tiè! Non ce l’ho con la scienza intesa come concezione: anche la religione, se capìta in un certo modo, è una forma di scienza. Ce l’ho con questa scienza, quella di oggi, dei teorici in dolcevita o in giacca e camicia sbottonata col paraocchi in faccia, basata sul caso, sull’accidente, svuotando completamente di qualsivoglia logica o ragione l’intero universo. Svuotandolo della vita stessa. La coscienza non è contemplata, non si sa neanche cosa sia. E’ la scienza della morte. Quella che permette a un cretino di nome Stephen Hawking di dire che la somma delle due polarità dell’universo (50 positivo e 50 negativo) è 0. La forza generatrice, l’intelligenza non è riconosciuta, nonostante la si possa osservare ovunque. E’ la vita, ‘orca miseria!

Chiedete a uno scienziologo (perchè lo “scienziato” è un’altra cosa): “Quanto fa 1 + 1?”, “Fa 2, ovvio”, “Eh no, caro mio. Fa sì 2, ma a volte anche 3”, “Come 3? Ma sei scemo?”, “No, sei tu a essere cieco. Quando unisci le due polarità, si genera una terza forza. Stando alle tue convinzioni, l’unione delle due polarità non genererebbe nulla, farebbe 0. Le tue convinzioni negano, ad esempio, la nascita di un essere vivente, che pure è un fenomeno ultra studiato dalla tua scienza. Prendi un uomo e una donna. Fanno sesso. 9 mesi dopo nasce un bel bambino. 1 + 1 = 3. E’ ovvio, se tieni conto della forza generatrice, dell’intelligenza, della coscienza. Della vita”, “No… Non ha senso. Stai mettendo insieme fenomeni slegati tra loro, non congrui bla bla bla bla bla bla bla”, “Non c’è due senza tre, caro mio. Rassegnati”.

Credo che il buon Carletto Castaneda ci abbia visto giusto, per quanto possa sembrare assurdo. Perchè sembra assurdo, o sbaglio? Voglio dire, voi siete voi, diamine: non c’è nessun altro. E poi, dove potrebbe/dovrebbe stare ‘sto “tizio”? Però però però, c’è sempre il dialogo interiore. Dia (“fra”, indica una divisione) –logos (discorso): è un discorso tra due o più persone. Già così sembra meno assurdo, dato che lo sperimentiamo effettivamente sulla nostra pelle tutti i giorni. Non può esserci un dialogo avente come protagonista una sola persona: quello è un monologo, ma sfido chiunque di voi a dirmi che quello che sente svolgersi ogni giorno nella propria testolina è un monologo. Semplicemente, non lo è.

Dunque, prendiamo per buona la tesi del Carletto e di Don Juan: il Volador esiste, schiaccia la mia essenza sotto le scarpe e addirittura se ne nutre ed è riuscito in qualche modo a sostituirsi a me, mi ha convinto in toto o quasi di essere me. Come lo riconosco? Come posso distinguerlo dal vero Me? La risposta è molto semplice (a parole): ogni pensiero, azione, comportamento, reazione, movimento, attività, emozione che non origina da un profondo sentimento di amore incondizionato, di riconoscimento dell’assoluta perfezione e dell’assoluta unicità di chiunque (voi in primis) e di qualsiasi cosa (anche un palo della luce) con cui entriate in contatto, e che non abbia come obiettivo tale profondo sentimento, è figlio del Volador. Ogni sentimento, pensiero, azione, comportamento ecc. di delusione, di tristezza, depressione, rassegnazione, rabbia e derivati, frustrazione, dolore, nervosismo, perversione, desiderio sfrenato, pulsione, paura, controllo: questi e altri sono i segni dell’attività del Volador.

E’ il dualismo, è uno scontro. E’ una guerra, ma non è per guerrafondai. Non è una guerra d’offesa, nè di difesa. E’ una guerra d’osservazione e di comprensione, nella quale non c’è giusto e sbagliato ma saggio e non saggio, utile e non utile in relazione a uno scopo. L’unica scelta risiede tra combatterla o perseverare nell’ignorarla.


P.S.: attenzione, parlando del Volador io non intendo vederlo come un qualche tipo di alieno. Personalmente preferirei lasciare fuori gli alieni dal discorso, perchè l’idea di “alieno” non mi piace per il fatto che, a livello mentale, è caricata di immagini stupide e da fantascienza spicciola. Che poi, se ci pensate, pure noi siamo alieni: noi diamo vita al corpo, vi entriamo, lo facciamo muovere e a un certo punto ne usciamo, lasciandolo lì inerme in una cassa di legno. Il Volador, lo ripeto, è più un modo fra tanti per provare a descrivere quell’ostacolo che ci impedisce di percepire ed esprimere appieno la nostra realtà, la nostra essenza. E’ un’idea astratta, una via per rappresentare sul piano mentale un fatto oggettivo che al piano mentale non appartiene. Punto.

02 marzo 2015

I Voladores

Riporto qui un articolo molto intrigante. Probabilmente, anzi: molto probabilmente, se avete un interesse spiccato verso argomenti un filo più eterei del “mangia-dormi-scopa” classico, vi sarà capitato di imbattervi nel pensiero e nei concetti dello scrittore Carlos Castaneda e del suo maestro spirituale Don Juan Matus, in particolare relativamente al cosiddetto “Volador”.

Questo articolo riguarda proprio ognuno di noi e il rapporto che intratteniamo, senza rendercene conto, col Volador. Se seguite questo blog da un po’ più di due giorni, noterete delle somiglianze con quanto vado scrivendo già da tempo, magari solo con un vocabolario diverso. Personalmente mi sono imbattuto in Castaneda quattro o cinque anni fa, più o meno, ma non gli ho mai dato troppo peso e non ho mai approfondito più di tanto, tendenzialmente perchè non è mai riuscito a interessarmi granchè. Poi, come molto spesso è già accaduto, dal vuoto cosmico e con un tempismo spaccato al pico-secondo arriva un semplicissimo articolo, come ce ne sono altri miliardi, che però inspiegabilmente ti pianta un fulmine nella vasca da bagno senza ucciderti ma, anzi, elettrizzandoti di gioia.

Eccolo qua. Nel prossimo post metto qualche mia riflessione in merito. Buona lettura!

(tratto da LaCrepaNelMuro)

Perchè l’essere umano è uno schiavo

...secondo Carlos Castaneda


"I bambini si portano dentro una magia naturale, che a poco a poco, crescendo, sono costretti a distruggere ed allora cominciano a pregare: la santissima Trinità, i santi, la Madonna, una grande Madonna azzurra con gli ori e gli incensi. Dobbiamo imparare a respirare e riscoprire gli alberi, le pietre, gli animali e tutta la macchina della Terra: hanno un respiro interno, come noi. Hanno ossa, vene, carne, come noi." - (Giordano Bruno).


Perché desideriamo che qualcuno ci guidi quando possiamo fare da soli?
«Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita, un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita.» (Don Juan Matus)


Rispetto a quanto riferito fino ad ora della concezione tolteca, le considerazioni che seguono possono apparire ancora più sconcertanti e possono generare una varietà di reazioni nel lettore: di difesa come il rifiuto o di consapevolezza profonda come angoscia, senso di schifo, paranoia.
Rivolgo per questo al lettore lo stesso invito che il Nagual Carlos fece alla conferenza di Santa Monica, in California, nel 1993 – la sua prima apparizione pubblica dopo decenni di totale anonimato:

«Il mio nome è Carlos Castaneda. Vorrei pregarvi di una cosa. Vi prego di sospendere per oggi il giudizio. Vi prego di aprirvi – anche solo per un’ora – alla possibilità che sto per presentarvi. Per trent’anni sono stato irreperibile. Non sono solito rivolgermi alla gente e parlare. Ma ora, per un momento, sono qui. È nostro dovere ripagare un debito a coloro che hanno fatto la fatica di mostrarci certe cose. Questo sapere noi lo abbiamo ereditato. Don Juan ci disse che non dobbiamo difenderlo. Vorremmo farvi capire che ci sono opzioni, possibilità insolite che non sono fuori dalla vostra portata.»
Gli antichi stregoni si accorsero per primi che qualcosa non andava per il verso giusto. Essi videro che nei bambini, le Emanazioni Luminose – tenute insieme da una forza agglutinante nella forma di un uovo – erano anche ricoperte da una patina di straordinario splendore. Videro che alla crescita del bambino questa patina, anziché svilupparsi anch’essa di conseguenza, diminuiva drammaticamente. Videro che questo involucro di luce era direttamente correlato alla consapevolezza dell’individuo e lo chiamarono lo Splendore della Consapevolezza.

