23 aprile 2014

Un muro umano: gli intermediari

Quali mezzi abbiamo per conoscere? Per conoscere il mondo, per conoscere sè stessi, gli altri, la realtà eccetera, intendo. Non parlo di sapere a memoria i primi 50 decimali del pigreco. Quella, al limite, è cultura. Intendo proprio mezzi per conoscere la realtà in sè, quanti ne abbiamo? Due. Ne abbiamo due: il corpo e la mente. Punto. Non è difficile. Nel momento in cui veniamo al mondo sono questi gli unici due strumenti che possediamo. E sono sempre gli unici fino alla nostra dipartita.

Dov’è il nostro corpo? Dov’è la nostra mente? Là fuori? Ce li ha qualcun’altro? Evidentemente no, giusto? E allora perchè siamo convinti sia necessario avere degli intermediari tra noi e la conoscenza? Perchè mai sarebbe necessario rivolgersi al papa e alla Chiesa, ad esempio, per conoscere Dio?

Scena immaginaria. Voi siete un alieno in visita sulla Terra. Atterrate con la vostra bella astronave splendente, appena portata a lavare e lucidare, in un paesino di poche migliaia di anime. Ne incontrate una. Ne appurate la gentilezza, magari cercando di mimetizzare in qualche modo la vostra particolarità estetica in modo da non spaventarla troppo e, dopo aver passato un po’ di tempo con lei, averla convinta della vostra provenienza e tranquillizzata sullo scopo pacifico della vostra visita, porgete la domanda fatidica, il solo motivo del vostro peregrinare intergalattico: puoi spiegarmi l’amore? Sorpresa mista a imbarazzo, per l’amica persona umana. Dopo questo momento di impaccio, si convince a sputare il rospo e vi fornisce la migliore spiegazione umanamente concepibile di quella… cosa conosciuta come “amore”. E’ perfetta, meglio di così non si può proprio: questo è l’amore, per filo e per segno.

Domanda: siete soddisfatti? Sentite di aver compreso cosa sia l’amore? Potete dire di conoscerlo davvero? Mm, non credo. L’unico risultato ottenuto è un’immagine. Ora ne avete una descrizione. Certamente meravigliosa, ma pur sempre una fredda descrizione. Per giunta, è estremamente probabile che l’interpretazione di questa descrizione sia diversa tra voi e il vostro nuovo amico antropomorfo. Ma l’amore, effettivamente, non lo conoscete.

Ci siamo? Quindi, qual è il solo modo per conoscere l’amore, alienucci miei? Viverlo. In prima persona (aliena). Ma la questione ora diventa un’altra: se non conoscete l’amore, del quale avete solo un semplice  quanto distaccato disegno mentale molto approssimativo e in fin dei conti nemmeno troppo utile, come fate a riconoscerlo? Come farete a capire di stare provando quella… cosa comunemente chiamata “amore”? Non l’avete mai sperimentata in prima persona, quindi non la conoscete davvero. Bel problema. D’improvviso vi ritrovate in una situazione particolare, la quale vi scatena dentro una sensazione incredibile, bellissima. Ne siete travolti, sommersi e volontariamente sottoposti. Vi sentite in paradiso, è un’esperienza totalmente nuova. “Ma cos’è?” La domanda dura lo spazio di un nanosecondo, neanche il tempo di mettere il punto interrogativo e già viene spazzata via dalla risposta, spontanea, straordinariamente ovvia: è l’amore, sciocchi! E’ riconoscibilissimo! Non l’avevate mai sperimentato prima d’ora eppure, adesso che è in piena manifestazione, risulta così… conosciuto. Aaah, adesso capite! Ecco cosa intendeva dire il vostro amico terrestre! L’avevate inteso in maniera diversa. Vi eravate fatti un bel disegno mentale, immaginario, ma soltanto ora comprendete il vero significato di quelle parole. E poi, se ci fate caso, quel disegno, oltre ad essere clamorosamente freddo e irrisoriamente profondo, non era nemmeno troppo accurato. L’immagine che vi siete costruiti non combacia granchè con l’esperienza effettiva.

Ora sapete. Ora conoscete davvero cos’è l’amore. Ora lo comprendete. L’intermediario non ve l’ha fatto conoscere: ve ne ha solo fornito una sua personale interpretazione. E già è stato bravo: ha avuto l’onestà di non volervi fregare spacciandovi per amore quella… cosa conosciuta come “paura”. Non vi ha ingannati definendovi l’”egoismo”. Ma tanto, anche se l’avesse fatto, a quest’ora la sua menzogna sarebbe già stata completamente distrutta. D’altronde oh: la comprensione non viene da fuori.

Se, invece di essere un alieno, foste un uomo nato in un luogo nel quale le leggi, i dogmi e le regole religiose della civiltà non siano giunte, come fareste a conoscere? Non ci sono intermediari dotati delle nozioni necessarie. Siete fregati, in pratica. Avete avuto la sfiga di nascere in un posto nel quale è impossibile arrivare a capire cosa siete, perchè siete e cos’è tutta la roba che avete intorno. Mi dispiace: sarà per la prossima vita. Magari vi andrà meglio e capiterete in un luogo che vi fornirà i mezzi indispensabili per riuscirci, fortunelli che non siete altro! Sarete migliori di quei poveracci nati in culo ai lupi e voi, a differenza loro, ce la farete. Voi comprenderete, loro no.

Capite l’assurdità dello “schema degli intermediari”? In sostanza presuppone che non tutti nascono uguali: ad alcuni va bene, ad altri no. Come il superenalotto. Nasci in un posto e hai determinate persone che ti danno gli strumenti necessari alla comprensione: nasci in un altro e sono cazzi tuoi, sfigato! Il Dio che vuoi conoscere te l’ha messo in quel posto senza la cortesia della vaselina.

Non ha senso (e alla questione del senso dedicherò il prossimo post). Non è così. Gli intermediari… Forse non dovremmo più riconoscerli, definirli e chiamarli come tali. Non dovremmo più porli tra noi e la comprensione. Sono persone come noi, con le quali entriamo in contatto, non diversi (e men che meno migliori) dai nostri genitori, dai nostri amici, dallo sconosciuto incontrato per strada. Tramite l’interazione con loro possiamo capire qualcosa di noi, esattamente come interagendo con chiunque altro. Ma loro non hanno La Conoscenza e, anche se l’avessero, non potrebbero darcela in alcun modo. Si può tranquillamente affermare che gli intermediari non sono necessari. Neanche esistono, in realtà. Intermediari de che, se la comprensione è interiore? E di qualcosa che viene da dentro, per giunta.

