21 luglio 2014

Va bene dai: torniamo indietro

Oggi vi lancio una provocazione. Magari è solo un discorso folle o magari no, chi se ne frega. Lo scopo è scatenare un po’ di caos, smuovere qualcosa dentro e vedere ciò che ne esce, ma sapete una cosa? Questa è la vera informazione. Il contenuto specifico può essere vero oppure no. Non si sta parlando della cronaca di tutti i giorni, di cosa ha detto Tizio alla riunione della Federazione Internazionale Ladri in Colletto Bianco, o di quell’altro che ha fatto fuori il vicino d’appartamento perchè ascoltava i One Direction con gli auricolari a volume troppo alto (e fa bene ad ammazzarlo, tra l’altro, non per il volume ma per dei gusti musicali a dir poco rivoltanti). Non si parla dell’informazione da telegiornale o da quotidiano: lì sì che è fondamentale l’accuratezza sulla veridicità effettiva del contenuto, anche se poi abbiamo le prove praticamente tutti i giorni della marea di vaccate propinateci dai cosiddetti “media mainstream”. Ma questo è un altro discorso…

La vera informazione, fuori dalla cronaca quotidiana, non è quella preconfezionata dall’esterno, elaborata da altri, da prendere per intero e ficcarsela direttamente in testa. E’ invece quella ai limiti della logica comune, probabilmente assurda, ma che prende la vostra mente e la scuote violentemente; che richiede uno sforzo attivo da parte vostra per creare una nuova sintesi. E’ quella che vi fa lavorare, cazzo! Fa partire quel processo apparentemente caotico chiamato “ragionamento”, quello che crea nuovi collegamenti cerebrali e vi fornisce un qualcosa che prima mancava. Se poi quell’informazione è vera o falsa… ma importa davvero? E’ meglio prendere asetticamente una verità altrui, frutto di un processo mentale a voi esterno e forse corretto o forse no, oppure assimilare informazioni ad ampio spettro, attivarsi mentalmente e giungere da par vostro a una conclusione (temporanea)?

Comunque sia, basta chiacchiere e andiamo al sodo. L’ipotesi di oggi è vera informazione, cioè: il contenuto potrebbe essere vero o falso, ma ad ogni modo ha lo scopo di farvi lavorare, di stimolarvi le sinapsi. Chiamiamola “informazione consapevole”, toh. Pronti? Via!

Un po’ di tempo fa avevo scritto di come ogni essere umano nella storia, dal primo fino al neonato in questo preciso secondo, abbia già tutti gli strumenti necessari per giungere alla conoscenza della realtà delle cose. Non importa dove si nasca o in che epoca: la vita è la vita. Dunque, per il solo fatto di essere vivo, ognuno di noi ha già tutto l’occorrente per comprendere sè stesso. Non è assolutamente necessario entrare in contatto con determinati e precisi concetti o dogmi. D’altronde, è nata prima la vita o la Chiesa? O la scienza?

Una persona nata 100mila anni fa aveva le stesse identiche possibilità di comprensione di vostra nonna e di voi stessi oggi. Non ci sono nati di serie A e di serie B: “tutti gli esseri umani sono creati uguali”.

Premessa: conoscere sè stessi è l’equivalente di “conoscere la realtà”. Non si può conoscere uno e rimanere ignoranti dell’altra, essendo la stessa identica cosa. Sì lo so: avete già sentito ‘sta storia migliaia di volte. E avete ragione, ma purtroppo la new age ha stuprato il concetto di “unità” così come la Chiesa ha violentato quello di Dio, ma non significa che “unità” e “Dio” siano concetti da ignoranti: basta purificarli dalle distorsioni. Se mi seguite da qualche tempo sapete che i miei discorsi non appartengono nè alla logica cattolica nè a quella new age. Il motivo è semplice e parte da un banale presupposto: la gente è rincoglionita. Non tutta, per carità, ma sui grandi numeri non c’è scampo: le milioni di bugie applicate assiduamente e chirurgicamente dal “sistema” distorcono la percezione della stra-stra-stra-stra-stragrande maggioranza delle persone. Quindi, quando vedo una certa “massa critica” condensarsi all’unisono intorno a un determinato concetto, scatta la spia rossa del “c’è qualcosa che non quadra” e solitamente l’errore è più di interpretazione che d’altro.

Bene, torniamo a noi e alla provocazione. Dunque, avendo già noi di nostro gli strumenti per conoscerci ed essendo noi, in quanto vita stessa, l’oggetto da conoscere… perchè siamo tutti contenti quando viene fatta una scoperta? Tipo le leggi di Keplero… o la non-località. Scoperte (che poi non sono propriamente delle “scoperte”) di questo tipo, insomma, nel campo della chimica, della biologia, della fisica.

Ogni scoperta del genere dovrebbe essere occasione di riflessione profonda, altro che caviale e champagne. Bisognerebbe accoglierla con una sana e positiva tristezza. Scoperte simili sono un segnale chiarissimo di quanto siamo lontani dalla vera consapevolezza, dalla conoscenza consapevole, l’unica vera comprensione, quella che non ha bisogno di essere richiamata mentalmente e ripetuta mille volte perchè se no ce la si dimentica.

Più scoperte ci sono, più significa che ci stiamo allontanando dalla vita (in senso lato) e abbiamo bisogno di mettere tutto nero su bianco per accorgerci di un qualcosa che già dovremmo intimamente sentire e sapere. Fortuna che la natura non è scema e sa perfettamente come mantenere l’equilibrio e fornire a noi, distratti smemorati, le informazioni necessarie là dove noi guardiamo di più: fuori. Per cui, se una volta non c’era bisogno di scoprire la gravità perchè la conoscevamo perfettamente e ne avevamo la piena consapevolezza in qualunque momento e in qualunque situazione, a un certo punto siamo diventati così rincoglioniti da spingere la natura a costringere qualcuno, che è “capitato” essere Newton, a “scoprirla”, a formalizzarla matematicamente in modo che la mente potesse capire, che l’attenzione della mente potesse focalizzarsi su di essa. Dalla “conoscenza consapevole”, l’unica vera conoscenza esistente, siamo passati a quella “inconsapevole”, superficiale, solo mentale. Quella conoscenza non sentita, che se vi chiedessi “quali sono i princìpi dello termodinamica?” dovreste compiere uno sforzo mentale per andare ad aprire i cassetti polverosi della memoria riempiti quando eravate adolescenti.