(Foto di Elena Shumilova - “Wild Boy”)


La consapevolezza non si sviluppava come sarebbe stato naturale

Inquietati da questa incongruenza estesero le loro indagini e scoprirono la presenza di esseri oscuri posti direttamente sullo sfondo del campo energetico umano e per questo difficilmente individuabili. Gli stregoni videro che questi esseri oscuri si cibavano della lucentezza della consapevolezza di ogni individuo, riducendone sempre di più la patina luminosa. 

Le entità oscure sono particolari esseri inorganici, coscienti e molto evoluti e poiché si muovono saltellando o volando come spaventose ombre vampire furono chiamati los Voladores, ovvero quelli che volano. 

Don Juan: «Sei arrivato, e con le tue sole forze, a ciò che per gli sciamani dell’antico Messico era la questione suprema. Per tutto questo tempo non ho fatto che menare il can per l’aia, insinuando in te l’idea di un qualcosa che ci tiene prigionieri. Ed è davvero così!»

Carlos: «Perché questo predatore ci avrebbe sottomessi nel modo che stai descrivendo, don Juan? Dev’esserci una spiegazione logica.»

Don Juan: «Una spiegazione c’è ed è la più semplice che si possa immaginare. I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come noi alleviamo i polli nelle stie…I Voladores si nutrono solo di un determinato tipo di energia e, come vedremo, noi produciamo molta di quella energia. Questo ci fa essere le prede ideali da mungere quotidianamente. Il danno energetico che questa azione predatrice ci arreca è immenso. Siamo esseri magici dotati di possibilità infinite condannati a brandelli di consapevolezza: i Voladores consumano regolarmente la patina luminosa – che torna a crescere per sua natura – e come impeccabili giardinieri tengono l’erba rasa sempre allo stesso (misero) livello. 

Gli sciamani vedono che la patina di luminosità rimastaci è una piccola pozzanghera di luce sotto i piedi, che non arriva nemmeno agli alluci. Questa consapevolezza rimastaci è davvero poca cosa e ci permette giusto di interagire nel mondo quotidiano fissato dalla socializzazione, ma certo non ci dà modo di comprendere la nostra reale situazione o di riconoscere che condividiamo lo stesso destino degli animali che alleviamo. Come inconsapevoli schiavi ci identifichiamo nei nostri predatori e riproponiamo i loro nefandi comportamenti con la natura in generale inquinando, disboscando, distruggendo e «sfruttiamo noi stessi senza ritegno i nostri animali: li mungiamo, li tosiamo, prendiamo loro le uova e poi li macelliamo o li rendiamo in diversi modi sottomessi e mansueti. Li leghiamo, li mettiamo in gabbia, tagliamo loro le ali, le corna, gli artigli ed i becchi, li ammaestriamo rendendoli dipendenti e gli togliamo poco a poco l’aggressività e l’istinto naturale per la libertà. 

Ci manca l’energia, non possiamo fare altro che specchiarci, nella pozzanghera di consapevolezza, in un limitato e illusorio riflesso di sé, una falsa personalità. «La coscienza delle suole rispecchia la nostra immagine, la nostra superbia e il nostro ego, i quali alla fine non sono altro che la nostra vera gabbia. L’esigua pozzanghera di consapevolezza è l’epicentro dell’egocentrismo in cui l’uomo è inconsapevolmente intrappolato. Ci hanno tolto tutta l’energia, ma ci hanno lasciato proprio quella che ruota intorno all’Ego! E proprio facendo leva sul nostro egocentrismo i Voladores creano fiammate di consapevolezza che poi voracemente consumano. I predatori alimentano l’avidità, il desiderio smodato, la codardia, l’aggressività, l’importanza personale, la violenza, le emozioni forti, tutti gli eccessi, l’autocompiacimento ma anche l’autocommiserazione. Le fiamme energetiche generate da queste qualità “disarmoniche” sono il loro cibo prediletto. 

I Voladores non amano invece la qualità vibrazionale della consapevolezza, dell’amore puro, dell’armonia, dell’equilibrio, della pace, della sobrietà… in una parola aborriscono la qualità energetica della crescita evolutiva, e hanno ogni vantaggio nel boicottare ogni nostro incremento di coscienza. 

La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudeo-cristiana ci promette consolazione nell’aldilà, non porta alcun vantaggio a noi stessi, bensì ad una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella dipendenza. 

Secondo don Juan sono stati proprio i Voladores a instillarci stupidi sistemi di credenza, le abitudini, le consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza ritegno il nostro Ego. Sono stati proprio i voladores a instillarci stupidi sistemi di credenza, abitudini, consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza ritegno il nostro Ego.

Carlos: «Ma come ci riescono, don Juan? Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?» 

Don Juan: «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente!

Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. 

Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene… 

Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi, ma di cui solo gli sciamani sono dolorosamente e disperatamente consapevoli: si tratta del conflitto delle nostre due menti. 

Una è la nostra vera mente, il prodotto delle nostre esperienze di vita, quella che parla di rado perché è stata sconfitta e relegata nell’oscurità. 

L’altra, quella che usiamo ogni giorno per qualunque attività quotidiana, è una installazione estranea.» 

Carlos: «Ma se gli sciamani dell’antico Messico e quelli attuali vedono i predatori, perché non fanno nulla?» 

Don Juan: «Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili. Ma pensi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare tali rigori? Si metterebbero a ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. Non perché non ti credano. Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale, dell’esistenza dei predatori. Non c’è da meravigliarsi dunque del fatto che i bambini hanno spesso paura di demoni, mostri, spiriti o strane ombre (l’Uomo Nero) che secondo loro si nasconderebbero sotto il letto, dietro le porte, negli armadi, etc. I bambini piccoli vedono e solo quando hanno raggiunto una certa quota di socializzazione smettono di vedere, e ciò che prima era visibile si manifesta come inconscia presenza, come inquietudine, paura, disperazione, depressione… «La mente di quello che vola non ha rivali. Quando si propone qualcosa non può che concordare con se stessa e indurti a credere di aver fatto qualcosa di meritevole. La mente di quello che vola ti dirà che qualsiasi cosa dica Juan Matus è solo un mucchio di sciocchezze e quindi essa stessa concorderà con la sua affermazione, “ma certo, sono sciocchezze” dirai tu. È così che ci sconfiggono.» 

(Don Juan Matus) 

Il film The Matrix dà forma in maniera efficace a queste tematiche castanediane: il Tonal dei toltechi – ovvero il mondo quotidiano frutto della socializzazione e mantenuto dall’attività della mente – è Matrix, una terrificante trappola che consente a delle entità (in questo caso macchine) di depredare l’energia degli esseri umani. I pensieri che attraversano la nostra mente sono certamente “nostri”, ma la mente, attraverso la socializzazione, ne dirige il percorso in modo tale che essi sono “liberi” non più di quanto lo sia un treno su delle rotaie. I dati sensoriali sono i nostri, ma il software che guida il pensiero è estraneo. Il pensiero ricrea costantemente il mondo così come lo vediamo (o meglio, così come ci è stato insegnato a vederlo. Fermare il pensiero per gli sciamani toltechi significa “fermare il mondo” e vedere le cose come sono veramente: pura energia. 

Don Juan spiega che gli sciamani possono sconfiggere l’installazione estranea attraverso una vita di impeccabilità (uso strategico dell’energia) perché la disciplina strema in modo incommensurabile la mente aliena. La disciplina e la sobrietà sono qualità della consapevolezza che rendono la patina di splendore dell’uovo luminoso sgradevole al gusto dei Voladores. 

Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore e si entra nel silenzio interiore si affatica la mente del predatore in modo così insostenibile che l’Installazione Estranea fugge. Successivamente essa ritorna, ma indebolita. Attraverso ripetuti stati di silenzio interiore l’Installazione Estranea prima o poi viene sconfitta e non torna. 

Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore, il mondo così come lo conosciamo collassa e affiorano aspetti di noi del tutto straordinari, come se fino a quel momento fossero stati sorvegliati a vista dalle nostre parole. 

Don Juan sostiene che il giorno in cui la Mente Estranea ci abbandona è il giorno più triste e difficile, poiché siamo costretti a contare solo sulle nostre forze e non c’è più nessuno a dirci cosa dobbiamo fare. 

Dopo un’esistenza di schiavitù, la nostra vera mente è molto debole e insicura e deve ritrovare la sua identità. Per modificare la realtà (presente/passato/futuro) è necessario che un certo numero di co-creatori (individui che esprimono un intento comune) si focalizzino su un obiettivo e condividano sentimenti-pensieri comuni... 