18 aprile 2014

Corri eh, che Satana ti sta cercando (ovvero: un esempio del dilagante rumore in campo spirituale)

In alcuni/molti degli articoli che ho scritto a occhio e croce più o meno nell’ultimo anno circa, ho criticato abbastanza aspramente parte della cosiddetta controinformazione e in particolare il settore relativo alla spiritualità. Ritengo ci sia in giro troppo “rumore”, troppa confusione e una discreta dose di superficialità. Quando poi nella questione entra quella piccola peste combina guai di Satana è il delirio. Oggi c’ho qua un bell’esempio per provare a farvi capire cosa intendo.

L’articolo in questione è preso da LoSai.eu, sito relativamente famoso in ambito controinformativo (dall’homepage vedo che ha oltre 3000 “mi piace” sul Faccialibro, mica cotica), e il titolo è: “Il Noah di Aronofsky è un satanista? Alcuni particolari inquietanti”. Si riferisce, ovviamente, al nuovo film ‘mer ricano con protagonista Russell Crowe nella parte del biblico Noè, il vero inventore degli zoo moderni. Non mi addentro nel dettaglio dell’analisi cinematografico-simbolica del film in sè, la conclusione della quale è che esso sia fondamentalmente un’interpretazione in chiave sottilmente satanista e poco aderente al racconto della Bibbia. Ci sta, è molto probabile che sia così. Ciò che più mi attira, però, sta nella parte introduttiva dell’articolo, a firma Daniele Di Luciano. Cito:

“[…] nel satanismo si adora Satana, nello gnosticismo si adora il serpente che diede la conoscenza ad Adamo ed Eva, nella cabala il serpente diventa Lucifero ma il risultato non cambia.

Il serpente svolge un ruolo importante anche nel film di Aronofsky. Nella simbologia massonica, il serpente che si morde la coda, l’Uroboro (nell’immagine lo vedete con al centro la squadra e il compasso), rappresenta la congiunzione degli opposti (la coda e la testa si sovrappongono). È uno degli obiettivi massonici: fare in modo che il male diventi bene e il bene diventi male, che Satana sia considerato buono e il Dio cattolico cattivo, in barba all’odiato (da loro) principio di non contraddizione, in cui il bene è il bene e non potrà mai diventare male e viceversa.

Allora, ci sono molti concetti da esprimere e chiarire. La premessa di tutto a priori, comunque, è una e una sola ed è una contraddizione intrinseca in ogni ragionamento “classico”. Abbiamo Dio, giusto? E Dio è onnipotente, onnisciente eccetera eccetera. Perfetto, ci sto in pieno. E’ sempre il Suo volere a compiersi, e non potrebbe essere altrimenti viste le Sue caratteristiche. Poi, però, c’è un tizio cornuto che, mannaggia a lui, riesce ad andare contro il volere di Dio ed è sempre in cerca di nuovi adepti per andare contro Dio. Si vede la contraddizione? Dio è tutto, illimitato, l’alfa e l’omega, il principio e la fine… e poi mi fa brutta figura con uno sbarbatello ribelle aspirante punkabbestia? Cioè sì, Dio non è proprio infinito… Non è proprio onnipotente… Ci si avvicina, ecco. Sostanzialmente è imperfetto. COME “IMPERFETTO”!? Sono duemila e rotti anni che siete in giro a predicare la conversione a Dio per avere la salvezza tramite la fede, la menate con la perfezione di Dio e del Suo volere… per poi ridurlo nei fatti a un mezzo pirla in guerra con qualcosa che non è Lui?! I casi sono due: o Dio è infinito oppure non lo è. Nel primo caso (quello giusto, tra l’altro), non è possibile per niente e nessuno essere al di fuori di Dio: ergo, nulla (NULLA!!) accade senza che Dio ci metta la firma. Nel secondo caso (implicito della visione canonica), Dio non è… Dio, non ne ha le caratteristiche, il curriculum langue. E’ al limite un semi-dio, con la “d” minuscola, nè più nè meno dio del diabolico Cornutazzi. Mi dispiace, cari i miei fedeli, ma è così. Appiccicatevi questo in testa: tutto è Dio. E Dio è ciò che potremmo definire come “bene assoluto”. ASSOLUTO, ok? Ergo, fate 2+2. Ma finchè ci si pianta immobili sulla visione di Dio come il tizio sulle nuvole non se ne esce più.

Seconda considerazione: il serpente che si morde la coda. Come riporta l’articolo stesso, “rappresenta la congiunzione degli opposti”. Eh… E dove sarebbe il problema? Congiungere gli opposti significa prendere il campo relativo nel quale ci troviamo, la realtà che vede l’esistenza di una cosa e contemporaneamente del suo opposto (positivo-negativo, bene-male, interno-esterno ecc.) e “trasformare” questo relativo in assoluto. In sostanza significa fare esperienza diretta dell’assoluto, dell’unità. Di Dio, cazzo!! Significa superare ogni sensazione che non sia amore. L’unità è identificabile con quel piccolo e insignificante concetto chiamato “amore incondizionato” e quando lo si prova ci si ritrova come fuori dal mondo, in uno stato di trascendenza interiore, sperimentando un impressionante stato di innamoramento verso tutto e tutti, noi stessi in primis. Si riconosce l’assoluta perfezione dell’esistenza tutta. “Innamoramento” è ancora riduttivo, molto riduttivo. Non ci sono parole per descrivere in maniera anche solo minimamente accurata un’esperienza simile, non essendo un qualcosa che viene dalla mente.

E poi, scusate, ma a me sembra che anche Gesù dica: “Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno.” Ah beh però è vero, scusate: ne parla nel vangelo di Tommaso, scusate. Errore mio. Avrei dovuto pensarci: qualsiasi frase presa al di fuori dei vangeli cosiddetti canonici, definiti come tali in base all’arbitrio di alcuni uomini (e quindi per definizione peccatori, no?) nel corso dei secoli, non ha il minimo valore. Scusate.

“Congiungere gli opposti” non significa “fare in modo che il male diventi bene e il bene diventi male”. Quella semmai è un’inversione degli opposti. Massoni, satanisti, Illuminati o chi per loro avranno pure un interesse a invertire il bene col male, nella nostra percezione. Ma non è questa la congiunzione degli opposti. Quando gli opposti si congiungono, l’effetto è quello di uscirne. 1+1=3. E’ l’apertura delle porte del Paradiso. Ma porca troia, cosa vuol dire che Dio è “l’alfa e l’omega”? Non è la congiunzione degli opposti? Oh, non lo dico io: è scritto nell’Apocalisse. Se si uniscono il principio e la fine, cosa si ottiene? L’infinito. Toh guarda: ho trovato Dio.