Il telescopio, ad esempio. Grande scopertona di inizio ‘600, portata a perfezione da Galilei, la quale permette all’uomo di allungare lo sguardo verso le profondità cosmiche come mai prima nella storia. Figata! E se invece fosse il segno di una perdita di consapevolezza? Improvvisamente la natura, la realtà, ha reagito all’abbassamento della “conoscenza consapevole” (interiore, sentita, vera) permettendo la creazione di uno strumento materiale (esterno) con lo scopo di portare la nostra attenzione su una capacità, o conoscenza, che già prima avevamo ma della quale abbiamo perso consapevolezza. Civiltà intere conoscevano le stelle e i movimenti planetari senza l’ausilio di particolari attrezzature che non fossero gli occhi. L’elaborazione delle informazioni ricavate da essi risiedeva all’interno, al sentire interiore, non era mentale: la mente entrava in azione dopo, convertendo il sentimento nella lingua del luogo e rendendolo comprensibile. Un procedimento non dissimile da quanto facciamo noi quotidianamente quando descriviamo l’amore, o la paura, o la rabbia: prima c’è il sentimento (in questo caso è meglio usare il termine “emozione”), poi la mente lo razionalizza e sorge il pensiero-parola “amore”, “odio” eccetera.

Dando per buono quanto detto finora, un’ulteriore deduzione sarebbe questa: l’uomo sta regredendo, “delegando” all’esterno sempre più facoltà che invece gli sono proprie. Il cosiddetto “progresso” della società o della civiltà è in realtà una regressione dell’uomo, sempre più schiavo di impulsi, oggetti, persone e concetti/formule “strabilianti” inerenti la realtà chiamati “scoperte”. Il nostro mondo sta diventando sempre più mentale, ovvero sempre più limitato a livello di attenzione, più circoscritto come consapevolezza. Più ignorante, insomma. Aumenta la “conoscenza inconsapevole” e crolla quella “consapevole”.

Lo avevo già scritto una volta: la manifestazione fisica cambia, ma l’intelligenza che la muove è sempre la medesima. Sono cicli più piccoli dentro cicli più grandi dentro cicli ancora più grandi e via così. Ora stiamo vivendo una nuova manifestazione fisica del ciclo “società umana” e ci troviamo nella fase “discendente” della ruota, quella della negazione dell’esistenza stessa, dell’allontanamento della consapevolezza dalla realtà delle cose. E’ l’onnipotenza ai massimi livelli: la realtà che rinnega sè stessa. Questo sistema sociale globale è funzionale allo svolgimento del ciclo, Illuminati inclusi.

Il paradosso poi è evidente: per quanto ne sappiamo, mai come oggi l’umanità è stata così connessa e una tale mole di informazione disponibile non s’è mai vista nell’intera storia. Eppure ci stiamo sempre più allontanando dalla vera conoscenza. E non mi tirate in ballo quella vaccata che ho già letto mille volte, ovvero “sempre più persone nel mondo si stanno rendendo conto delle bugie che vengono loro raccontate e il cambiamento sta arrivando, e i potenti hanno i giorni contati, e la consapevolezza di qua e la consapevolezza di là”. Balle. Sarà anche vero che molti, sfruttando intelligentemente Internet, indagano e provano a capirci di più, ma occhio: il sistema ha una ragnatela per tutto, fornisce una risposta preconfezionata a qualsiasi domanda ed è estremamente facile, ma davvero molto molto facile, rimanerne impigliati. Per questo è fondamentale sviluppare un sincero sentire interiore: questa consapevolezza è l’unica verità a non cambiare mai per delle paturnie del guru di turno. Ma la ragnatela di risposte è così per disegno, non è colpa degli stracciaballe degli Illuminati o di mio nonno in carriola. Ma cosa credete, che siano loro a manovrare tutto? A creare la realtà? (ecco un esempio di risposta preconfezionata, se vi steste domandando a cosa mi riferissi)

No no, toglietevelo dalla testa: loro sono strumenti, materializzazioni fisiche funzionali all’esperienza esattamente come lo è ognuno di noi.

Tutto è perfettamente dove e come deve essere. Il calo di consapevolezza continuerà, non fatevi illusioni: raggiungerà il suo picco “negativo”, quello nel quale tutte quelle idee strane normalmente etichettate come “sataniste” (non sono altro che intelligenza animale di base non guidata da un briciolo di consapevolezza più elevata) saranno dilaganti e poi ricomincerà pian piano a salire. Oppure, arrivato al minimo possibile, ci sarà un mega reset generale e la consapevolezza ripartirà direttamente “dall’alto”. Cioè, non vorrei dire, ma guardatevi voi per un attimo: quanta consapevolezza avete di voi stessi? Quanto siete presenti? Quanto ci siete da 1 a 10? Poco, molto ma molto poco, giusto per dare un contegno all’altrimenti straripante intelligenza animale di base propria del binomio mente+corpo.

Arriveremo al punto che uno scienziatone giapponese, tale Oratù Melosuki, farà la scoperta delle scoperte: l’acqua calda. E tutta l’umanità si unirà in giubilo e gloria, brindando al progresso della conoscenza derivante dalla formalizzazione matematica di un fenomeno “fino ad allora inspiegabile”. Premi Nobel multipli ed intere serie di documentari in onore dell’uomo venuto dall’oriente per far levare il sole della conoscenza sull’oscurità dell’ignoranza e “aprire un nuovo spiraglio verso la comprensione dell’universo”. Brinderete anche voi insieme agli altri, oppure vi farete una bella risata compassionevole di fronte a cotanta assurdità dettata dall’ignoranza?

Entrare in contatto con la “conoscenza inconsapevole” dovrebbe avere uno e un solo scopo: attirare l’attenzione per fare emergere la “conoscenza consapevole” intrinseca in ogni persona per il solo fatto di esistere e di essere esistenza pura. Vale per tutto il mondo e tutta la vita: servono per “uncinare” la vera essenza, la vera vita, e farla emergere dalle altissime profondità nelle quali si trova, sepolta sotto un mare di puttanate a cui diamo la nostra identificazione. La grande differenza tra “consapevole” e “inconsapevole” è che quest’ultima è mentale: quindi è superficiale, proveniente dall’esterno e manipolabile. Ma non preoccupatevi: è giusto sia così.

Stimola o no, l’ipotesi del “progresso come regresso”?

01 luglio 2014

Neil deGrasse e il manifesto della scienza: la comprensione sta da un’altra parte

Ok, allora: è da un po’ che non scrivo qui sul blog. Il motivo è che sto provando a scrivere altro (o meglio, in un’altra forma) e mi sono accorto di non riuscire a coniugare proficuamente le due cose. Già un altro paio di volte avevo tentato di focalizzarmi “sull’altra forma” e sembrava ci fossi quasi riuscito. Ma poi, puntualmente, mi ritrovavo di nuovo qui a buttare giù un paio di papiri sotto forma di post e addio sogni di gloria. Stavolta mi sono imposto di non tornare su questi lidi digitali così assiduamente e magari farlo solo per brevi puntate. Oggi è una di queste.