Non è sufficiente che una persona esprima l'intento di qualcosa affinché quel qualcosa si realizzi... E' l'inter-azione tra più soggetti il tassello principale per il mutamento della realtà.

23 febbraio 2015

Un po' di numerologia biblica

Oggi vi propongo un articoletto interessante sulla numerologia relativa alla Bibbia. Spero sia di vostro gradimento. A me è piaciuto... Buona lettura!

(tratto da LaCrepaNelMuro.blogspot.it)

Numerologia biblica (1,4,40,400)

Tratto da: "Numerologia biblica - Considerazioni sulla matematica sacra"
(Nereo Villa)

E' possibile "quantificare" l'amore, o il dolore, o il piacere o qualcos'altro che non si possa pesare materialmente? Se così fosse la quantità e la qualità delle cose potrebbero stare sul medesimo piano di misurazione, comparazione, osservazione.
Se esistesse per esempio un linguaggio che avesse numeri anziché lettere, ogni parola e quindi ogni significato in essa contenuto potrebbe essere "contato". Il pensiero potrebbe essere "pesato". In tal caso le parole "pensare" e "pesare" sarebbero parenti.
Ed è così.

Qualsiasi vocabolario etimologico lo può mostrare. Per questo motivo il soppesare e il pensare sono simili.

Ciò significa che deve esistere da qualche parte anche un linguaggio numerico.

Questo linguaggio numerico è più vicino a noi di quanto possa sembrare. Si tratta del linguaggio biblico. Si parla infatti di valori numerici delle lettere ebraiche, di "resoconto biblico" o di altre espressioni come il "rendersi conto", di "Numeri", di gematria (arte della decifrazione dei numeri), di parentela fra le parole gematria e grammatica ecc...

Sia nella lingua ebraica che nella lingua greca ad ogni lettera dell'alfabeto corrisponde un numero ...


( ... )
Noi non conosciamo la vera pronuncia del nome di Dio. Sappiamo che la lettura di questo nome, probabilmente "Yahwe", fu gradualmente sostituita, "per motivi di ordine teologico", con quella di altri nomi divini, in particolare con "Adonày", "il Signore", e con l'aramaico "schmà", "nome". Così, alle consonanti di Yahwe, furono apposte le vocali di altri nomi. Sappiamo che, pertanto, la lettura "Geova" "è solo frutto di ignoranza", che il nome di Dio fu fatto derivare da un "oscuro e terrorizzante rumore collegato a eventi cosmici e/o a terremoti" e che, in un certo periodo, a proposito di questa pronuncia, "prese improvvisamente a circolare in tutto il mondo una parola che più o meno suonava "Jahu".
L'esatta pronuncia è però sconosciuta.

Il nostro intento non è tuttavia imparare a parlare l'ebraico e qui, pertanto, la pronuncia dell'ebraico rimarrà in secondo piano. Esistono, infatti, "diverse possibilità di pronuncia di questa lingua". 
Ciò che conta per noi è di rilevarne la struttura numerica. Con essa potremo entrare in un mondo accessibile a tutti, anche a coloro che non conoscono questa lingua. 
Ciò che conta per noi è di rilevarne la struttura numerica. Con essa potremo entrare in un mondo accessibile a tutti, anche a coloro che non conoscono questa lingua. Ci basterà solo tener presente che si scrive da destra a sinistra.

Il nome di Dio, in ebraico, è formato da quattro lettere. Per questo motivo è chiamato anche "il Tetragramma". 
Prima di tutto è necessario comprendere perché proprio quattro.
Il quattro è un numero che viene dopo il tre, il due e l'uno. Sommati insieme, questi numeri danno il valore numerico della prima lettera con cui si scrive il nome di Dio.
Si tratta della lettera IOD - valore numerico 10.
( ... )
La ALEF è la prima lettera dell'alfabeto ebraico. 
Essa è formata da tre segni, che sono tre lettere: una IOD in alto a destra, una VAV al centro, trasversale, una IOD in basso a sinistra, speculare alla prima. Abbiamo qui un 26, formato dalla somma dei tre loro rispettivi valori numerici: 10+6+10=26. Con ciò si può comprendere l'importanza dell'Uno in rapporto al monoteismo ebraico.
Con ciò è altresì possibile vedere come l'Uno ebraico sia strutturato in modo tri-unitario, cioè con tre segni, anche se nel monoteismo ebraico non è contemplata la Trinità, valore tipicamente cattolico.
( ... )

Dopo la lettera ALEF viene BET, così come dopo l'uno viene il due. 

Bet come parola significa "casa". La Bibbia incomincia con il 2, cioè con la BET, la casa.
Incomincia con qualcosa capace di contenere, come lo è la casa, appunto. La prima "casa" dell'uomo è la madre.
Sarebbe importante leggere la descrizione completa delle singole lettere, i loro rispettivi significati, i valori numerici di ognuna, per quello basta accedere al link (a fine articolo) che porta direttamente al PDF completo, ma qui vorrei accontentarmi di seguire la traccia del video al quale fa riferimento il titolo dell'articolo. Il filmato, che si trova sotto, si concentra sul rapporto fra l'UNO e il QUATTRO ...
Qui sotto, la tabella delle lettere ebraiche con i loro rispettivi valori numerici:
(Catherine )  

Il numero quattro è dato invece dalla lettera DALET, che significa, come parola, "porta".

Il primo racconto della creazione può essere, a buon diritto, considerato "porta" di tutta la Bibbia. 
Esso è formato da 434 parole ebraiche. Non 433 o 435. 

"Porta", "dalet", si scrive in ebraico con le lettere "d", "l", "t", cioè con la DALET, con la LAMED e con la TAW -  numericamente 4, 30, 400, totale 434.

Questa cosa così ammirabile non può essere vista nelle varie traduzioni dall'ebraico, perché in queste ultime il numero delle parole è differente da quello dell'originale. Chi legge la Bibbia tradotta, allora può solo dire: "io ci credo", oppure: "io non ci credo", però non può "sapere" che è così.
Il rapporto fra l'uno e il quattro appare invece qualcosa di straordinario nel resoconto della creazione se si impara semplicemente a contare. 

Come un costante ritornello tale rapporto si mostra in vari modi. Il secondo racconto della creazione, incomincia così: "Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo". 
E' annunciato dunque che la prima apparizione di qualcosa di vivente sulla Terra era un elemento acqueo. 
In ebraico ciò viene espresso dal vocabolo "ed". 
Le varie traduzioni riportano "nebbia", "vapore", "acqua di fondo", "getto d'acqua", "umidità",
"sorgente", "acqua dei canali", ecc..., sempre si tratta però di qualcosa di umido, di
acqueo: " .. un vapore saliva dalla terra e inumidiva ogni contrada .."

Questa acqua vitale, "ed", è formata dalle lettere ALEF e DALET, vale a dire dall'1 e dal 4. 
Il secondo resoconto della creazione del mondo, comincia dunque con il rapporto 1:4 espresso nella struttura essenziale dell'elemento acqueo "ed" il quale ha qui un ruolo principale. 
Subito dopo si parla di Adamo, scritto con le lettere ALEF, DALET, MEM, in numeri, 1, 4, 40. 

In Adamo, che significa "uomo" ritroviamo il rapporto 1:4. Il 40 non è altro che un 4 in posizione decimale superiore, su un altro piano, un differente livello. Rispetto a "ed", l'uomo è una ulteriore
"elaborazione" in una determinata direzione: l'1-4 procede all'1-4-40. Poi, nel versetto successivo alla collocazione di Adamo nel giardino16, appaiono l'albero della vita e l'albero della conoscenza del bene e del male17. In questi due alberi che si stanno di fronte, il principio 1:4 viene ad esprimersi in modo nascosto. Ciò che è nascosto diventa manifesto se si contano i valori numerici delle loro rispettive lettere:
- l'albero della vita (ets hakaim) è formato dalle seguenti lettere: HAIN-TZADE, HE-KETIOD-IOD-MEM, in numeri 70-90, 5-8-10-10-40, somma totale 233;
- l'albero della conoscenza del bene e del male (ets hadat tov wara) è formato da queste
altre lettere: HAIN-TZADE, HE-DALET-HAIN-TAW, TET-VAV-BET, VAV-RESH-HAIN, in numeri, 70-90, 5-4-70-400, 9-6-2, 6-200-70, somma totale 932.
Abbiamo dunque un 233 che sta di fronte a un 932, cioè un numero che sta di fronte al suo
quadruplo:
233 x 4 = 932 
Nel rapporto fra i due alberi è così rappresentato il rapporto 1:4. L'albero della vita
rappresenta l'uno, l'albero della conoscenza, il quattro.