C’è anche questa concezione che mi lascia sempre molto perplesso. Si dice sempre che Dio è nei nostri cuori, che dobbiamo conoscerlo e ci dobbiamo aprire a Lui per raggiungerlo, in un certo senso. Perfetto. Poi, però, non appena si nomina una possibilità di conoscenza profonda, vera, interiore, sentita e benedetta non va bene. Infatti, non so se ci avete fatto caso, ma la luce è bella… finchè rimane fuori di noi. Non appena si solleva la questione della conoscenza interiore di Dio senza passare da nessun tramite esterno a noi, ALT!!! “Vuoi conoscere Dio per i fatti tuoi?! Ma sei pazzo? Lascia stare, amico mio: quello è Satana che ti tenta! E’ lui che vuole farti credere di diventare come Dio. Ti attira con la promessa del potere e poi ti incula. Lascia perdere! Fatti li cazzi tua!” Capite il trucco? Non appena si ventila la possibilità di conoscere per davvero Dio intimamente, il Cornutazzi viene sempre eretto a guardiano tenebroso della conoscenza. Svolge il ruolo del gatekeeper, viene assurto a Uomo Nero per incutere paura nelle teste di chi è seriamente e genuinamente interessato a sentire il divino in sè, in prima persona. Eh no, così no. Vuoi conoscere Dio? Passa dalla Chiesa, passa dai preti, passa da mio nonno in carriola. E rimani nell’ignoranza.

Il serpente che fa mangiare il frutto della conoscenza è considerato, dagli gnostici, il vero dio. Gnosi, infatti, vuol dire conoscenza. Ma la conoscenza viene simboleggiata anche dalla luce e il portatore di luce è Lucifero.

Capite? La conoscenza di Dio è male. Vuoi sentire Dio in te? Luciferino che non sei altro! Gnostico bastardo! Massone illuminato delle mie palle! Redimiti!! Che poi ci siano dei cretini che venerano davvero un rettile o un pirla con le corna, questo è un altro discorso. E’ roba da favolette per bambini, quella. E’ un’interpretazione agghiacciante di un messaggio infinitamente profondo. Idem quello della Chiesa. Ciò che la Chiesa ha fatto nel corso dei secoli è uno stupro in piena regola del messaggio del Cristo. Non biasimo minimamente chi, di fronte ad una siffatta lettura, molla tutto e si fa ateo. Come fai a chiamarlo stupido? Di fronte a un quadro sconclusionato e senza senso è normale storcere il naso. Storci e storci prima o poi si rompe.

Il messaggio di Gesù è rivoluzionario, oggi più che mai. E’ senza tempo (giustamente), rivolto a ognuno di noi. In realtà, è la parte più divina di ognuno di noi a parlare al nostro cosiddetto ego. Se me lo trasporti all’esterno, distorcendolo all’inverosimile, e me lo confini temporalmente, mi dici come può tornarmi utile? Io ho letto bene i vangeli (sì: anche quelli apocrifi) solo l’anno scorso. O due anni fa, non mi ricordo, comunque ci siamo capiti… Prima di allora ne avevo presi solo spizzichi e bocconi qua e là, senza rimanerne granchè impressionato. Risultato? Sono fantastici. Non ho mai letto nulla di più potente e allo stesso tempo di facile comprensione. C’è così tanta verità, lì dentro, da non meravigliarmi se non vengono compresi da tante persone. Mi sorprenderei del contrario. Essendo noi fondamentalmente superficiali e bloccati nella razionalità schematica appresa dagli altri, qualsiasi concetto più profondo viene razionalizzato seguendo appunto degli schemi arbitrari imparati, provenienti da chi ci sta intorno. Una regola basilare di questo paradigma è: il mondo è tutto là fuori, racchiuso nella (minuscola) parte visibile dello spettro della luce. Un’altra regola è: l’autorità la sa più lunga di te. Credile, perchè vuole solo il tuo bene. Per cui, se ti dicono che Gesù Cristo era l’unico figlio di Dio vissuto 2000 anni fa, credici: hanno ragione.

Quando, invece, qualcuno si azzarda a proporre un’altra lettura per cui il Cristo in realtà è una possibilità, rappresenta la realizzazione totale di una persona, l’intima conoscenza totale dell’esistenza, l’assoluta presenza interiore, diffida di costui o costei! Ti porterà solo all’inferno, in quanto è soltanto un servo o una serva di Satana. Attieniti all’interpretazione/stupro del catechismo e stai zitto.


APPENDICE

Dio non è una persona. Non è nemmeno un essere antropomorfo. E non è (solo) “là fuori”. Per una pura esigenza di chiarezza espositiva e concettuale, facciamo così: prendiamo Dio e definiamolo in due modi. Uno assoluto (e Reale con la “R” maiuscola) e uno relativo. In termini assoluti, Dio è tutto. E con tutto intendo proprio TUTTO (sì: anche Satana). Paradossalmente questo “tutto” è infinito, per qui non è delimitabile, non è definibile. Se si dice “tutto”, infatti, si esclude il “niente”. E’ tutto e niente allo stesso tempo, diciamo. E’ puro e assoluto amore, desideroso di conoscersi attraverso la manifestazione.
In termini relativi, Dio sta ad indicare quella parte più “alta” dell’esistenza, la Verità, quella parte dell’esistenza che la permea tutta indistintamente. Quell’”energia” comune a tutto l’universo, il nucleo sostanziale, unico, presente in noi come in una pianta, o in un sasso, o in una stella. E’ la parte intrinseca che unisce ciò che appare separato. E’ quell’intelligenza esteriormente nascosta che permette al sangue di scorrere, alla mente di pensare, ai pianeti di muoversi e all’universo di esistere così com’è. E’ quella parte che la scienza ignora, in sostanza, limitandosi a descriverne la superficie, la manifestazione esteriore. E’ quella parte che voi ignorate e alla quale, in un certo senso, vi sostituite. Oh Cristo! Ma questo significa che ognuno di noi è Satana! Sì, è così: ci “sostituiamo” a Dio.
Satana è un concetto, non è un particolare tizio taurino. E’ ogni persona nel momento in cui non sente in sè l’amore incondizionato, in ogni istante nel quale pone sè stesso (inteso come ego, o mente superficiale) in contrapposizione al resto della realtà, separato da essa e con essa in conflitto.
Cristo è la persona “de-satanizzata”. E’ colui o colei perfettamente conscio/a in ogni istante della natura dell’esistenza, della sua origine e della sua fine, oltre che del suo fine: consapevolezza. E’ consapevole di essere una scintilla di consapevolezza, giunta qui per portare consapevolezza agli altri e all’universo e per riceverla dagli altri e dall’universo attraverso le interazioni. Ogni evento e ogni incontro nascono dalla consapevolezza, generano consapevolezza e “muoiono” nella consapevolezza.

Buona Pasqua a tutti!