Due fatti concatenati. Il primo: ieri sera stavo guardando Germania – Algeria. Sì, non sono uno di quegli snob della domenica, finti attivisti e moralisti del cazzo che “non guardano i mondiali perchè sono contro il governo brasiliano, le multinazionali, e il calcio è un’arma di distrazione di massa, ed è per i pecoroni, e prendono barcate di soldi”, tutti questi piccoli e falsi Gandhi frustrati che cercano di darsi un tono per non ammettere a loro stessi la miseria che sono. Mentre guardavo la partita, c’è stato un momento strano. Non lo saprei descrivere. Avete presente la scena del primo Matrix, verso la fine, quando Neo entra dentro l’agente Smith, lo fa esplodere e  poi riesce a vedere la matrice oltre l’apparenza dell’ambiente circostante, con tutti i numeri verdi in cascata? Ecco, una roba concettualmente simile. C’erano degli omini vestiti di bianco e nero contro altri vestiti di verde, e si muovevano tutti coordinati cercando, gli uni, di segnare e gli altri di difendersi. Tutti, però, provano a capire come portare a termine il loro lavoro attraverso gli schemi di gioco, movimenti, tagli, coperture, mosse e contromosse. Osservano la situazione ogni istante e si ingegnano per capire come fare, da dove passare, a chi passare. E così mi sono ritrovato a farlo anch’io, a seguire da una posizione rialzata rispetto al campo visivo dei giocatori sul campo lo sviluppo migliore per l’azione. Non è la prima volta, ovviamente, che accade. A occhio e croce direi sia la milionesima e uno. Ma c’è stato un attimo diverso da tutti gli altri, nel quale ciò è accaduto portando con sè una frazione di secondo di maggior consapevolezza.

Per un istante eternamente breve ed eternamente lungo, è’ diventato palese di fronte ai miei occhi, dentro ogni fibra del corpo e luminoso nella mente, l’unico vero motore dell’intera esperienza universale (ellamadonna, addirittura?! Guardando una partita di calcio?!): la conoscenza. Tutte le nostre vite, la ragione d’esistenza dell’universo e delle forze che lo abitano e lo formano, anch’esse manifestazioni intelligenti al pari di tutto il resto; tutto ha lo scopo ultimo della comprensione. TUTTO. Capire, provare e riprovare, vivere, esperire. Il fine è la comprensione, la conoscenza. La vita vive per conoscere e conoscersi, al punto che “vita”, “conoscenza”, “comprensione” e “consapevolezza” sono perfetti sinonimi. Dal più piccolo e infinitesimale episodio nella vita di un microbo, all’esplosione di una supernova, passando per i fatti della nostra vita di tutti i giorni: tutto è funzionale alla comprensione. La parola d’ordine è “capire”, che siano i misteri dell’universo o il modo per segnare un gol.

Il secondo fatto cade a fagiolo con un tempismo… divino, perfetto come sempre. Stamattina stavo leggendo un articolo, del “Siege Media Comedy Blog” a firma Alex Van Hamme, linkato dalla pagina Facebook ufficiale di Bill Hicks, nel quale si parla della comicità satirica oggi. A quanto pare, qualche tempo fa un tizio aveva scritto un pezzo sui comici “post-Carlin”, come ad esempio Louis C.K., definendoli come “i veri filosofi di questa generazione”. L’articolo linkato era una risposta (che mi sento di condividere in pieno: Hicks e Carlin sono di un altro pianeta) a quest’affermazione. Comunque sia, a un certo punto nell’articolo l’autore parla di Neil deGrasse Tyson, scienziato (o meglio: scienziologo) del quale avevo parlato anche io qualche tempo fa in merito alla serie di documentari “Cosmos”, e non ne parla proprio bene. Lo definisce come “una delle personalità, nella moderna cultura popolare, più distruttive nei confronti della filosofia”. Azz, pesante. Come mai?, mi chiedo.

Due righe, un collegamento a un articolo di “The Week Magazine”, ed ecco la risposta: deGrasse ha rilasciato un’intervista audio per “The Nerdist Podcast”, di tale Chris Hardwick (da Wikipedia apprendo essere un comico, scrittore, sceneggiatore e mille altri ruoli) e fin qui nulla di male. Non fosse che, a un certo punto, il simpatico Neil comincia a demolire quella pratica irrisoria e deplorevole chiamata “farsi delle domande”. Prendo un pezzo riassuntivo da “The Week Magazine”, ma se capite l’inglese e volete ascoltarlo in prima persona, andate a questa pagina, fate partire l’audio e saltate a qualche secondo oltre il minuto 20.

Dichiara fieramente la sua irritazione con il “farsi domande profonde” che portano a “inutili ritardi nel tuo progresso” nell’affrontare “questo grande mondo dell’ignoto là fuori”. Quando uno scienziato incontra qualcuno incline a pensare filosoficamente, la sua risposta sarebbe di dirgli “Sto andando avanti, ti lascio dietro e non puoi nemmeno attraversare la strada perchè sei distratto da domande profonde che hai fatto a te stesso. Non ho tempo per questo”.

Van Hamme riporta un’altra affermazione dello scienziologo:

“I filosofi credono di stare ponendo domande profonde sulla natura. E per lo scienziato è ‘cosa stai facendo? Perchè stai buttando via il tuo tempo? Perchè ti fai problemi col significato del significato?’”

Questo è un esempio fulgido della scienza oggi e va a confermare quanto avevo già scritto su deGrasse, Hawking e la scienza in generale. Siamo esseri naturalmente dotati della capacità di dare senso alle cose, di comprenderle, di capirle fino al midollo ma, scienza docet, dobbiamo solo limitarci a descrivere l’universo, non a capirlo. Accade un evento, tipo la cazzo di mela di Newton (diamola per buona): questo si mette lì, trova la formula della gravità e via, finito, capito. No! Ha solo descritto il funzionamento, ma la comprensione è un’altra cosa. “Comprendere” significa trovare la risposta non al “come”, ma al “perchè”.

Sono lì seduto sotto un albero, pacifico e in relax, lontano dal caos del mondo. All’improvviso qualcosa coccia contro la mia testa, causandomi dolore. Piccola bestemmia mentale, poi abbasso lo sguardo: è una mela. Facciamo finta che la comprensione, la conoscenza, sia la risposta al “come”: come è caduta la mela? La mela è caduta dall’alto verso il basso. Cazzo, che sforzo di comprensione! Newton, giustamente, non si è chiesto “come” ma “perchè”: perchè codesto frutto è cascato sulla mia britannica capoccia? Così ha fatto un passo verso la comprensione: è stata la forza di gravità. Il problema è che si è piantato lì, dopo aver trovato la formula. Non ha davvero capito la gravità: ha capito che c’è qualcosa, l’ha chiamata “forza di gravità” e ne ha descritto il funzionamento. Punto. Ma cos’è la gravità? E perchè esiste? E perchè esiste in questo modo? Perchè non in un altro?