(Immagine: Bosch - trittico delle delizie)


Che cosa significhi questo, lo si scopre cammin facendo. Procedendo nel racconto, subito dopo l'accenno dei due alberi è detto: "Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi..."18. Ancora abbiamo un uno e un quattro.

Qui il rapporto 1:4 non è occulto, bensì subito evidente. E' qualcosa di basilare, una specie di formula della vita, che viene data subito agli inizi della Bibbia. Se accanto a questa formula si pongono i valori numerici che formano la parola "uomo": 1-4 > 1-4-40 e si dilata per estensione questo rapporto fra "ed" e "Adam", abbiamo: 1-4 > 1-4-40 > 1-40-400.


Come il quattro procede, entro la parola "Adam", verso il quaranta, così il quaranta procede nella sequenza "1-40-400", verso il quattrocento. La prima sequenza "1-4", la seconda sequenza "1-4-40" e la terza sequenza "1-40-400", mostrano così una parentela.


1     4
1     4      4 0
1     4 0   4 0 0

Che in questa parentela vi sia qualcosa che meraviglia, risulta quando si mette in lettere la terza sequenza. Infatti 1-40-400 sono i valori numerici rispettivi delle lettere ALEF-MEMTAW,
formatrici della parola "emet", il cui significato è "verità".

L'uomo è imparentato con la verità. Lo è secondo un procedere su livelli differenti, a partire dal "rapporto-formula" 1:4 dell'acqua vitale, cioè dal primordiale elemento acqueo della creazione: "ed".

Ora possiamo fare un esperimento.

Abbiamo visto quanto sia importante la lettera "ALEF" cioè "uno". Se dalla struttura essenziale delle parole ebraiche per "uomo" e "verità" si tralascia l'uno, rimangono rispettivamente le sequenze "4-40" e "40-400", relative alle parole "dam" e "met", che vogliono dire rispettivamente "sangue" e "morte".

Uomo senza l'Uno è solo sangue.
Verità senza un punto base che è l'Uno è solo morte.

Si può vedere quindi una connessione fra "l'uomo-con-l'Uno" come vita e "l'uomo-senzal'Uno" come morte.
In questo modo diventa ancora più comprensibile il significato dell'Uno nella costruzione
delle parole "uomo" e "verità", entro il contesto del racconto edenico.
Infatti qui l'Uno esprime l'albero della vita, mentre il Quattro è espressione dell'altro albero, quello legato alla morte, che viene dal cibarsene e dal disubbidire così all'ordine di Dio.

L'uomo ha in sé sia l'Uno che il Quattro in un rapporto di armonia. Non gli è vietata, pertanto, l'armonia della vita conoscitiva. Però il non curarsi dell'Uno, cioè dell'Essere invisibile che tutto congloba in Sé fino a uscire da quel "Sé" per prendere dal Quattro, cioè dagli elementi condensati e resi visibili spazialmente e temporalmente (aria, acqua, fuoco, terra, stagioni, ecc....), distrugge quella armonia.
Il non curarsi di Dio, preferendo disobbedirgli e mangiare il frutto proibito significa il dover morire, per aver reso relativa la conoscenza dell'eternità di tutte le cose.
Per questo motivo al capitolo secondo di Genesi, al versetto 17 si insegna che il dover morire è connesso con il "prendere dell'albero della conoscenza".

Il rapporto fra il numero Uno e il numero Quattro era ben conosciuto dai Pitagorici, tanto
che costituiva il loro giuramento. Si giurava sulla Tetraktis, cioè sul dieci dato dai
contenuti del quattro:
1 + 2 + 3 + 4 = 10.
....

Il PDF completo, con riferimenti relativi agli estratti proposti in questo articolo, si può leggere qui: digilander.libero.it

E ora il video:

19 febbraio 2015

L'aldilà nelle varie religioni

(tratto da Anticorpi.info)

L'Aldilà Secondo le Grandi Religioni

paradiso-infernodal sito Unexplained Stuff
Traduzione di Anticorpi.info
 
Malgrado una serie di evidenti differenze dottrinali, tutte le grandi religioni condividono un principio fondamentale: gli esseri umani sono immortali ed il loro spirito proviene da una dimensione divina dove è dato loro di fare ritorno. 
  
Fin dalle prime forme di espressione spirituale, fu questa la grande promessa e speranza offerta dalle grandi religioni ai rispettivi fedeli. La risposta eterna del credente al cinismo dei materialisti che affermano che la morte sia la fine.
 
Gli antropologi possono solo teorizzare che i primi homo sapiens (30.000 a.C.) praticassero sepolture rituali di tipo religioso. La cosa certa è che seppellissero i loro defunti con cura, corredando le tombe con alimenti, armi e manufatti di vario genere. Anche i neanderthal (100'000 a.C.) includevano cibo, utensili in pietra, conchiglie e decorazioni nelle tombe dei loro defunti, spesso ricoprendoli con un pigmento rosso. Poiché non esistono testimonianze scritte circa lo scopo di simili usanze funerarie (la scrittura si sviluppò intorno al quarto millennio a.C.), possiamo presumere che il corredo funerario fosse motivato dalla credenza che la morte non fosse la fine. Il membro defunto della tribù o del clan aveva bisogno di cibo e protezione affinché il suo viaggio nell'oltretomba fosse il più comodo e sicuro possibile. In qualche modo era dato per scontato che qualcosa della persona sopravvivesse alla morte.
 
Tale componente umana in grado di sopravvivere alla morte è nota nel Cristianesimo, nell'Islam e nell'Ebraismo con il nome di anima, ovverosia l'essenza della singola persona chiamata a rispondere delle proprie azioni terrene. L'Induismo percepisce questa essenza spirituale come la porzione divina di ogni essere vivente, l'Atman, che è eterno e persegue il ricongiungimento con l'Anima Universale, o Brahman. Il Buddismo insegna che un individuo non è che una combinazione transitoria di cinque aggregati (skandha): materia, sensazione, percezione, predisposizione, e coscienza, e che dunque non sia in possesso di un'anima eterna. Tra i principali credo, solo il Buddismo non concepisce una componente metafisica eterna che sopravviva alla morte. Ad ogni modo tutti i credo sono concordi nel ritenere che dopo l'abbandono del corpo fisico lo spirito passi ad un'altro stato di esistenza. Alcuni sostengono che ascenda in un paradiso o discenda in un inferno. Altri che possa rinascere in un nuovo corpo oppure confluire nell'eterna unità divina. Il Cristianesimo originario, l'Islam e l'Ebraismo concordano nel prevedere la resurrezione del corpo fisico, che avrà luogo nel giorno del Giudizio Universale. In linea generale comunque l'anima è considerata di maggior rilevanza rispetto al corpo da essa 'occupato' durante l'esistenza terrena. Il guscio materiale in cui l'anima dimora non è che l'argilla o cenere in cui Dio ha infuso il soffio della vita. Il corpo fisico è qualcosa che l'essere umano ha, non ciò che è.
 
Tutte le principali religioni sostengono che le azioni commesse durante l'esistenza terrena influiscano sul destino dell'anima dopo la morte fisica. Molti insegnamenti affermano che l'unica ragione della nascita nel mondo materiale sia la preparazione dell'anima all'accesso ai mondi immateriali. Il modo in cui l'anima risponde alle sfide presentate dalla vita sulla Terra determina come sarà trattata dopo la morte del corpo. Ogni seme piantato nella vita terrena, sia buono che cattivo, produce i suoi frutti nella vita ultraterrena.
 
Dopo la morte fisica - secondo molti credo - l'anima sarebbe giudicata, e poi condotta in un 'luogo' percepito come una dimensione di eterno benessere o di eterna sofferenza. Gli induisti ed i buddhisti prevedono di incontrare Yama, il dio dei morti. Nelle scritture induiste Yama controlla l'accesso ai regni luminosi, e la sua decisione può essere influenzata mediante le offerte votive di parenti e amici del defunto. Nella tradizione buddista Yama è il signore dell'inferno che valuta la punizione secondo il karma di ogni individuo, la causa e l'effetto delle sue azioni sulla Terra. In entrambe i miti Yama non è paragonabile al Satana della fede cristiana, in quanto quest'ultimo è il creatore del male e l'istigatore delle debolezze umane.
 