14 aprile 2014

Tanto rumore per nulla

Immaginiamo una scena. E’ domenica pomeriggio. Un’altra lunga settimana di lavoro è finita. Avete dato retta otto ore al giorno per cinque giorni a quel simpaticone del vostro capo, che vi ha fatto sgobbare ancora più del solito senza darvi la soddisfazione di ricevere un complimento. Avete sostenuto una divertente uscita notturna con gli amici e siete tornati a casa che la notte ormai era piena di rughe. Siete usciti a fare qualche compera con il/la vostro/a partner e avete passato l’intero pomeriggio tra file e file di scaffali e interminabili attese per ottenere l’attenzione di un commesso oberato di clienti. Avete fatto un giro in posta, in banca e a pagare l’assicurazione della macchina, per l’immensa gioia del vostro cuore e lo svuotamento istantaneo del vostro portafogli. Siete riusciti perfino a sorridere all’assicuratore, nonostante sia di per sè una piccola sanguisuga e per giunta di un’antipatia rara in questo universo, da ritenersi quasi onorati di conoscere una persona di tal foggia. Avete sistemato ben bene la casa, pulito il pavimento, spolverato i mobili e pure lavato i vetri, che ormai erano più opachi del muro. Questa mattina, tagliaerba tra le mani, avete dato una bella rinfrescata al piccolo giardino di casa, liberandolo da serpenti, conigli e piccoli predatori nascosti da qualche tempo tra quello che ormai era diventato un campo di grano verde. Avete fatto da mangiare, un bel mangiare perchè, diamine, è il fine settimana e volete trattarvi un po’ meglio degli altri cinque pesanti giorni, o sbaglio? Pure qualche parente è venuto!  Di tutto. Avete fatto di tutto per sei giorni e mezzo. Ma adesso, aaah! Finalmente un po’ di riposo. Cavolo se ve lo meritate!

Dai, sdraiatevi su quel bel divano, ricolmo di tante gradevoli promesse rilassanti. Finestra aperta, tanto non fa freddo, così si respira pure un po’ d’aria buona. Al limite tirate giù la tapparella, fino a metà, giusto per non avere il sole dritto in faccia. Il mondo intero si è messo d’accordo con voi e la vostra richiesta di tranquillità è stata accettata con gran piacere. Oooh, ora via: riposatevi. Sentite che bel silenzio, che bella pace? Non vola una mosca. Riposano pure loro. Si sentono soltanto i simpatici cinguettii di qualche uccellino, canti ideali per il relax. Dev’essere questo il suono della perfezione. Ciao a tutti, per un paio d’ore non ci siete per niente e nessuno.

“Ma che cazz…”. Proprio in questo preciso istante di abbandono estatico, il vostro vicino decide che è il momento più giusto per spaccare totalmente il silenzio: accende la sua sega elettrica e inizia rumorosamente a tagliare i rami delle sue infinite siepi. Quanti saranno, 50-60 metri? Ci metterà ore! Ma non è possibile, li mortacci sua! Come faccio a dormire?! Cioè, vacca boia, era tutto silenzioso e adesso che il silenzio serve veramente guarda te ‘sto stronzo…

E difatti poi non riuscite a prendere sonno: il tiepido e delicato rumore della motosega, che poi non è neanche elettrica ma a miscela (ri-mortacci!), funge da catalizzatore assoluto della vostra attenzione. E arrivederci al riposino.

Ma perchè succede? Perchè ci arrabbiamo e suoniamo al campanello di molti santi del calendario (non ottenendo mai uno straccio di risposta, tra l’altro)? Se l’intento risoluto è, nel nostro esempio, quello di riposare, perchè basta poco per farci innervosire e distrarci immediatamente dall’obiettivo? Come oggetto “distraente” ho messo la motosega e la sua intensa melodia, ma ci sta bene qualunque cosa, anche il semplice tuffo più o meno cadenzato delle gocce d’acqua dal rubinetto dentro un catino mezzo pieno. Siete lì tranquilli, che magari state pure meditando concentrati e in sottofondo sentite plop… silenzio… plop… silenzio… silenzio… “Ooh, meno male. Ha fin…” plop. Vi innervosite, l’unico compagno del quale siete disposti ad accettare la compagnia è il silenzio. E la meditazione possiamo mandarla bellamente a quel paese. Qual è la causa?

Noi. Noi siamo la causa. Ci siamo noi, è questo il problema. Anche quando sembra che non stiamo facendo niente, in realtà una cosa la facciamo sempre: spostiamo l’attenzione. E dove va l’attenzione, lì ci siamo noi. A quel punto intervengono degli schemi mentali deterministici. Ovvero, stando al nostro esempio: non è possibile fare un sonnellino con la costante presenza di un caos rumoroso in sottofondo. Aggiungiamo pure che questo sonnellino lo abbiamo anelato come Berlusconi anela a farsi una bella e giovane minigonna e la frittata è bella che fatta. Siamo costantemente rivolti all’esterno, e con “esterno” intendo dai pensieri in fuori. Perchè anche i pensieri sono all’esterno, sono fuori da noi, dai veri noi. Finchè c’è concentrazione, siamo rivolti all’esterno e ne siamo in balìa. Per cui, avendo noi un obiettivo da raggiungere (il riposino) e avendo in mente il solo modo per raggiungerlo, ci concentriamo affinchè la situazione segua lo schema. Non appena c’è un evento imprevisto, che esula dal paradigma, panico: l’attenzione, quindi noi, va su quell’evento e manda all’aria i nostri piani.

E’ il vicino con la sua amata motosega, il problema? O siamo noi? State parlando con una persona e il discorso è ormai intavolato. All’improvviso un cane inizia ad abbaiare per i fatti suoi e il rumore è abbastanza forte, ma non va ad inficiare in chissà quale maniera la vostra comprensione delle parole dell’interlocutore. Però è insistente e la frustrazione comincia ad insinuarsi, subdola e determinata. Arrivate al punto da interrompere la conversazione, della quale avevate già perso qualche pezzo dal momento che il cane ha iniziato a rompere le balle, e urlate “Basta abbaiare! Stai zitto!”. Ma cosa c’entra il cane?! Non ce l’ha con voi, manco vi vede, manco sa che siete lì. Perchè vi spostate dal discorso al cane? E perchè l’abbaiare del cane, non potente abbastanza da rendere impossibile comprendere le parole del vostro interlocutore, è un rumore per voi inaccettabile?

Per meditare è necessario il silenzio. E se per caso capita che non sia così, il suono “di disturbo” afferra la vostra attenzione e vi distrae. O vi innervosite oppure vi fissate col dirvi di non farci caso, di non distrarvi, che non è niente. In entrambi i casi l’unico effetto ottenuto è di bloccare l’attenzione proprio su quel suono. Esattamente il contrario della meditazione. Perchè per meditare il silenzio non è assolutamente necessario. Può aiutare, questo è vero, ma la meditazione non è solo mettersi seduti in una certa maniera e fare determinate cose evitandone altre. La meditazione è uno stato dell’essere. Si può essere meditativi anche durante un concerto degli Slipknot.