Perchè i corpi celesti sono sferici? Magari non sfere perfette, ma comunque sferici. Perchè l’acqua? Perchè l’interazione sole-acqua? Perchè due braccia? E perchè in quella posizione? “Perchè così si può stare eretti e afferrare le cose”. NO! Non è una risposta valida. Non è una risposta al perchè ma al “cosa si può fare per sfruttare questa condizione”. Capire il perchè ultimo delle cose: questa è la vera comprensione. Significa mettersi nei panni dell’intelligenza che ha “inventato” tutto questo e che continua a renderlo perfettamente coerente. Ah già è vero, scusate! Colpa mia, che sciocco che sono: per la scienza è tutto frutto del caso. Niente ha una vera ragione d’essere: è semplicemente capitato andasse così. Una cosuccia piccina picciò, minuscola, apparsa non si sa come, si è improvvisamente espansa espansa espansa fino a diventare troppo grande da anche solo lontanamente immaginare, esistendo perfettamente non per un giorno, nè per un mese e nemmeno per un anno ma per 14 MILIARDI di anni senza mai diventare in nessun punto incoerente con sè stessa, nonostante le fantastiliardi di interazioni/collisioni che si verificano anche solo in 1 centimetro quadrato in 1 nanosecondo. Ma fa niente: è il caso.

Ma perchè? Perchè? Perchè la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone? Perchè?

:)

 

P.S.: prima ho scritto “mettersi nei panni dell’intelligenza che ha ‘inventato’ tutto questo”. Si potrebbe anche scrivere così: “cominciare a sentire intimamente l’essenza della realtà e accorgersi di essere esattamente quella roba lì”.

03 giugno 2014

Una lampadina sui vangeli - La morte di Gesù

Terza puntata di quella che ormai sta diventando una saga degna del miglior Guerre Stellari. Che già i 3 nuovi… mah. Adesso che devono fare pure il settimo episodio… doppio mah. Comunque, dopo aver chiarito i comandamenti e demolito il diavolo, è il turno della morte di Gesù. E della sua resurrezione. Mica pizza e fichi. Lucas, fai un film su ‘ste cose, se ci riesci. Anzi no, va, lascia perdere che è meglio: di gadget religiosi ne abbiamo già a bizzeffe.

La storia di Gesù e del Cristo è esattamente ciò che ognuno di noi è destinato a vivere, a sperimentare. No, non moriremo tutti crocifissi in qualche piazza pubblica, tranquilli.

Leggendo un po’ i vangeli (adesso sto leggendo Marco) ho notato una storia in 3 fasi, caratterizzate da 3 tipi leggermente diversi di immagini e di concetti, che vanno a formare un cerchio.

Prima parte
E’ la nascita della coscienza nel corpo, l’immacolata concezione dello spirito con Maria, l’unione tra il mascolino e il femminino. I due princìpi si fondono e danno vita alla manifestazione “terrena” della coscienza. Giuseppe è il corpo fisico. Infatti,

Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. […] ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. […] [22]Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: [23]Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa “Dio con noi”. [24]Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, [25]la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

Matteo 1, 18-25

Maria e lo spirito santo, i due princìpi basilari, si fondono in una sorta di esperienza sessuale celeste. Maria, la coscienza, il femminino, il vaso, il recipiente, porta nel suo grembo il potenziale divino. Giuseppe, il mascolino terreno, l’animale figlio della natura meccanica, prende Maria in sposa senza nemmeno conoscerla, ovvero: la coscienza, piena di potenziale, entra nel corpo fino ad allora ignaro che essa esistesse. Giuseppe si “sveglia dal sonno”, ha la prima scarica di consapevolezza, comincia ad essere vivo e, inevitabilmente, prende con sè la coscienza. Da questa unione fisico-eterea “nasce” Gesù, il trait d’union tra l’animale e il divino, la potenzialità della consapevolezza di realizzarsi pienamente nel corpo. Non è una nascita vera e propria, dato che la coscienza non ha inizio nè fine, è infinita: è più una venuta al mondo, diciamo.

Seconda parte
E’ quella più lunga. In pratica è il cammino della consapevolezza nella vita fisica e il suo scontro con l’animale, con l’ego, con la bassa consapevolezza e le sue “qualità”. I farisei, i sadducei eccetera. E’ anche la parte che più parla a noi, intesi come esseri identificati che hanno dimenticato la loro reale essenza. Ogni malato che Gesù guarisce siamo noi, in questo senso; Pilato che non si prende la responsabilità; il popolo che sceglie Barabba; i sacerdoti, gli anziani e gli scribi siamo noi tutte le volte che facciamo i superbi e, attaccandoci alle parole, neghiamo il loro vero significato.

Thank You Jesus but

“Non posso mangiarlo. Sono vegano.”, “Quel pesce è stato testato per la presenza del mercurio?”, “Il pane è senza glutine?”

Siamo noi tutte le volte che crediamo di aver capito qualcosa solo perchè abbiamo memorizzato delle parole e ci attacchiamo ad esse al punto tale che perfino di fronte alla Verità, con la V maiuscola, le difendiamo strenuamente perchè, per noi, sono più comode e sicure. Ormai sono parte di noi.

Ogni volta che parla Gesù dovreste sentire qualcosa muoversi dentro: siete voi, il vero voi, che sta parlando al falso voi, a quello che credete di essere. Questo movimento o è talmente scioccante da stordire la mente e permettere alla coscienza di emergere un pelino, oppure porta un grado maggiore di conflitto interiore, alza l’asticella dello scontro per portare lì la vostra attenzione. Lo scontro tra il bene e il male è questo, eh: è lo scontro tra il divino e l’animale. Ma il male non è Il Male, non è sbagliato o da ripudiare: non c’è giudizio. L’animale è l’animale, punto. Non è sbagliato, è quello che è. Ma noi non sappiamo cos’è, per cui giudichiamo. Il giudizio è una spia che ci indica mancanza di consapevolezza. E’ come avere un compagno di viaggio che, di fronte a una determinata situazione, ci dice “Guarda che non hai capito. Sveglia! Dobbiamo tornarci, su ‘sta cosa. Sei bravo/a ma non ti applichi”. Con “animale” intendo non solo la materia più “bassa” ma anche la mente. In pratica sono gli strumenti “terreni”, quelli “nati” qui e predisposti in questo spettro di frequenze per permetterci di vivere l’esperienza qui.