Cristianesimo, Islam ed Ebraismo sembrano fare confusione circa il concetto di paradiso e inferno, dato che al contempo profetizzano un 'giorno del giudizio' in cui i morti risorgeranno fisicamente. E quando la Chiesa cattolica aggiunse la dottrina del purgatorio, nel XVI secolo, la questione si fece ancora più complessa perché da quel momento alcune anime avrebbero avuto la possibilità di espiare i loro peccati soggiornando in una sorta di zona intermedia tra il paradiso e l'inferno. Mentre molti cristiani, ebrei e musulmani ritengono che i morti attendano il Giorno del Giudizio nelle loro tombe fisiche, altre correnti di pensiero delle stesse fedi sostengono che il giudizio sia pronunciato subito dopo la morte. Allo stesso modo, il concetto di Mondo a Venire negli scritti ebraici può riferirsi ad un futuro di riscatto edenico che avrà luogo sulla Terra.
 
BUDDISMO
 
Mentre i testi scritti buddisti contemplano l'esistenza di un se individuale che distingue una persona da un'altra, la tradizione orale sostiene che il concetto di anima eterna metafisica delle dottrine cristiana, induista, ebraica e mussulmana, sia impreciso. Secondo i buddisti la persona umana non è che un temporaneo assemblaggio di diversi elementi fisici e psichici, e nessuno di essi può essere isolato e associato al se essenziale; nemmeno la somma delle parti. Tutta la realtà è in uno stato costante di cambiamento e decadimento. Poiché un essere umano è composto da vari elementi che si trovano in un continuo stato di flusso che li dissolve e ricompone in nuove forme, è impossibile pensare che un individuo conservi la stessa anima-se per l'eternità. Anziché insegnare il concetto di Atman riscontrabile nei loro scritti, gli insegnamenti orali buddisti insegnano il concetto di anatman, cioè 'non-se.'
 
Benché il Buddha (567-487 a.C.) negasse il concetto induista di un se immortale, accettò le dottrine del karma (la legge del rapporto tra causa ed effetto che permea l'esistenza materiale) e del samsara (rinascita). Ma se aveva riconosciuto il concetto di rinascita, come faceva a negare l'esistenza di un se essenziale o un'anima? In che senso intendeva il concetto di rinascita? La risposta buddista è difficile da comprendere; il riassemblaggio delle parti in questo processo di continuo cambiamento - infatti - non avverrebbe per caso. Le leggi karmiche determinano la natura della rinascita di una persona. Numerosi aspetti che compongono un essere umano funzionante durante il suo ciclo di vita entrano a far parte del santana, la 'catena dell'essere,' i cui anelli sono collegati dalla legge di causa ed effetto. Mentre non esiste alcun Atman o se individuale che possa reincarnarsi, il 'se contingente' che esiste di momento in momento, costituito da aggregati impregnati degli effetti del karma, ha il potenziale per rinascere ancora e ancora. Poiché gli aggregati di ogni persona sono il frutto delle sue azioni e dei suoi desideri, l'evento della morte innesca una 'conseguenza' collegata a tali aggregati, che li costringe a manifestarsi ancora nel ciclo infinito del karma. Il dharma, cioè il complesso di leggi fisiche e morali che governa l'universo, fluttua e modifica in continuazione ogni aspetto umano. Istruito dal karma, il dharma riorganizza il processo di rinascita per formare un nuovo individuo.
 
Nel suo primo sermone: La Nobile Verità della Sofferenza (Dukha) il Buddha espone le sue opinioni sugli aggregati che costituiscono la condizione umana:
"La Nobile Verità della Sofferenza è questa:
nascere è sofferenza; invecchiare è sofferenza; la malattia è sofferenza; la morte è sofferenza; il dolore, il lamento, la disperazione sono sofferenza; l'associazione allo spiacevole è sofferenza, la dissociazione dal piacevole è sofferenza; non ottenere ciò che si vuole è sofferenza. In breve, i cinque aggregati dell'attaccamento sono sofferenza."
Il consiglio dato dal Buddha a coloro che intendano superare le leggi karmiche della morte e della rinascita è quello di vivere una vita religiosa contemplativa:
Gli uomini che non hanno condotto un'esistenza religiosa e che non hanno accumulato molti tesori in gioventù, periscono come vecchi aironi in un lago senza pesci.
Dhammapada 155: 56
Tale consiglio ricorda le parole di Gesù in Matteo 6: 19-21 quando ammonisce coloro che spendono energie per accumulare tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano, piuttosto che accumulare tesori in cielo, dove né tignola né ruggine possono consumare e dove i ladri non scassinano e non rubano. 'Perché dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.'
 
Il Dharma è il percorso che conduce verso il fine ultimo del Nirvana, che gli insegnamenti buddhisti descrivono come la definitiva estinzione del desiderio di esistere, o un elevato livello di esperienza mistica raggiunto tramite meditazione o trance. Esso non significa mai il completo annientamento del se, ma solo l'annientamento del desiderio di rinascere. Il più delle volte il Nirvana vuole indicare uno stato mutato di coscienza capace di concepire una realtà che sia indipendente del mondo materiale.
 
Quando il desiderio di continuare l'esistenza in forma carnale è stato spento, e "quando un figlio del Buddha compie il suo percorso, nel mondo a venire, viene Buddha." Raggiungere lo stato di 'buddhità' equivale a realizzare il Brahma induista, l'Assoluto, il Definitivo. Una volta raggiunti tali livelli di coscienza si ritiene che l'individuo si liberi per sempre dalla realtà fisica e torni a fondersi con la realtà eterna.
 
Esistono molte scuole di Buddhismo, ed è difficile trovare uniformità circa il concetto di vita dopo la morte. Il Libro dei Morti del Buddismo tibetano ci fornisce una fonte importante per la comprensione del loro concetto di viaggio dell'anima nell'aldilà. Un lama (sacerdote) siede al lato del defunto e recita le parole del libro. Tale rituale è pensato per semplificare il rilascio del Bla, la forza vitale all'interno del corpo, e infonderle il potere di intraprendere un viaggio di 49 giorni attraverso la fase intermedia tra la morte e la successiva rinascita. Tale lettura effettuata dal sacerdote al capezzale del defunto potrebbe includere le seguenti parole del Libro Tibetano dei Morti:
"Dal momento che [non] possiedi un corpo materiale di carne e di sangue, tutto ciò che potrai incontrare sotto forma di suoni, luci o raggi è - in tutti e tre i casi - incapace di farti del male; sei incapace di morire. Ti basti sapere che queste apparizioni sono le tue forme-pensiero. Prendi atto che questo sia il bardo [lo stato intermedio dopo la morte]."
Se non è prevista alcuna rinascita per l'anima, appare Yama, dio dei morti che la dovrà giudicare. Sia il buddismo che l'induismo collocano Yama, dio dei morti, nel ruolo di giudice nell'aldilà, e questi passi del Rig-Veda raffigurano la speciale venerazione dedicata a Yama:
"Yama fu il primo a trovarci una dimora, un luogo che non può essere portato via, un luogo da cui i nostri antichi padri si sono allontanati; coloro che nascono sono destinati a farvi ritorno, percorrendo il cammino a ritroso. Ad incontrare i Padri, a incontrare Yama, ad incontrare la realizzazione del più elevato dei desideri; mollare gli ormeggi delle imperfezioni, ritrovare la dimora e riunirsi ad essa come un unico corpo brillante."
CRISTIANESIMO
 
Il nucleo del credo cristiano è la fede nella risurrezione di Gesù avvenuta dopo la sua morte in croce e la promessa della vita eterna a coloro i quali accettino la sua Divinità e credano in lui. Dato che il Cristianesimo deriva dal giudaismo, gli insegnamenti di Gesù tramandati dai Vangeli riflettono molte delle credenze ebraiche in merito all'anima e alla vita dopo la morte, prima tra tutte la prospettiva di un ricongiungimento del corpo con l'anima in un 'prossimo mondo.' 

La storia dell'apparizione di Gesù ai propri apostoli dopo la risurrezione narra di come essi presero atto della sua reale risurrezione fisica. Anche lo scettico Tommaso credette, dopo avere toccato con mano le ferite ancora fresche della crocifissione. "Uno spirito non ha carne e ossa, ma io le ho", dice loro Gesù. Poi, per sottolineare la sua fisicità, domanda loro se hanno qualcosa da mangiare.
 
Paolo (? - 68 d.C.), apostolo un tempo accanito persecutore dei cristiani, ricevette la rivelazione dalla voce di Gesù emessa da una luce accecante, mentre era in viaggio sulla via di Damasco. Quando predicò ad Atene, la sua missione evangelica andò in conflitto con la necessità di persuadere la gente a credere nella risurrezione fisica. I cittadini ateniesi ascoltarono educatamente il suo annuncio di una nuova fede, ma iniziarono a schernirlo e ad allontanarsi quando iniziò a parlare di risurrezione fisica. Quella gente era cresciuta sotto l'influenza culturale della filosofia platonica, secondo cui il corpo sia in realtà una prigione da cui l'anima si libera con la morte, e l'idea di risurrezione carnale risultava loro ripugnante. Paolo però non si diede per vinto. La sua cultura ellenica lo condusse a compiere un'opera di sincretismo mediante cui riuscì a conciliare la teologia della risurrezione fisica tramandata dai compagni apostoli, e il punto di vista platonico dell'anima diffuso nella società greca.
 