E’ tutta una questione di attenzione e concentrazione. Normalmente abbiamo un obiettivo e concentriamo la nostra attenzione su un modo per raggiungerlo, che sia il riposino, una discussione o la meditazione. Se accade un qualcosa che esula, nella nostra testa, da questo modo, allora ci opponiamo a quella cosa e così facendo noi “ci siamo”, ci mettiamo in mezzo (diavolo). E quando ci siamo “noi” manca tutto il resto. E’ solo nel momento in cui l’attenzione si espande al punto da sparire, al punto da non essere concentrata da nessuna parte, che noi “scompariamo”, “ce ne andiamo” e i rumori della motosega, quello del cane e quello delle gocce d’acqua diventano magicamente ciò che sono nella realtà: rumori. Rumori degni di esistere esattamente come il silenzio. A questo punto se vogliamo riposarci, ci riposiamo; se vogliamo ascoltare ciò che una persona ha da dirci, la ascoltiamo; se vogliamo meditare, meditiamo. I rumori sono sempre lì, ne siamo perfettamente consapevoli, ma siamo in egual modo consapevoli che è normale che ci siano, così come è normale che l’erba del nostro prato è verde o il soffitto di casa bianco.

E’ come prendersela con il tempo, quello atmosferico, quando fa caldo o quando fa freddo. Stessa cosa. Il conflitto, il disordine lo immaginiamo noi e agiamo di conseguenza. La realtà dei fatti ci smentisce clamorosamente, ma siamo troppo immersi nel mondo immaginato per accorgercene. Il frastuono della motosega non entra in conflitto col cinguettio degli uccelli, nè col sottile fruscio delle foglie mosse dal vento; il cane e il suo abbaiare non è in conflitto con la voce del vostro interlocutore; e il plop delle gocce d’acqua non è in conflitto col silenzio. Sono tutti suoni contemporaneamente presenti indipendenti l’uno dall’altro, dotati tutti insieme di una loro armonia generale. Ma finchè ci si concentra solo su uno, tendenzialmente quello ritenuto arbitrariamente come il più fastidioso, si perde tutta la poesia e ci si incazza per niente, per un mondo che non è nemmeno reale: è presente solo nella vostra testa, è immaginato. E pieno di conflitto. D’altronde l’immaginazione cosa fa di solito? Crea oggetti e realtà che non esistono, che non sono reali, giusto? Se il conflitto esistesse davvero, perchè dovremmo crearlo?

09 aprile 2014

Cosa vuoi fare da grande?

L’altra mattina ho meditato. Così, dal nulla. Mi sono svegliato, ho sgranchito braccia e gambe, realizzato dove fossi e in quale era geologica e poi, in un attimo, è spontaneamente sorto il pensiero. Come un dolce bisogno, innocente, di quelli che non creano dipendenza, una sorta di “una botta e via” spirituale. Nessuno me l’ha chiesto e men che meno ordinato, nemmeno io stesso. E’ semplicemente venuto a galla dalle profondità. Nel mentre della meditazione, e specialmente dopo, è emerso un meraviglioso silenzio e ho sentito di nuovo delle sensazioni che non provavo da tanto, da mesi e mesi, tanto da averle quasi dimenticate, sommerse da mille parole, mille pensieri, distrazioni di ogni sorta, convinzioni e convincimenti vuoti di sentimento.

E’ riemersa dal fondo della spazzatura quella… “cosa”, non saprei come definirla. Visivamente la prima immagine alla quale mi viene da pensare è una sfera, piccola ma raggiante, immobile, imperturbabile, calda e rassicurante. Una voce familiare, che infonde tranquillità, leggerezza e una pace amorevole. L’autorità, la vera e sola autorità, di fronte alla quale la mente si inginocchia all’istante e verso cui rende omaggi e ringraziamenti sentiti. L’allentamento nervoso tanto bramato dal corpo, un luogo di riposo totale nel quale lo stress non ha possibilità di entrare.

Il bello è che si può sentire distintamente come essa sia sempre lì e sia sempre stata lì. Le “cose del mondo”, in senso lato, mi hanno portato piuttosto facilmente a perderla di vista nel corso del tempo e, anche nei (pochi) momenti in cui ho avuto occasione di stare solo con me stesso, queste “cose del mondo” hanno sempre fatto la parte del leone attraverso il continuo ed incessante blaterare mentale, fatto di incredibili voli pindarici tra un’inezia e una preoccupazione, e poi un’altra peggiore, fino a cattivi giudizi su persone e rifiuto schifato del mondo, allietati dalle belle parole di qualche canzone, da qualche piccolo piacere della giornata, dallo sbiadito ricordo di meraviglie passate e subito dopo volti alla sfiducia verso ipotetiche bellezze future. Sapete come funziona la mente: vaga. Perdersi nei meandri delle vuote parole senza nemmeno accorgersene è molto più semplice di quanto possa sembrare.

Ma questa “cosa” riemersa di sua volontà ha riacceso la fiamma. Avendo finito gli studi universitari e dovendomi ora confrontare direttamente col pesante pensiero riassumibile nella domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, non poteva esservi momento migliore per vivere il risveglio della Sensazione, con la S maiuscola. Ma, d’altronde, il tempismo della realtà è sempre paurosamente perfetto. Mi sono perso in mille prospettive poco o nulla attraenti, un marasma svogliato di giudizi e congetture, perso in mezzo a un enorme labirinto senza avere la minima indicazione plausibile. Una folla innumerevole di pensieri e un rumore assordante mi hanno incessantemente riempito, togliendomi lucidità ed energie, distraendomi e abbattendomi. Alla luce delle varie e molteplici “rivelazioni”, chiamiamole così, degli ultimi anni a livello personale, lo scorcio che mi si parava davanti relativo ai travagli necessari per sistemarmi in un lavoro mi dava ribrezzo. Il lavoro come è inteso oggi fa letteralmente schifo, ne avevo già scritto. E il conflitto potente, da guerra mondiale, in me vedeva due fazioni in una lotta all’ultimo sangue: da un lato l’ipotetico lavoro svolto solo e soltanto per contribuire al bilancio famigliare, e dall’altro le straordinarie meraviglie profonde della vita con le quali ho avuto la fortuna di entrare in contatto.

La constatazione di massima era, ed è ancora, un qualcosa del tipo: se ho avuto la possibilità di sondare in prima persona l’insondabile, di vedermi date esperienze di pura meraviglia ancor prima di chiederle, di vedermi aperte delle porte dorate ancor prima di aver bussato, un motivo dovrà pur esserci. E non voglio buttare tutto all’aria, rinnegare delle sensazioni vere più vere del vero, più vere della Verità stessa, solo per chinare il capo di fronte a degli stramaledetti pezzi di carta senza valore, impelagato in un inutile quanto non stimolante nè particolarmente attraente lavoro. Senza contare la pressochè totale mancanza di qualsivoglia idea intrigante in merito. Non voglio farlo, mi rifiuto. “E adesso?”, mi domandano. “Non lo so, non ne ho idea”, rispondo. Nulla mi convince davvero. Nulla stuzzica veramente la volontà.