Terza parte
E’ la crocifissione di Gesù. E qui è l’apoteosi della meraviglia. Noi mettiamo in croce la consapevolezza e ci illudiamo di poterla uccidere, ma quella ci fa “Tiè!” con un bel gesto dell’ombrello e ci lascia lì a bocca aperta come i pirla che siamo.

In questa parte cambia la rappresentazione di Gesù, il quale non è più inteso interamente come consapevolezza, come qualcosa di immateriale e perfetto, perchè a morire non è la consapevolezza ma il corpo, la materia, l’animale, l’ego, chiamatelo come volete. La coscienza continua a vivere (la resurrezione) libera dai “vincoli terreni”. Ha trasceso l’animale, il mondo, il dualismo e si è realizzata nella sua perfetta pienezza. Ma qual è il momento in cui Gesù smette di essere una rappresentazione della consapevolezza? Le parole sulla croce.

Sulle parole che Gesù dice in croce, “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, c’è un dibattito. Ci sono due scuole di pensiero: quella più classica che si rifà direttamente alla traduzione evangelistica, ovvero “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”; e un’altra, più nascosta, che sono venuto a conoscere un po’ di tempo fa tramite Rocco Bruno, la quale sostiene che Gesù, in quel momento, non abbia parlato in ebraico ma in lingua Naga, del Tibet, o addirittura in lingua Maya. Quindi, seguendo questa teoria, la traduzione sarebbe qualcosa tipo “Ora mi immergo nella presenza di un nuovo giorno”.

Ora, a me è sempre sembrato molto, ma molto strano che Gesù di colpo venisse abbandonato così da Dio. Questo praticamente da sempre, da molto prima che iniziassi a interessarmi di controinformazione. Pensavo: cioè, scusa, fai tutto ‘sto casino, figlio di Dio e menate varie, e poi il paparino ti molla lì come uno stronzo qualunque a morire tra atroci sofferenze? C’è qualcosa che non quadra. Quando, poi, è iniziato il viaggio nella controinformazione, ho pensato che quelle parole e l’immagine di Dio che abbandona perfino il suo figlio prediletto siano state aggiunte dai potenti di turno per sminuire e schernire Dio e togliere dunque ogni speranza alle persone che in queste cose credevano (e credono tuttora), ovvero tendenzialmente il popolo. Poche parole per aumentare il potere dei potenti, in pratica. Quando ho sentito la traduzione “alternativa” dalla bocca di Rocco Bruno mi sono sentito quasi sollevato, nel senso che dava conferma ai miei dubbi e forniva una spiegazione decisamente più logica e sensata all’intera faccenda.

Ora, però, mi trovo a rivalutare in positivo anche la versione canonica. In sostanza, vanno benissimo entrambe le versioni. “Ora mi immergo nella presenza di un nuovo giorno” è già straordinaria di suo perchè lascia intendere la vittoria sulla morte e la morte non può che essere quella “fisica”, la vittoria della vita sul mondo. Fantastico. Ma probabilmente la traduzione canonica è addirittura più efficace. Sostenere infatti che Gesù, poco prima di morire, dica “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” significa cambiare la rappresentazione di Gesù stesso: da questo momento in poi non raffigura più la coscienza cristica ma “si abbassa” al livello dell’animale, dell’ego, della natura meccanica. Dunque, quello che poco dopo trova la morte non è la coscienza ma l’ego, o chiamatelo come volete. E’ un espediente concettuale geniale perchè altrimenti, se non ci fosse, noi penseremmo che quella a morire in croce sia la coscienza, l’essenza dell’essere stesso. Ma scusate, ma la coscienza non mica è immortale? Non è mica senza inizio nè fine? Ma se muore significa che è anche nata. Ma quindi la coscienza farebbe parte di un ciclo, sarebbe figlia del dualismo. Sarebbe figlia del diavolo.

Capite quanto sono importanti quelle parole? Servono a farci comprendere chi è che muore in croce. Ci fanno comprendere che non muore la coscienza e che non può mai morire perchè è eterna ed infinita. A morire è “il figlio del mondo”, diciamo, è quello stato d’essere che non percepisce l’intrinseca unità del tutto. Morire, trascendere la personalità, sono sinonimi. Congiungere gli opposti, superare il dualismo, uscire dalla ruota delle reincarnazioni, uscire dal samsara.

E così si chiude il cerchio e torniamo all’inizio, a Maria e Giuseppe, all’entrata della coscienza nel corpo, inevitabile e al tempo stesso “volontaria”, “spontanea”. Il “ciclo” fuori da ogni ciclo, l’infinito. Stupendo.

Il destino di ognuno
Rallegratevi! La storia di Gesù/coscienza è assolutamente positiva perchè, alla fine della fiera, è la storia di ogni singolo essere vivente nell’universo e fissa in parole quello che è il destino di tutti: la realizzazione, l’illuminazione, la sconfitta del diavolo, l’uscita dai cicli, la vita, la salvezza dell’anima, l’ingresso nel regno dei cieli. Ci sono mille modi di etichettarlo, sceglietene uno. Noi, la coscienza/consapevolezza, la denigriamo, facciamo i superbi, stiamo male e la molestiamo, ci erodiamo dentro fino allo sfinimento e ci illudiamo di poterla vincere, bloccati come siamo nel dualismo, nell’animale, nella natura meccanica e ciclica. Ma non ce n’è: alla fine vince lei. E quando succede, si sente che siamo noi a vincere. Il vero “noi”, il “Dio con noi”, quello nascosto sotto una montagna fumante di sterco mentale ed emozionale. Ognuno di noi sta combattendo una guerra assurda e per di più senza la minima speranza di vittoria. Siamo “in opposizione” a noi stessi, dei fantasmi nati e destinati a morire che si buttano strenuamente “in guerra” contro l’eterno ed infinito.

Arrendetevi. Sparite, fate spazio e lasciate emergere ciò che è sepolto. Tanto, alla fine, verrà fuori comunque.

30 maggio 2014

Una lampadina sui vangeli - Il diavolo

Continuo a parlare dei vangeli sperando di riuscire a scatenare in voi un piccolo cortocircuito, dato che queste non sono le classiche spiegazioni mongoloidi del catechismo, ma dovrebbero invece suscitare un minimo di ragionamento, oltre a mostrare alcuni controsensi e ipocrisie tipiche sia dei cristianoni della domenica, sia di tanti altri studiosi e/o teologi pseudo-intellettualoidi che si riempiono la bocca di frasi a mo di pappagallo. Se non c’è un minimo di sentimento, non c’è niente e purtroppo tanti, sia “devoti” prelati e amici vari, sia detrattori dell’ultimo minuto perchè adesso “fa figo parlare male della religione”, si perdono in millemila elucubrazioni mentali da far schifo. O sono ignoranti o sono ottenebrati e rincoglioniti da anni e anni di sapiente lavoro atto a dare una forma mentis molto precisa, nella quale si sono inevitabilmente persi al punto da non trasmettere più nessun sentimento insieme alle parole.