Paolo sapeva che Platone aveva descritto l'anima come composta da tre elementi: il nous, (l'anima razionale, immortale e temporaneamente incarnata in un corpo fisico); il thumos (passione, cuore, spirito); e l'epithumetikos (desiderio). Dopo mille difficoltà Paolo elaborò una dottrina che prevedeva che la natura umana fosse composta da tre elementi essenziali: il corpo fisico; la psiche (il principio vitale, equivalente al concetto ebraico del nefesh), e lo pneuma, spirito, o se interiore. Sviluppando ulteriormente il suo pensiero distinse poi tra il 'corpo naturale' di una persona vivente che muore e viene sepolta, e il 'corpo spirituale', destinato a risorgere.
 
Nei Corinzi 15: 35-44, Paolo scrive:
"Qualcuno chiede: 'Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?' Stolto! Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore. E ciò che è seminato non è il corpo, ma un semplice chicco. ... E' Dio che gli dona un corpo come Egli ha scelto, e ad ogni tipo di seme, il proprio corpo. Esistono corpi celesti e corpi terrestri; ma la gloria dei corpi celesti è una cosa, e la gloria dei corpi terrestri è un'altra cosa. ... Così è con la risurrezione dai morti. Ciò che è seminato e corruttibile, risorge incorruttibile. Ciò che è seminato ignobile, risorge nella gloria. Ciò che è seminato debole, risorge potente. Si semina un corpo fisico, si raccoglie un corpo spirituale. Se c'è un corpo fisico, c'è anche un corpo spirituale."
L'opera di conciliazione della dottrina platonica con quella ebraica gli consentì di convertire migliaia di persone, tuttavia Paolo non abbandonò mai completamente il concetto ebraico di una qualche forma di aldilà vissuta in forma fisica. Paolo ed i suoi compagni missionari del I secolo insegnarono che mentre l'anima immortale era l'aspetto essenziale dell'esistenza di una persona al fine di una corretta vita ultraterrena, sarebbe giunto il giorno del giudizio, in cui i giusti sarebbero stati ricompensati con la risurrezione del corpo.
 
I primi reggenti della Chiesa cattolica plasmarono sempre più spesso la dottrina cristiana sui concetti della filosofia metafisica di Platone, ma tra le due dottrine vi fu sempre divisione circa la particolare natura dell'anima immortale. Per i platonici l'anima è qualcosa di sovra-individuale, facente parte di un'anima cosmica universale diretta verso l'Unità con il Divino. I filosofi cristiani non transigono dalla posizione per cui ogni anima è creata da Dio per essere immortale e individuale. Tra di essi Tertulliano (160 d.C - 220 d.C.) definì l'anima come qualcosa nata direttamente dal soffio di Dio, dunque immortale. Dal punto di vista platonico il corpo non è che uno strumento usato dall'anima. Lo studioso alessandrino Origene (185 d.C. - 254 d.C.) teorizzò che in principio Dio abbia creato un certo numero di entità spirituali a cui abbia donato organi fisici o corpi spirituali commisurati ai rispettivi meriti. Alcuni potrebbero definirsi umani mentre altri - in base al loro comportamento - furono elevati allo stato angelico, e altri relegati al ruolo di demoni.
 
Tale concetto di preesistenza delle anime era troppo adiacente a quello di reincarnazione per i dotti studiosi cristiani riuniti presso il primo Concilio di Costantinopoli nel 543. Da allora, la dottrina della Chiesa aveva decretato che ad ogni anima fosse dato di vivere una sola vita per poi attendere il giorno del giudizio, quando Gesù Cristo sarebbe ritornato sulla Terra. Nonostante il suo prestigio come padre della chiesa, Origene e la sua dottrina furono giudicati eretici. L'opinione prevalente della chiesa paleocristiana era quella formulata da Girolamo (342 d.C. - 420 d.C.), che prevedeva la creazione di una nuova anima da parte di Dio a ogni nuova nascita. Concetto rimasto sostanzialmente invariato nel Cristianesimo contemporaneo. Nella dottrina cristiana l'anima è superiore al corpo data la sua origine divina ed essenza immortale, ma la fede nella risurrezione del corpo fisico resta un aspetto essenziale.
 
Nel capitolo 25 di Matteo, Gesù narra la parabola del Figlio dell'uomo che giungerà a sedersi sul suo trono, circondato dalle genti di tutte le nazioni per separarle come il pastore separa le pecore dai capri. Le persone che avranno amato il loro prossimo come se stessi saranno ricompensate con la vita eterna, ma chi avrà scelto l'avidità e l'interesse personale subirà un eterno supplizio. In Atti 17:31, si afferma che Dio abbia nominato Gesù per giudicare il mondo.
 
Per la tradizione cristiana il cielo è l'eterna dimora di Dio e degli esseri angelici che lo hanno servito fedelmente fin dall'inizio. Lì, i cristiani che sono stati redenti mediante la fede in Gesù come il Cristo saranno al suo fianco nella gloria eterna. I cristiani liberali riconoscono che, come Gesù ha affermato, ci sono molte dimore nel regno del Padre; dimore dove possono abitare i credenti di altre fedi.
 
L'Inferno, nel pensiero cattolico tradizionale, è un luogo di tormento eterno per coloro i quali saranno condannati alla dannazione dopo il Giudizio. E' generalmente raffigurato come un pozzo di fiamme, simile allo Sheol ebraico e all'Ade ellenico. La Chiesa di Roma continua a descrivere l'inferno come uno stato di infinita pena riservato all'impenitente, ma più di cinque secoli fa, i Consigli di Firenze (1439) e di Trento (1545-63) introdussero il concetto di Purgatorio, uno stato intermedio durante il quale le anime possono espiare alcuni peccati. I famigliari devoti possono offrire preghiere e oblazioni attraverso cui aiutare le anime del purgatorio a espiare i peccati terreni e restaurare la loro unione con Dio.
 
Il cristianesimo protestante non offre ai propri fedeli le opportunità di riscatto del purgatorio, ma ha rimosso gran parte della paura dell'inferno per concentrarsi soprattutto sulla grazia e la fede. Mentre i protestanti ortodossi conservano il punto di vista tradizionale del paradiso e dell'inferno, molti pastori protestanti moderni ritengono che l'idea di un luogo di tormento eterno riservato ad anime dannate sia incompatibile con il concetto di un Dio amorevole e compassionevole. L'inferno è stato trasformato in una dolorosa condizione di lontananza da Dio. Per i teologi cristiani liberali l'intero concetto di un luogo di dannazione eterno è stato sconfessato dall'amore di Gesù verso l'umanità.
 
INDUISMO
 
Nel testo religioso indiano: Bhagavad Gita (Canto del Signore), la natura dell'anima è definita come segue: "Mai è nata, e mai muore, e dopo essere stata portata in essere, tornerà in essere. Il mai nato, il permanente, l'eterno, l'antico, non muore quando il corpo muore."
 
La collezione più antica di inni in sanscrito è il Rig-Veda, risalente a circa il 1.400 a.C. Fu composto dai popoli che invasero la valle dell'Indo nel 1.500 a.C. I primi inni vedici sono associati  in particolare ai rituali funebri e descrivono l'individuo come composto da tre entità separate: il corpo, l'asu (principio di vita), e il manas (sede della mente, della volontà, delle emozioni). L'asu e il manas non possono però considerarsi come qualcosa di equivalente al se essenziale, all'anima. L'elemento che sopravvive alla morte fisica è qualcos'altro: una sorta di miniatura della persona defunta, che risiede all'interno del corpo, vicino al cuore.
 