Se non la voglia di indagare sempre più sulle profondità dell’esistenza. Il desiderio di trovare la “terra promessa”, l’unico luogo davvero degno della parola “casa”. Questa è sola attività che mi provoca il tarlo nel cervello, la sola a colpire positivamente la mia volontà. La fiamma prima spentasi per mano del vento del mondo è ora tornata ad accendersi, rianimata dalla scintilla proveniente da chissà dove, ma di sicuro residente fissa nel profondo dell’essere. Sentire questa “cosa” e percepirne sottilmente la maestosa grandiosità, pur non afferrandola in pieno, porta una sorta di invito, un invito alla Conoscenza con la C maiuscola, l’unica e sola e vera. La fame per questa Conoscenza è la mia guida. Per qualche tempo, troppo tempo, questa fame è stata saziata artificialmente, confondendomi i sensi e deviandomi dal dolce ardore della piccola sfera raggiante. Il risultato di ciò è stato quello di sfiduciarmi, di rendere me stesso e il mondo intero molto più grigio di quanto effettivamente sia.

La fiamma, però, ha bruciato l’enorme conflitto di portata da guerra mondiale e trasformato il grigio in tanti colori. “Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so, non ne ho idea. Ma la differenza è che ora non m’importa. Persisto nel non avere prospettive davvero interessanti. La carriera non rientra nelle priorità, ogni lavoro è solo un lavoro e non merita di essere elevato a scopo della vita. E non ci sono lavori “normali” che davvero mi stuzzicano il tarlo. Ma non importa.

Quello che davvero adoro fare è diventare intimamente consapevole di me e, come naturale ed automatica conseguenza, dell’intera Creazione. E, man mano che questa “attività” procede, provare a tirare fuori con le migliori parole possibili le sensazioni da essa generate. Qualunque lavoro “canonico” andrà ad occupare alcune ore della mia giornata sarà solo un lavoro e nulla di più, una qualche cosa da fare, possibilmente piacevole, senza prenderla troppo sul serio. Non è questo lo scopo della vita. Almeno non della mia. Ci sono molte cose decisamente più importanti e più degne, oltre che più vere, e riuscire a tirarle fuori in qualche modo, magari artistico e creativo così da non rischiare di far apparire tutto come la solita lezione di spiritualità da due soldi, è ciò che più mi piacerebbe diventasse il mio “lavoro”. Un’attività di servizio, messaggi profondi derivati dalle piccole grandi sensazioni di verità incanalati sotto la pelle di una storia gradevole.

“Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so, non ne ho idea. Mi basta solo Conoscere. Il resto viene da sè.

E voi? Cosa volete fare da grandi?

14 febbraio 2014

E’ tutto al contrario. Non ci sono “demoni”, men che meno “nemici”

Nell’ultimo post ho parlato degli illusi e dei disillusi, con la classica aggiunta di un altro “mozzico” sulla realtà delle cose, questa volta inerente al destino e al libero arbitrio. Oggi seguo questo tema e la porto di più sul personale.

Per quanto mi riguarda, ho attraversato entrambe le fasi: prima disilluso e pure incazzato (fine 2008-inizi 2009) poi, grazie a Dio, illuso (2009-metà 2012). Da due anni a questa parte, onestamente, non saprei come definire la mia attuale situazione: non è più un qualcosa da semplice illuso perchè si è aggiunto un livello molto sostanziale (sapete già a cosa mi riferisco) che fornisce una solida base di partenza per i vari “salti”. A fine 2008, se mi aveste parlato di Dio o di qualunque concetto anche solo vagamente immateriale, vi avrei mandati a cagare per direttissima: non ne volevo minimamente sapere, capitolo chiuso. Poi nel 2009, qualche mese dopo, non ricordo nemmeno bene come ma piano piano, piano piano, è capitato che mi ri-interessassi della questione e… Ed eccomi qua, 5 anni dopo (vacca bestia…). Chi l’avrebbe mai detto? Di sicuro non io nel 2008/2009.

Destino? Boh. Di sicuro, nonostante alcune scelte mooolto lontane da interessi chiamiamoli “spirituali”, alla fine della fiera le circostanze mi hanno portato qui in questo modo. E notare che la realtà mi ha messo di fronte a determinate informazioni nel momento in cui meno le cercavo e, allo stesso tempo, ha fatto anche sì che mi piacessero. L’origine del mio viaggio di “risveglio”, ovvero Zeitgeist, tanto per fare un esempio, o Bill Hicks tanto per farne un altro: non solo le circostanze li hanno portati nella mia vita, ma me li hanno anche fatti piacere. Poteva andare in un altro modo: il mio amico mi parla di Zeitgeist, io lo guardo su Youtube e mi fa schifo. Fine della storia. Oppure: bene Zeitgeist, poi mi parla di Hicks, guardo un suo spettacolo e mi fa vomitare. Fine. E così per Bruce Lipton, Osho, Rocco Bruno, Hidden Hand o i concetti di “Uno”, di “consapevolezza” e un’altra miriade di personaggi, di concetti, di informazioni con i quali in un modo o nell’altro sono entrato in contatto negli ultimi 6 anni, e sono veramente tanti. Potevano non piacermi. Ma così non è andata.

Ho aperto il blog nel dicembre 2006 con l’intento di dire la mia e provare a portare un po’ di informazione libera (e vera) in merito a questioni politiche, sociali ed economiche. Era il periodo nel quale Grillo era, per me, il massimo della controinformazione. Nel 2007 avrò pubblicato 3-4 articoli in tutto, così come nel 2008 fino a ottobre/novembre. Poi è arrivato Zeitgeist e il blog ha preso quota. Sono arrivato nell’estate 2009 a scrivere anche un articolo al giorno, sempre inerenti alla geo-politica, alle cospirazioni, scie chimiche, Illuminati, Bilderberg eccetera. Ogni tanto buttavo lì qualche articolo di spiritualità, ma la connotazione nettamente principale era molto “terrena”. A fine 2011/inizio 2012 ho mollato il mondo della controinformazione per un paio di mesi perchè mi ero reso conto (ah, la consapevolezza…) di quanta negatività fosse presente in esso. Ne ero letteralmente nauseato, esausto e mi sono preso una pausa per “disintossicarmene”. Lì mi sono accorto che l’informazione alternativa non è davvero migliore di quella mainstream: è solo un altro contenitore dentro il quale si corre il rischio di rimanere incastrati. Cambiano le informazioni, i punti di vista, e le notizie saranno anche più veritiere, ma alla fine l’attenzione è sempre focalizzata sulla geopolitica e affini, con l’aggiunta dell’opprimente figura della mega-èlite in controllo di tutto. Da qui in poi gli articoli su argomenti “terreni” sono diventati meno frequenti e la cosiddetta spiritualità ha preso un risalto maggiore.