Comunque sia, qui non si fa catechismo.

Se seguite questo blog da un po’, sapete bene che l’ho menata parecchio sul diavolo, fino allo sfinimento, perchè mi sono rotto le palle di continuare a leggere articoli nei quali si parla del diavolo seguendo sempre schemi inerenti la forma mentis di cui sopra. Il tizio con lo stramaledetto forcone di ‘sta cippa, in pratica, venerato dai quei grandi geni dell’èlite mondiale, che sta sempre lì a punzecchiarti il culo e a farti odorare lo zolfo.

No, non è così: il diavolo è “colui che divide”. Proprio etimologicamente. E chi è che divide? Tu, inteso come quell’agglomerato stantio di convinzioni, schemi mentali e identificazioni. Tu che ti metti in mezzo tra la vita e l’esperienza della vita. Tu sei il cazzo di diavolo ogni volta che confondi ciò che sei veramente con l’animale biologico. Questo più o meno è il riassunto della faccenda.

Leggendo, però, sempre il vangelo di Matteo è sorto un ragionamento. Se sui comandamenti è stata più una folgorazione istantanea e potente, qui l’evento è stato più soft, un sottile filo di sentimento da seguire. Tra l’altro, Matteo parla delle tentazioni del diavolo nei confronti di Gesù nel capitolo 4, ben prima dei due comandamenti enunciati da Gesù stesso (capitolo 22). Per un motivo a me ignoto, è però arrivata prima la folgorazione sui comandamenti e solo in seconda battuta il ragionamento sul diavolo. Vai a capire…

Il risultato del ragionamento va a colmare un vuoto nel puzzle, collegando concetti diversi e solo apparentemente staccati tra loro. Vediamo se riesco a farvi capire. Tutto parte da due considerazioni di base: il diavolo è “colui che divide” e l’esistenza in questo spettro di universo è composta da cicli. I più facilmente osservabili sono quelli giorno-notte e l’alternarsi delle stagioni, oltre ovviamente a quello vita-morte. Cos’è, fondamentalmente, un ciclo? E’ un succedersi meccanico di avvenimenti. Nell’universo, i cicli servono a far sì che la natura si mantenga in vita, che mantenga delle condizioni di sopravvivenza imprescindibili per generare l’esperienza. I cicli sono una conseguenza della separazione primaria, quella che dall’unità ha portato alla formazione del dualismo. L’eternità, senza inizio nè fine, improvvisamente si trova “spaccata”: per cui a un certo punto nasce ed è meccanicamente destinata a morire. Un ciclo.

Il ciclo delle reincarnazioni, il samsara… Stessa roba: cicli.

Cioè, non vorrei dire, ma è già scritto. E’ il diavolo. In formato macro, se vogliamo, da integrare al diavolo “micro” dentro ognuno di noi, ma d’altronde è il famoso “come sopra, così sotto”. La natura, intesa come insieme di cicli: questa è diavolo. Il dualismo, quella cosa che inizia e finisce, positiva e negativa, interiore ed esteriore. Il ciclo è prevedibile e previsto. E’ meccanico, mentale, in un certo senso, pensato, pianificato, studiato. E’ “morto”, gli manca la scintilla di imprevedibilità, di spontaneità. Di vita. Sottostare al ciclo significa non essere vivi: si sa già come va a finire, è già “scritto”, è ripetitivo, è una routine. Oltre a questo, poi, divide l’eternità/l’infinito in due: nascita-morte, giorno-notte eccetera. Più diavolo di così!

Dio non è prevedibile: è spontaneo, non può sottostare a nessuna “legge”, a nessun ciclo. E’ la vita stessa, non è pensato, non ha routine. La natura/diavolo ha la necessità di ripetersi sempre uguale e per farlo deve necessariamente mantenersi. L’esempio più lampante e più ovvio è il sesso. Restringendo il campo al solo sesso umano, la natura a un certo punto ha iniziato un ciclo “umanità”, chiamiamolo, e da allora, tramite il sesso, permette al ciclo di continuare. “Aaaaaaah! Adesso è chiaro! Ecco perchè, per esempio, i satanisti puntano di brutto sul sesso nelle sue forme più animali!” L’energia sessuale è la più potente e, se usata in un certo modo (con una certa consapevolezza), può portarci fuori dal ciclo; viceversa, se usata in altri modi (ignorando il suo potenziale e fermandosi solo alla riproduzione o al piacere), può legarci di più ad esso.

“Ma quindi stai dicendo che la natura è il diavolo stesso?” Sì, in un certo senso sì. Ma qui sta il bello, perchè emerge sottilmente un dato di fatto: la natura non è cattiva. I cicli non sono “sbagliati”, e il diavolo non è “il male”: sono quello che sono. La natura è quella che è. Per fare funzionare un ciclo è sì necessario un certo livello di intelligenza, ma è comunque un livello limitato, fatto di leggi naturali, di paletti. Oh, non sto dicendo nulla di astruso: lo sperimentiamo tutti i giorni. Tirate una palla per aria e questa ricadrà meccanicamente al suolo, tanto per fare un esempio banalissimo. L’unico scopo della natura a livello meccanico/ciclico è mantenere le condizioni necessarie affinchè l’esperienza della vita soggettiva possa verificarsi. Fornisce il palcoscenico, l’ambiente necessario affinchè l’esperienza possa accadere in tutta la sua magnificenza. E’ funzionale a Dio, diciamo. Tutto qua. Ma non sta scritto da nessuna parte che noi dobbiamo rimanere incastrati nei cicli. Uscire dal ciclo significa essere vivi; significa realizzarsi; significa “entrare nel regno dei cieli” o nel nirvana; significa trovare Dio; significa sentire la perfezione dell’esistenza; significa “sconfiggere” il diavolo; significa trascendere il dualismo, congiungere gli opposti eccetera eccetera. I “capi” di questo mondo è ovvio che siano satanisti: il loro scopo è mantenere le cose come stanno. E’ lo scopo della natura: sopravvivere, così da fornire i mezzi necessari per lo svolgimento (meccanico) dei cicli.

Un ciclo di vita qui è un tentativo. Butti il gettone nella macchinetta, giochi e vedi se vinci. Hai perso? Butti un altro gettone e tenti di nuovo. E così via.