Tra il 600 a.C. ed il 480 a.C, una serie di scritti conosciuti come Upanishad introdussero le dottrine complementari del samsara (la reincarnazione) e del karma (la legge di causa ed effetto che governa il corso della vita di ogni individuo). Un individuo può influire direttamente sul proprio karma nel mondo della materia. Attraverso il modo in cui affronta le difficoltà insite in un'esistenza vincolata dal tempo e dallo spazio esso determina la forma della sua prossima incarnazione terrena. Oggetto delle due dottrine è l'Atman, o se, cioè l'essenza della persona che contiene il soffio divino della vita. Pur essendo "più piccolo di un chicco di riso" l'Atman è collegato alla grande anima cosmica, principio divino detto Brahma. Quando occupa un corpo fisico l'Atman è vittima dell'avidya, un velo di profonda ignoranza che impedisce all'Atman di ricordare la sua vera natura di porzione del Brahma e lo imprigiona nei processi del karma e del samsara. L'avidya produce l'illusione di maya che induce ogni Atman a confondere il mondo materiale con il mondo reale. Vivendo imprigionato in questa illusione l'individuo accumula karma e per lui diventa sempre più arduo riuscire a districarsi dal processo interminabile del samsara, la ruota dell'esistenza fisica con il suo susseguirsi di nuove vite e morti.
 
Il passaggio dell'anima da questo mondo al prossimo è descritto nel Brihadarankyaka Upanishad:
"Il Se sognando gode dei piaceri dei sensi, va di qua e di là, vive il bene e il male, e poi ritorna allo stato di veglia. Proprio come un essere umano passa dal sogno alla veglia, così il Se passa da questa vita all'altra... Poi il punto nel suo cuore dove i nervi si uniscono è illuminato dalla luce del Se, e attraverso quella luce il Se lascia il corpo fisico attraverso l'occhio, o l'apertura del cranio, o altre aperture del corpo... Il Se resta cosciente e il moribondo torna alla sua dimora consapevolmente. Le azioni compiute in questa vita e la impressioni che hanno lasciato dietro di loro, lo seguono. Come un bruco che dopo avere raggiunto la punta di uno stelo d'erba, afferra un'altro stelo e si porta su di esso, così il Se, dopo aver lasciato il corpo afferra un altro corpo e si porta in esso."
Entro il terzo secolo a.C. l'Induismo adottò diffusamente una visione del mondo ciclica fatta di perpetue rinascite in cui i precedenti concetti di paradiso e inferno, di un aldilà strutturato come un sistema di premi e punizioni, furono sostituiti da soggiorni temporanei sperimentati negli intervalli tra le esistenze fisiche.

La cosmologia induista raffigura tre lokas: i regni celesti, la terra e gli inferi, a loro volta composti da 14 sottolivelli rappresentanti diverse gradazioni di sofferenza o felicità, i quali attendono l'anima negli intervalli tra le esistenze fisiche. Sette di questi lokas sorgono sopra la Terra e sette sotto di essa. Secondo il grande maestro induista Sankara, vissuto nell'IX secolo, e la scuola Advaita Vedanata, l'obiettivo finale dell'odissea dell'anima è la moksa, cioè la completa liberazione dal samsara, il ciclo delle rinascite, così da poter raggiungere il Nirvana, l'unione finale dell'Atman con il divino Brahma. Nell'XI secolo Ramanjua e la scuola Visitadvaita descrissero il Nirvana come la completa unità dell'anima individuale con Dio.
 
Negli ultimi secoli prima dell'era volgare ebbe molta diffusione in India una forma di induismo nota come Bhakti, la quale prevede l'instaurazione di un rapporto amorevole basato sulla grazia tra Dio e il devoto. I credenti che si sono preparati coltivando un atteggiamento di amore, hanno studiato le Scritture e hanno onorato il Signore Krishna possono liberarsi dal samsara. La vita eterna è concessa ai devoti che al momento della morte dedicano ogni pensiero al Signore Krishna.
 
ISLAM
 
L'islam descrive l'essere umano come una creatura composta di spirito e corpo. 
La creazione di Adamo descritta nel Corano ricalca quella della Genesi giudaico-cristiana, per cui il Signore annuncia agli angeli di creare un essere di argilla in cui infondere il suo spirito vitale.
"Egli creò l'uomo dall'argilla, (...) e infuse il suo spirito in lui."
Corano 32: 8-9
Maometto (570 d.C. - 632 d.C.) pur considerando l'anima come il se essenziale di un essere umano, aderiva alla tradizione giudaico-cristiana, che ritiene il corpo fisico elemento della vita ultraterrena. Il nome dell'anima indipendente nell'Islam è nafs; essa è simile alla psiche ellenica, mentre il nome dell'elemento animico che conferisce agli esseri umani la loro dignità e li eleva al di sopra degli animali è ruh, equivalente al nous platonico. Tali due aspetti dell'anima comprendono sia l'elevato che l'infimo, sia l'umano che il divino.
 
Come nelle altre grandi religioni, anche secondo l'Islam il tipo di vita condotto sulla Terra influisce sul destino ultraterreno dell'anima, e ci sono promesse di un paradiso e moniti circa un luogo di tormento. Il Corano 57:20 contiene un avvertimento circa la natura transitoria della vita sulla Terra e un promemoria delle due possibili destinazioni che attendono l'anima dopo la morte:
"Sappiate che la vita terrena non è che uno sport, un diversivo, un orpello (...) E' come una pioggia che crea una vegetazione che piace ai miscredenti, ma poi appassisce. (...) Amare la vita presente è come gioire del delirio."
Maometto parla del Giudizio, dopo cui avrà luogo la risurrezione dei defunti che comporterà beatitudine eterna ai giusti e tormenti ai malvagi. Il giudizio sarà individuale. Nessuna anima sarà in grado di aiutare un amico o un familiare; nessuna anima potrà intercedere in favore di un'altra anima.
 
La dottrina della risurrezione del corpo non è mai stata abbandonata dal credo mussulmano, sebbene successivamente alcuni studiosi del Corano cercarono di definire l'anima in termini più metafisici, e prese forma la convinzione della preesistenza delle anime. In questa visione, Allah conserva un tesoro di anime in paradiso, e le invia ad incarnarsi sulla Terra.
 
Il paradiso islamico è per molti versi un'estensione del mitico Giardino dell'Eden biblico. E' un posto meraviglioso pieno di alberi, fiori e frutti, ma in realtà questa è solo un'immagine semplificata in quanto esso non può essere descritto in termini umani.
"Tutti coloro che obbediscono a Dio e all'Apostolo sono in compagnia di coloro sui quali è la grazia di Dio, profeti che insegnano, sinceri amanti della Verità, testimoni [martiri] che testimoniano, e giusti che fanno del bene: Ah! Che splendida compagnia!"
Corano 4:69
L'inferno è un luogo di tormento iconograficamente simile a quello descritto da molti cristiani, cioè fiamme e schiavitù. Negli insegnamenti islamici né il paradiso né l'inferno sono eterni. L'infinito appartiene solo ad Allah, e probabilmente esistono vari livelli paradisiaci e infernali.
 
GIUDAISMO
"Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente"
Genesi 2 : 7
Nel secondo capitolo della Genesi, il Signore, Dio di Israele, plasma Adamo dall'argilla, poi infonde in lui il 'respiro della vita', in modo che diventi Adam nephesh, o 'anima vivente.'

Interessante notare come il Signore doni il soffio della vita anche agli animali che popolarono il Giardino dell'Eden. Il nephesh è come il sangue, una sostanza vitale scaricata dal corpo dopo la morte, che nella tradizione ebraica alimenta la dottrina secondo cui una persona vivente sia un'entità composita fatta di carne e nephesh, cioè 'anima.' "Il corpo è l'involucro dell'anima", afferma il Talmud, Sinedrio 108a.
 
I primi Ebrei ritenevano che dopo la morte l'anima discendesse negli inferi, un luogo nelle profondità della Terra dove gli spiriti dei morti erano consegnati alla polvere e all'oscurità.
"Tutti vanno in un luogo, tutti vengono dalla polvere, e ritornano alla polvere"
Ecclesiaste 3:20
Con la scrittura del libro di Daniele circa nel 165 a.C., si diffuse la convinzione che i morti sarebbero risorti per essere giudicati:
"Molti di coloro che giacciono morti nel terreno risorgeranno dalla morte. Ad alcuni sarà data vita eterna, e altri riceveranno eterna vergogna e disonore. Ogni persona saggia brillerà luminosa come il cielo, e coloro che avranno condotto altri a piacere a Dio brilleranno come le stelle."
Daniele 12: 2-4
Mentre i versetti di Daniele sono i soli nell'intero complesso delle sacre scritture ebraiche che menzionano specificamente la vita ultraterrena dell'anima, il tema è molto discusso nella letteratura rabbinica, nella Kabbalah e nel folklore ebraico. In generale, si ritiene che l'anima abbia le proprie radici nel mondo del divino, e che dopo la morte fisica del corpo essa ritorni al luogo della sua origine spirituale. Alcuni pensatori ebrei si riferiscono alla permanenza dell'anima sulla Terra come a una sorta di esilio fino alla riunione con Dio.
 