Da un annetto e mezzo, la situazione, rispetto agli albori, si è invertita: geopolitica nell’angolo e spiritualità a palla. Il motivo è presto detto: puntare sempre i riflettori “là fuori” sui fatti del mondo non mi soddisfa, è un altro metodo di intrattenimento, una serie di stimolazioni a livello culturale che, dopo averne fruito, mi lasciano col senso di insoddisfazione di prima, per di più con l’aggiunta di pessimismo e rassegnazione. Non ce l’ho con chi fa controinformazione, anzi: siete dei grandi e vi voglio tanto bene, nonostante ultimamente li stia pizzicando criticamente. Ma a me manca sempre qualcosa, non c’è niente da fare. Questo qualcosa non è “là fuori”. Sembra una frase fatta, ma è la pura e semplice realtà. Finchè ci si fissa sul mondo esterno, ci si intrattiene per qualche tempo e nel mentre si sta anche bene: ma basta un momento di calma e quel senso di malessere interiore riaffiora più forte di prima. E meno male, aggiungerei, perchè il suo compito è solo quello di rendermi consapevole di una “mancanza” di comprensione della realtà. In un mondo pieno di balle, questo senso di insoddisfazione è una manna dal cielo: mi fido di lui, conosco il motivo per cui è presente e sono consapevole del suo essere al mio servizio e, per proprietà transitiva, al servizio della consapevolezza. Ce l’abbiamo tutti, siamo tutti intimamente infelici. Possiamo fare la qualunque e diventare la chiunque, ma lui è sempre lì, quatto quatto sotto il tappeto. Una volta esaurito l’effetto euforico della “dose di mondo esterno”, eccolo ritornare. Sempre.

A questo punto ci sono due possibilità: ritenerlo negativo, da reprimere, sconfiggere ed evitare prendendo un’altra “dose di mondo esterno”; oppure capire quale sia la sua funzione, abbracciarlo e farsi aiutare dalla sua guida.

Io, dopo aver preso una discreta quantità di “dosi” e aver constatato di non aver risolto minimamente il problema, mi sono anche un po’ rotto le balle e la considerazione che è sorta è stata del tipo “se esiste, e persiste, ci sarà un motivo”. E questo motivo non è negativo, assolutamente nossignore. La realtà è incredibile, sapete? “Dio” fa di tutto e di più per farci capire che qualcosa “non va”, nel nostro modo di sentire l’esistenza. Pensate a quanti sentimenti cosiddetti “negativi” esistono. Tanto per citarne qualcuno: tristezza, paura, depressione, inadeguatezza, odio, rabbia, rancore, insoddisfazione, sentirsi fuori posto, infelicità, eccetera eccetera. Ma noi siamo talmente rincoglioniti che, invece di prenderli per quello che sono: SINTOMI, li prendiamo come malattie. Per cui, uno è malato di depressione, ad esempio. O, quando non sono malattie, sono comunque nemici da combattere e sconfiggere tipo alieni invasori e cattivoni. Questa è pura follia.

Volete continuare a combatterli? Fatelo, non ne ricaverete un ragno dal buco. Non sono vostri nemici. Sono l’equivalente emotivo della febbre: il loro compito è soltanto quello di segnalare che qualcosa non sta funzionando nel modo migliore. E sapete una cosa? Più voi li considerate come malattie e/o nemesi da distruggere, più questi diventano forti, e il motivo è estremamente semplice e perfettamente logico: continuando a considerarli ostili, e addirittura incrementando quest’attitudine, vi state allontanando sempre di più dallo stato d’essere “ideale”; così facendo, loro aumentano di intensità perchè il malessere si sta allargando e, quindi, anche la “febbre” sale per segnalare il fatto. Se siete depressi, ad esempio, significa che “manca qualcosa” nella vostra comprensione della realtà, della vita, di voi stessi (sono tutti sinonimi): più cercate di combattere la depressione, perchè la considerate come un male, come il vostro peggior nemico, più state “fraintendendo” il messaggio e, di conseguenza, la depressione aumenta. Ma non per farvi un dispetto: è una risposta all’allargamento della “frattura” tra voi e la comprensione. Più questa forbice diventa ampia, più sarà necessario uno shock intenso per cercare di farvi capire come sciogliere il nodo.

Ci sono delle cose di cui dobbiamo diventare consapevoli. Ne avevo già parlato in riferimento ai cicli. Ci sono “lezioni” da imparare: finchè non si impara una “lezione”, la realtà ci mette di fronte a eventi sempre diversi ma tutti facenti parte dello stesso ciclo. La realtà non è lineare. La manifestazione fisica cambia sempre e questa sì che è lineare: ma la linearità è inscritta in un cerchio. Il cosa è immutabile (il cerchio o la ciclicità è il modo più efficace per indicare questa condizione): il come si manifesta, invece cambia sempre. 5000 o anche solo 100 anni fa, una persona non poteva vivere gli eventi che viviamo noi oggi ogni giorno e men che meno nel modo col quale li viviamo noi ogni giorno. Eppure anche 5000 o 100 anni fa, le persone provavano sensazioni e sentimenti identici ai nostri, avevano sogni, cercavano di capire la realtà e loro stesse, in una parola: vivevano. Quindi, come la mettiamo? Il tempo è ciclico: ciò che accade di momento in momento, ovvero il come della manifestazione, è invece lineare.

L’infelicità non è qui per tenervi la testa sott’acqua e farvi annegare. E’ l’esatto contrario: voi avete già la testa sott’acqua e lei è una delle mani aperte che avete davanti agli occhi e vi sta invitando ad afferrarla per mettervi in salvo prima di finire l’ossigeno. Capite quanto la nostra concezione di queste cose sia totalmente sottosopra? Ragioniamo per assurdo e immaginiamo che le varie emozioni negative non esistano. Come faremmo a sapere di essere “fuori strada”? Se non ci fosse la febbre, come faremmo a sapere di stare male? E, di conseguenza, come faremmo a sapere di doverci curare?