Poi capita di leggere articoli sui satanisti farciti di giudizi negativi, su quanto sia forte il male e quanto noi siamo nella merda. Niente di tutto questo. Oppure quelli che scrivono dell’èlite satanista che si rifà agli insegnamenti luciferini della teosofia di Helena Blavatsky, mettendo la sua citazione del pezzo in cui dice che “Satana è il signore di questo mondo”. “Aah! Stronza! Vedete quanto questa gente sia malata e perversa? Sono convinti devoti del Cornutazzi e vogliono portare qui il suo regno su tutti noi!” No no, avete capito male. La Blavatsky ha ragione: Satana è il signore di questo mondo. Poi sul resto può anche essere un’esaltata in delirio, ma su questo ha ragione. Forse dimenticate un passaggio evangelico e qui entra in scena Matteo, capitolo 4:

[8]Di nuovo il diavolo lo condusse [Gesù] con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: [9]«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». [10]Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». [11]Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

“Tutte queste cose io ti darò”. Capito? Come si fa a dare qualcosa a qualcun’altro se non si è proprietari di quella cosa? Gesù, ovvero noi nella nostra più vera essenza, la massima coscienza e consapevolezza, lo scaccia perchè è consapevole che quelle cose non sono di nessuno al di sotto di Dio. Il diavolo (ovvero la natura meccanica) le ha in gestione, diciamo, le possiede su mandato. Ma comunque è “lui” il “proprietario” più diretto. Noi, dimenticatici di essere Gesù, “adoriamo” il diavolo nel senso che siamo presi dentro la natura animale, meccanica, per cui non sentiamo il legame con Dio e invece percepiamo solo la natura meccanica stessa, quella animalesca. Quindi, mettiamo il diavolo tra noi… e noi, sostanzialmente, tra la vita e la vita. Il diavolo è il “primo signore” di questo mondo, ma che dico: di questo spettro di universo. E’ un’intelligenza “limitata” al servizio del padrone ultimo, del solo ed unico vero capo della baracca, il quale è creatore di ogni intelligenza in ogni angolo di tutto l’universo. Dio è l’intelligenza ultima, senza regole nè confini.

Riesco a farmi capire? Sentire l’intimo legame con l’essenza dell’universo significa percepire la presenza del vero “padrone”. Ecco perchè Gesù respinge Satana: perchè Gesù non è di questo piano di esistenza e non risponde all’intelligenza (limitata) che questo piano lo “gestisce” (con tutte le migliori intenzioni, per giunta). Finchè non ci si riesce a liberare della falsa coscienza, delle identificazioni, dei binari mentali sedimentati, del punto di vista costruito da altri per noi e da noi assimilato in toto, ovvero: finchè non si riesce a fare emergere Gesù, noi tutti rispondiamo alle regole del “padrone” più “diretto” di questo spettro di universo. E quindi giù di cicli, di causa ed effetto, di nascita e morte, di schiavitù agli istinti animali e tutto il cucuzzaro.

Ripeto: non c’è alcun tipo di giudizio, nell’intero discorso. La natura meccanica, di sopravvivenza, dell’universo non è sbagliata, non è il male, anzi è fantastica perchè, se non ci fosse, l’esperienza qui sarebbe impossibile. Se tutto andasse ad minchiam, come sostenuto dagli irriducibili più accecati dalla scienza (non migliori di quelli più accecati dalla religione), questo universo sarebbe già andato a puttane da qualche miliardo di anni. Se continua a fornire lo scenario perfetto per la vita è perchè c’è un’intelligenza che sa il fatto suo. Il diavolo è la natura nel suo livello di consapevolezza più basso, quello più inerente la sopravvivenza e il mantenimento. E’ la natura conflittuale, necessaria per generare l’attrito adatto ad accendere la fiamma, a generare una tensione sufficiente affinchè il dualismo stesso non vada in corto ed emerga la percezione della Verità con la “V” maiuscola. Punto.

Il passo successivo è comprendere intimamente che ognuno di noi non è destinato a sottostare a questo basso “livello di intelligenza”, ma è invece qui per trascenderlo e percepire di essere un “esponente fisico” di un’intelligenza infinitamente superiore, generatrice e sola vera padrona dell’intera realtà. E c’è anche questo nei vangeli.

Stay tuned!

27 maggio 2014

Una lampadina sui vangeli - I comandamenti

M’è arrivata una folgorazione. Non è la prima, ma era comunque da un po’ che non succedeva. Provo a descrivere il momento esatto come meglio posso, dato che stavolta più delle altre sono riuscito a essere un filino più presente.

Qualche giorno fa ho sentito l’impulso di andare a rileggermi i vangeli. Sarebbe la seconda volta che me li scorro tutti. La prima è stata più di un anno fa. Paradossalmente, finchè ho avuto una visione più cristiana canonica, essendo cresciuto in una famiglia cristiana come tante, non mi aveva mai sfiorato l’idea di sedermi a leggere di Gesù. Poi è arrivata la fase “ateismo acuto” e figurarsi… Dopodichè con il tempo la situazione è andata cambiando parecchio, ma non avrei mai pensato di accostarmi così tanto al messaggio del Cristo. Sia ben chiaro: il fatto di non aver mai letto per intero i vangeli prima di uno schiocco di dita fa, è stato una benedizione. Se fosse accaduto diversamente, infatti, mi sarei trovato di fronte a parole astruse e infarcite mentalmente di un significato molto superficiale che, per di più, nel suo complesso non ha molto senso. Tutto, però, si è incastrato perfettamente e i vangeli, sia canonici che apocrifi, me li sono spupazzati solo dopo qualche anno di “disintossicazione” mentale sull’argomento e di ricerca individuale, vedendo di attingere da fonti diverse e imparando a stimolare un genuino senso critico.

La ricerca, ovviamente, continua. E capita che porti con sè dei momenti, chiamiamoli magici, nei quali è come se un fulmine elettrificasse per un attimo la mente, rendendola improvvisamente sveglia e galvanizzando, con lei, anche il corpo. Sono quei classici momenti della pensata, della lampadina che tac! si accende e in un solo, imprevedibile istante ci si ritrova a comprendere ciò che finora era sempre stato lì, davanti ai nostri occhi ma a noi estraneo, guardato ma mai visto.