Dal secondo secolo d.C. molti insegnanti ebrei entrarono in contatto con la filosofia ellenica ed il concetto di anima come se essenziale che esiste prima del corpo terreno e sopravvive alla morte fisica. Le antiche tradizioni secondo cui l'esistenza nell'aldilà contempli anche un elemento fisico, furono preservate.

Con l'evoluzione del pensiero ebraico circa la vita dopo la morte, si sviluppò una scuola di pensiero che sosteneva che durante la venuta del messia Dio avrebbe risuscitato i morti e li avrebbe giudicati, premiando i giusti e punendo i malvagi. Tale risurrezione avrebbe avuto luogo per le persone che avessero voluto possedere sia il corpo fisico che quello spirituale. Il concetto quindi supportò la tradizionale filosofia secondo cui corpo ed anima siano unici ed inscindibili, contrario all'idea che un'anima eterna abiti temporaneamente un corpo mortale. Più spesso, però, i riferimenti ad un giudizio dei morti nel giudaismo si rispecchiano nella scena descritta nel settimo capitolo del libro di Daniele, in cui l'Antico dei Giorni apre i libri della vita e giudica i regni della terra, non i singoli individui.
 
Secondo alcuni circoli di pensiero ebraico la risurrezione dei morti avrà luogo durante il Giorno del Giudizio, con la venuta del Messia. In quel fatidico giorno, Israele e le nazioni gentili saranno convocate nel Luogo del Giudizio dal suono del grande shofar (corno di montone, trombe del giudizio) il quale risveglierà il popolo dal suo sonno spirituale. Tornerà il profeta Elia il quale farà in modo di riconciliare le famiglie che si sono allontanate. Il giorno in cui il Signore giudicherà sarà "buio, molto buio, senza un raggio di luce" (Amos 5,20). Coloro che avranno vissuto esistenze rette in alleanza con Dio saranno accolti nel paradiso celeste. Coloro che saranno giudicati meritevoli di punizione per i loro misfatti saranno condotti al Gehenna, ove resteranno per un periodo di tempo commisurato con la gravità delle loro trasgressioni.
 
Sintesi di un saggio pubblicato sul sito: Unexplained Stuff
Link diretto:
 
Traduzione a cura di Anticorpi.info

16 febbraio 2015

Perchè “Cinquanta sfumature” ha avuto un successo della madonna

Il film si è beccato delle recensioni non proprio esaltanti, così come il libro da cui è tratto. Spinto dalla curiosità, l’altro giorno ho iniziato a leggerlo. “Cinquanta sfumature di grigio”. Volevo capire come ha fatto a diventare così di successo, un abnorme fenomeno di culto e di costume un po’ ovunque. Beh, le descrizioni delle scene di erotismo avranno aiutato di sicuro, mi dico. Ma è anche vero che di libri erotici ne vengono scritti parecchi e non tutti entrano prepotentemente nell’abitazione della casalinga di Voghera o nell’immaginario del burbero nonno di campagna. Quindi, come mai questa apparente boiata di proporzioni godzilliane ha ottenuto cotanta gloria di vendite?

Perchè è scritto bene? Manco pu ‘u cazz. E’ oggettivamente scritto male, ma male, proprio. E’ ripetitivo al limite del tedio, infarcito di dialoghi inutili, costellato di scene improvvisamente tagliate senza un apparente motivo e portato avanti da personaggi culo e camicia con i clichè e la banalità. Non sono ancora arrivato alle scene un pelo più esplicite (e non so neanche se mai riuscirò ad arrivarci… Con tutta probabilità, no) ma di quelle, onestamente, mi importa molto poco: che mai potrà esserci dentro di tanto scabroso che non si sia già visto/sentito altre mille volte? Quindi, dal punto di vista stilistico e di contenuto se ne esce con le ossa a pezzi: una cagata pazzesca.

Il fattore sesso, come già detto, non può da solo spiegare l’enorme clamore. Dunque, perchè?

Qui sta la “grandezza”, per così dire, del libro e della sua autrice, la britannica Erika Leonard James: è la rappresentazione più riuscita della condizione mentale cui è soggetta la gran parte delle persone. Si può riassumere in una parola: immaturità. Sia delle donne che degli uomini, sia chiaro. A chi piace questo libro? Per i temi trattati e le situazioni descritte, tendenzialmente il pubblico di riferimento sono gli/le adolescenti, massimo di vent’anni, toh. O almeno dovrebbero essere loro. In realtà, la signora James è stata molto scaltra (non so se volutamente o meno) e ha colpito un bersaglio grande come l’oceano Atlantico e visibile palesemente a chiunque, ma visto effettivamente solo da pochi e sfruttato così bene da ancora meno. D’altronde si sa: se vuoi nascondere qualcosa, mettila sotto gli occhi di tutti.

Il bersaglio in questione è tutta quella marea di gente adulta solo anagraficamente, ma mentalmente ancorata a quell’immaginario infantil-adolescenziale pre-confezionato e dato in pasto virtualmente a chiunque abbia mai ascoltato una fiaba o guardato la televisione. Per le donne/ragazze è il sogno del principe azzurro e del bel tenebroso, il tizio sicuro di sè ma con un lato sensibile, che sa cosa vuole, affascinante e misterioso, con una paccata di soldi e magari pure un discreto potere, che per qualche oscuro motivo si innamora proprio di loro, donne/ragazze semplici, forse anche timide e impacciate. Poi l’autore è una donna… Per gli uomini/ragazzi è essere quel bel tenebroso, ricco sfondato, con aerei, elicotteri, macchine di lusso e il letto pieno di figa (per usare un elegante francesismo), il maschio alfa raffinato e al contempo rude, bello e intelligente, che sa sempre quello che vuole e come ottenerlo. Ma soprattutto, che si fa tante donne per tante volte e, volendo, potrebbe ripianare il debito pubblico del mondo. E poi l’autore è una donna…

Per chi pensa siano soltanto le pulzelle ad essersi appassionate a quest’obbrobrio pseudo-erotico, vi racconto un breve episodio. Un paio d’anni fa, praticamente nel momento di picco della diffusione di questa trilogia-virus, un mio amico e coetaneo mi consigliò di leggerne almeno il primo tomo (oltre 500 pagine!). Allora avevo solo un’idea di massima su quale fosse la storia ma non avevo osato posare gli occhi su quelle parole scritte (male) nero su bianco. Gli risposi, sostanzialmente, che la storia era una vaccata incredibile, stupida e leggermente banalotta. “Noo!”, ribattè lui, “E’ bellissima! Cioè questo qua si scopa la tipa, si sveglia la mattina e la porta in giro in elicottero, o prende l’Audi, tanto è pieno di soldi. E’ un figo della madonna!”. Come episodio, è l’emblema maximo per rappresentare la categoria maschile bersaglio della storia e di ragazzi e uomini così ce ne sono a vagonate.

Eccolo il motivo del successo. Non è il libro in sè, obiettivamente brutto. E’ l’enorme massa di persone rimasta bloccata in fantasie infantili anche se hanno già 25-30, 40, 50 anni. Persone alle quali sono stati sbattuti nella testa sogni pre-determinati, fantasie pre-determinate, scopi di vita pre-determinati, ordini di importanza pre-determinati e, invece di goderne il giusto per poi passare oltre, ne sono rimaste incastrate. D’altronde, dai: a quale uomo non piacerebbe fare soldi e svegliarsi la mattina con accanto un paio di tette diverse ogni volta? E a quale donna non piacerebbe essere scarrozzata dal riccone strafigo e bauscia e godersi la “bella vita”?

Persone alle quali dai una merda, perchè il libro è scritto veramente male ed è noioso più di Camino Channel 24, e non ci fanno neanche caso perchè finalmente stanno soddisfacendo il loro bisogno di una favola per adulti, con la tripla X, che riproduca in chiave sporca quell’immaginario artificiale al quale sono incatenati da quando erano piccoli marmocchi lentigginosi. Persone che preferiscono continuare a puntare a questo immaginario nei loro sogni, mentre la vita reale li ha presi a schiaffi e sbattuti a terra quasi esanimi.

Poi sì, certo, c’è tutto il discorso sul sesso… Ma di questo ne avevo già parlato un po’ di tempo fa.

Ragazzi, siam sempre qui: ci atteggiamo da adulti navigati e maturi, consapevoli e indipendenti, sboroni e superbi arroganti, ma la verità è che siamo poco più di bambini. Bambini rincoglioniti e confusi che, alla possibilità di "redimersi" e giungere alla natura delle cose, preferiscono continuare a crogiolarsi nel dolce, ammaliante e piacevole pantano del "caos mondano". Marcello docet.