La depressione è una brutta bestia, quando ci sei dentro. Ti fa stare male mentre tu vorresti stare bene, per cui aumentano pure la frustrazione e il rancore verso te stesso, il mondo e chissà cos’altro. Provi a combatterli in tutti i modi, te li inventi perfino e provi a credere che funzioneranno. E, puntualmente, non funzionano mai. E giù ancora di depressione, frustrazione, rancore, impotenza. Un cane che si morde la coda. Ti svegli la mattina e il primo pensiero è “ma che cazzo mi alzo a fare? Il mondo non ha bisogno di me. Odio ciò che faccio, non sopporto la compagnia altrui e a loro non importa niente di me. E’ inutile, vaffanculo tutto e tutti”. Ti trascini controvoglia fino a sera, lasciandoti scivolare addosso le giornate nell’indifferenza totale. Ti rimetti a letto, perchè finalmente è il momento di dormire, e ripensi alla miseria delle ore appena passate. Ripensi alla tua, di miseria, e ti viene un sussulto di disperazione: torni a combattere il demone, ma non c’è niente da fare e l’unico risultato tangibile è un po’ d’acqua che dagli occhi scende sulle guance. “Mm, però… Se togliessi definitivamente il disturbo non sarebbe poi una tragedia. Tanto, a chi gliene importa? E io smetterei di stare male”. Ma non ce la fai, e sai di non riuscirci.

Ecco, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2009, all’incirca quasi tutti i giorni, ero in questo stato. Ho avuto una lunga conversazione col mio “lato oscuro”. Come ne sono venuto fuori? Io non ho fatto niente. Non riesco a dire “Sono uscito dalla depressione”, proprio non ce la faccio: mi prenderei meriti che non mi competono. E’ successo una sera a letto, poco prima di addormentarmi. Un attimo ero nella tormenta e l’attimo dopo era sparita. Volatilizzata. E’ emerso un pensiero del tipo “ma basta! Adesso basta! Ma mi sto massacrando, mi sto rovinando la vita per cosa? Non mi riconosco nemmeno più: sono sempre stato ottimista, positivo, e adesso sono l’esatto contrario”. Ma questo pensiero è emerso un attimo dopo: la depressione era già andata. Non è stato il pensiero a mandarla via, ecco. Cosa sia successo esattamente, non lo so. So solo che non c’è stata nessuna battaglia, nessuna guerra. Evidentemente è stato proprio un momento di blackout, nel quale ho smesso di oppormi. Non lo so, ipotizzo.

Ma da quel momento in poi, e oggi più che mai, ringrazio Dio, il Creatore o quel che è per avermi dato la possibilità di vivere la depressione. E’ stata una vera benedizione. Dovesse tornare, saprò cosa vorrà dire: che sto pesantemente fraintendendo qualcosa, che non lo sto comprendendo davvero. Da quel momento di 5 anni fa, sono tornato a sentire la solita infelicità latente e la solita insoddisfazione che sento tuttora. La differenza è che ora capisco il motivo per cui ci sono: mi rendono consapevole del fatto di essere… inconsapevole. Socrate docet. Gli unici due momenti nei quali non c’era nulla di tutto questo sono state le due esperienze di “apertura delle porte del paradiso”, come le chiamo io: lì c’era solo e soltanto un sentimento identificabile come amore, o innamoramento, incondizionato verso tutto e tutti. Stop. Fuori da quei due momenti di grande consapevolezza, dei quali, anche qui, non riesco a prendermi i meriti, non appena la smetto di “distrarmi” troppo col mondo esterno, ecco riemergere quel senso di insoddisfazione latente. Non è nemmeno insoddisfazione vera e propria: è più un tarlo, come quando si parte per le vacanze e si ha la sensazione di avere lasciato a casa qualcosa. Non ci si sente a posto, vero? “Eppure, boh, mi sembra che manchi qualcosa…”.

E’ questa roba qui che mi fa andare avanti. Ho teso il braccio verso di essa e sto cercando, col suo aiuto, di uscire dall’acqua. So che è qui per questo motivo e sono contento che ci sia, così come sarò immensamente felice quando se ne andrà. Sarà il segno della “guarigione” dall’unica e sola “malattia” esistente: l’inconsapevolezza. Ovvero la mancanza di comprensione dell’assoluta perfezione di ciò che già è qui. E difatti un altro indicatore importante dell’inconsapevolezza è il desiderio, inteso come una proiezione il cui contenuto è l’ottenere qualcosa che al momento non abbiamo, o il diventare qualcuno che al momento non siamo, e che riteniamo essere la pietra angolare per trovare la felicità. Il desiderio sorge nel momento in cui proiettiamo la felicità verso l’esterno, nel mondo: da quell’attimo in poi, diventiamo schiavi del mondo perchè ci mettiamo in una posizione di dipendenza. Ma non solo: l’intero processo è totalmente arbitrario, fondato sul nulla, per cui noi scegliamo arbitrariamente che una determinata cosa, in senso lato, ci renderà felici distruggendo quel dannatissimo senso di pochezza e insoddisfazione che sentiamo sempre. Quindi, siamo sempre proiettati verso queste idee completamente campate per aria e a loro subordiniamo la nostra felicità. Perchè noi ci sentiamo infelici. E non vogliamo esserlo, anzi: è sbagliato esserlo.

E’ tutto alla rovescia. Fermatevi un attimo e osservate ciò che già avete, ciò che già provate, le emozioni già presenti, i sentimenti già presenti: loro sono tutto quello di cui avete bisogno per diventare consapevoli. Se non comprendete nemmeno ciò che avete sotto il naso ogni singolo istante, ciò che vi accompagna costantemente nella vostra vita quotidiana (magari pure da anni e anni), come potete pensare di comprendere quello che non avete mai provato? “Amore incondizionato”. Bel concetto, belle parole. Ma riuscite a comprenderle? Davvero? Davvero davvero? Sentite dentro di voi una qualche sensazione che la mente poi interpreta come “amore incondizionato”? No? E allora smettete di far dipendere la vostra felicità dal raggiungimento dell’amore incondizionato, o dell’illuminazione o di chissà cos’altro. Per un semplice motivo: non sapete cosa essi siano realmente. Vi state illudendo da soli. Ed è perfetto così: continuerete a vivere l’esperienza dell’”auto-illusione” fino al momento preciso in cui questa esperienza sarà utile per voi. Da quell’attimo in poi, sparirà da sè. Anche se può non sembrare, l’unico motivo della sua esistenza è servirvi. E lei, a differenza vostra (nostra), sa esattamente cosa fare: è pura consapevolezza. E infatti, nonostante tutte le brutte parole, i brutti pensieri e le sberle che le date, lei continua a tornare e trova sempre un modo nuovo per richiamare la vostra attenzione e aiutarvi ad aggiungere un tassello alla vostra comprensione. Se non è amore incondizionato questo… Tiene le vostre mani tra le sue e vi parla, ma voi continuate a non volerla ascoltare e la insultate. Arriverà il momento nel quale prenderà la vostra testa tra le sue mani con una dolce violenza e vi forzerà a tacere per ascoltare il suo messaggio.

Comprendete ciò che già c’è e ciò che è nascosto uscirà allo scoperto da solo.