Ecco, venerdì nel tardo pomeriggio è stato pressappoco così. Stavo leggendo il vangelo di Matteo, cercando di carpire il senso profondo di quelle parole che non possono essere soltanto un semplice, quanto particolare, racconto di narrativa. Cambiando la chiave di lettura dal Gesù storico, fisico, vissuto 2000 anni fa al Gesù come coscienza, consapevolezza senza forma, spazio nè tempo, rappresentazione della vita stessa che muove ogni corpo, ogni mente e l’universo intero, i concetti espressi prendono un significato molto diverso. Non è più un tizio prodigioso che elargisce regole morali di comportamento in un tempo che non c’è più: è ognuno di noi, la vera essenza di ognuno di noi, la vita stessa nella sua più alta espressione a parlare “all’altro noi”, a quell’aggregato volatile di idee con il quale ci identifichiamo quotidianamente. Gesù è ognuno di noi spogliato di ogni identificazione, in sostanza. Non è tanto diverso dal buddhismo…

Tenendo a mente questa chiave di lettura, stavo leggendo appunto Matteo e, a differenza di un anno fa, quando i vangeli li avevo sì letti tutti ma piuttosto velocemente, stavolta mi son sentito di andare più lentamente e “gustarmi” meglio ogni frase perchè, cazzo, un senso profondo ce lo devono avere. Ho perfino deciso di creare, per ogni vangelo, un file doc nel quale inserire le parti migliori, quelle che più mi “restituiscono” una sensazione di bellezza e verità. Chiamo questi file “Best of”. In questo caso, “Best of Matteo.doc”.

E leggo e leggo, copio e incollo nel file doc e tutto va piuttosto tranquillo, con alcuni punti che parlano di tanto altro oltre le semplici parole. Questo tra mercoledì e giovedì. Poi arriva venerdì, quasi di sera. Sto leggendo il capitolo 22, che a un certo punto recita così:

[34]Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme [35]e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: [36]«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». [37]Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. [38]Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. [39]E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. [40]Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

“Ma certo! E’ ovvio! Come ho fatto a non capirlo prima?!” Finalmente ce l’avevo davanti agli occhi… e lo vedevo! Il senso dei comandamenti, intendo. Dal nulla è emersa una sensazione piacevole, di grande meraviglia. E’ come quando sbatti centinaia di volte la testa contro un concetto senza mai riuscire a capirlo e poi di colpo, in un battito di ciglia, toh: eccolo qui. E’ come quando si legge un testo scritto a mano con una calligrafia discutibile, si arriva a una parola molto importante per il senso del discorso ed è scritta malissimo, uno scarabocchio più simile a una macchia di Rorschach che a una parola di senso compiuto. E si sta per un tempo eterno lì a fare congetture, a provare a interpretarla in tutti i modi, tentando di capire se quella è una “t” o è frutto di un colpo di starnuto improvviso. Nemmeno un dottore scriverebbe così male, li mortacci sua. Poi, dopo tremilaquattrocentocinquantanove tentativi, bam! l’attimo risolutore. Tempozero e l’enigma è risolto. Non era una parola sola, ma due e più precisamente: “cazzo leggi?!”.

I comandamenti non sono precetti da seguire a tutti i costi, sforzandosi come dei pazzi così che non appena capita un evento esterno al quale reagiamo, chessò, in contrasto con il “non desiderare la roba d’altri”, allora ci mettiamo lì nel tentativo di auto-convincerci che in realtà “il desiderio è falso e illusorio e noi non desideriamo nè dobbiamo desiderare”. Non funziona così e i comandamenti non dovrebbero essere intesi in questo senso. Mamma mia che confusione che c’è in giro! Piuttosto che dogmi o leggi da non infrangere (o da illudersi di non infrangere), sono una breve descrizione di ciò che c’è e non c’è nel momento in cui si “prova Dio”, ovvero quando, anche solo per un istante, sparisce ogni identificazione, il dialogo mentale va a nanna e la consapevolezza si espande, facendoci provare un senso di verità profondissima, fuori dal mondo. La famigerata “illuminazione”. In quello stato d’essere, infatti,

1) si è il Signore Dio nostro, non c’è più separazione tra nulla, tra nessun fantomatico “io” e “il resto”;
2) non si hanno più altri dei, nel senso che si percepisce la sola e unica verità e non ci si lascia più ingannare dal mondo;
3) non si pronuncia il nome di Dio invano, perchè ogni parola è in un certo senso “guidata” da quella sensazione di perfezione;
4) ogni giorno è il settimo giorno, per cui è santificazione totale;
5) si onorano il padre e la madre in ogni declinazione, da quella fisica/umana, a quella naturale, astrofisica, fino a quella archetipica delle due polarità, del dualismo;
6) l’omicidio è totalmente fuori discussione;
7) idem l’adulterio, dato che non solo sparisce l’attaccamento a qualsivoglia desiderio (non è più nemmeno un desiderio…) ma anche l’istinto sessuale viene totalmente trasceso, per cui il problema non si pone;
8) rubare? E perchè?
9) dire falsa testimonianza? Impossibile quando c’è solo verità;
10) desiderare la roba d’altri e la donna d’altri… Ma va! Perchè attaccarsi alla materia? Tanto non è eterna come noi…

I comandamenti svolgono due funzioni: da un lato mostrano ai “profani” che cosa si prova quando si “entra nel regno dei cieli” e dall’altra potremmo dire siano una sorta di lista di controllo per chi, essendo già nell’estasi divina, avesse comunque dei dubbi sulla veridicità dell’esperienza. Tutto qua.

Vogliamo aggiungere i due comandamenti espressi da Gesù nella citazione di prima? Perfetto, ci rientrano tranquillamente;

1) “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. E’ ovvio, è il significato stesso di “illuminazione”, “realizzazione” eccetera;
2) “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Altrettanto ovvio.

Ma non ci si sforza di “amare il prossimo come noi stessi”: è spontaneo, emerge naturalmente, senza impegno nè altro. Basta fare spazio internamente, sciogliere un po’ i lacci delle identificazioni e delle dipendenze. Piano piano, poi, quella roba lì emerge da sola.

Bellissimo poi quando Gesù dice che il secondo comandamento è simile al primo. E’ così, ha perfettamente ragione: sono la stessa cosa espressa in due modi diversi. I farisei e i sadducei siamo noi nel nostro caos quotidiano, noi quando non siamo “nel regno dei cieli” ma ci perdiamo nei nostri mille falsi volti, perdendo di vista il fatto di essere la vita stessa, ovvero Gesù stesso.

Figata, eh? Quando è sorta questa presa di consapevolezza ero anch’io “un fariseo”, un ego vivente, e naturalmente lo sono ancora. Dopo aver provato questa folgorazione, mi sono chiesto: “Da dove viene? Da dove è venuta?” La risposta è stata: “Non lo so. Non da me (inteso come ego, personalità eccetera), non l’ho pensata io”. E questo, per me, è più che sufficiente, è un punto fondamentale a sostegno della sua autenticità. Ovviamente PER ME è un punto a favore: voi non dovete assolutamente crederci a prescindere, dato che non è capitato a voi in prima persona. Però è una figata…

;)