14 aprile 2014

Tanto rumore per nulla

Immaginiamo una scena. E’ domenica pomeriggio. Un’altra lunga settimana di lavoro è finita. Avete dato retta otto ore al giorno per cinque giorni a quel simpaticone del vostro capo, che vi ha fatto sgobbare ancora più del solito senza darvi la soddisfazione di ricevere un complimento. Avete sostenuto una divertente uscita notturna con gli amici e siete tornati a casa che la notte ormai era piena di rughe. Siete usciti a fare qualche compera con il/la vostro/a partner e avete passato l’intero pomeriggio tra file e file di scaffali e interminabili attese per ottenere l’attenzione di un commesso oberato di clienti. Avete fatto un giro in posta, in banca e a pagare l’assicurazione della macchina, per l’immensa gioia del vostro cuore e lo svuotamento istantaneo del vostro portafogli. Siete riusciti perfino a sorridere all’assicuratore, nonostante sia di per sè una piccola sanguisuga e per giunta di un’antipatia rara in questo universo, da ritenersi quasi onorati di conoscere una persona di tal foggia. Avete sistemato ben bene la casa, pulito il pavimento, spolverato i mobili e pure lavato i vetri, che ormai erano più opachi del muro. Questa mattina, tagliaerba tra le mani, avete dato una bella rinfrescata al piccolo giardino di casa, liberandolo da serpenti, conigli e piccoli predatori nascosti da qualche tempo tra quello che ormai era diventato un campo di grano verde. Avete fatto da mangiare, un bel mangiare perchè, diamine, è il fine settimana e volete trattarvi un po’ meglio degli altri cinque pesanti giorni, o sbaglio? Pure qualche parente è venuto!  Di tutto. Avete fatto di tutto per sei giorni e mezzo. Ma adesso, aaah! Finalmente un po’ di riposo. Cavolo se ve lo meritate!

Dai, sdraiatevi su quel bel divano, ricolmo di tante gradevoli promesse rilassanti. Finestra aperta, tanto non fa freddo, così si respira pure un po’ d’aria buona. Al limite tirate giù la tapparella, fino a metà, giusto per non avere il sole dritto in faccia. Il mondo intero si è messo d’accordo con voi e la vostra richiesta di tranquillità è stata accettata con gran piacere. Oooh, ora via: riposatevi. Sentite che bel silenzio, che bella pace? Non vola una mosca. Riposano pure loro. Si sentono soltanto i simpatici cinguettii di qualche uccellino, canti ideali per il relax. Dev’essere questo il suono della perfezione. Ciao a tutti, per un paio d’ore non ci siete per niente e nessuno.

“Ma che cazz…”. Proprio in questo preciso istante di abbandono estatico, il vostro vicino decide che è il momento più giusto per spaccare totalmente il silenzio: accende la sua sega elettrica e inizia rumorosamente a tagliare i rami delle sue infinite siepi. Quanti saranno, 50-60 metri? Ci metterà ore! Ma non è possibile, li mortacci sua! Come faccio a dormire?! Cioè, vacca boia, era tutto silenzioso e adesso che il silenzio serve veramente guarda te ‘sto stronzo…

E difatti poi non riuscite a prendere sonno: il tiepido e delicato rumore della motosega, che poi non è neanche elettrica ma a miscela (ri-mortacci!), funge da catalizzatore assoluto della vostra attenzione. E arrivederci al riposino.

Ma perchè succede? Perchè ci arrabbiamo e suoniamo al campanello di molti santi del calendario (non ottenendo mai uno straccio di risposta, tra l’altro)? Se l’intento risoluto è, nel nostro esempio, quello di riposare, perchè basta poco per farci innervosire e distrarci immediatamente dall’obiettivo? Come oggetto “distraente” ho messo la motosega e la sua intensa melodia, ma ci sta bene qualunque cosa, anche il semplice tuffo più o meno cadenzato delle gocce d’acqua dal rubinetto dentro un catino mezzo pieno. Siete lì tranquilli, che magari state pure meditando concentrati e in sottofondo sentite plop… silenzio… plop… silenzio… silenzio… “Ooh, meno male. Ha fin…” plop. Vi innervosite, l’unico compagno del quale siete disposti ad accettare la compagnia è il silenzio. E la meditazione possiamo mandarla bellamente a quel paese. Qual è la causa?

Noi. Noi siamo la causa. Ci siamo noi, è questo il problema. Anche quando sembra che non stiamo facendo niente, in realtà una cosa la facciamo sempre: spostiamo l’attenzione. E dove va l’attenzione, lì ci siamo noi. A quel punto intervengono degli schemi mentali deterministici. Ovvero, stando al nostro esempio: non è possibile fare un sonnellino con la costante presenza di un caos rumoroso in sottofondo. Aggiungiamo pure che questo sonnellino lo abbiamo anelato come Berlusconi anela a farsi una bella e giovane minigonna e la frittata è bella che fatta. Siamo costantemente rivolti all’esterno, e con “esterno” intendo dai pensieri in fuori. Perchè anche i pensieri sono all’esterno, sono fuori da noi, dai veri noi. Finchè c’è concentrazione, siamo rivolti all’esterno e ne siamo in balìa. Per cui, avendo noi un obiettivo da raggiungere (il riposino) e avendo in mente il solo modo per raggiungerlo, ci concentriamo affinchè la situazione segua lo schema. Non appena c’è un evento imprevisto, che esula dal paradigma, panico: l’attenzione, quindi noi, va su quell’evento e manda all’aria i nostri piani.

E’ il vicino con la sua amata motosega, il problema? O siamo noi? State parlando con una persona e il discorso è ormai intavolato. All’improvviso un cane inizia ad abbaiare per i fatti suoi e il rumore è abbastanza forte, ma non va ad inficiare in chissà quale maniera la vostra comprensione delle parole dell’interlocutore. Però è insistente e la frustrazione comincia ad insinuarsi, subdola e determinata. Arrivate al punto da interrompere la conversazione, della quale avevate già perso qualche pezzo dal momento che il cane ha iniziato a rompere le balle, e urlate “Basta abbaiare! Stai zitto!”. Ma cosa c’entra il cane?! Non ce l’ha con voi, manco vi vede, manco sa che siete lì. Perchè vi spostate dal discorso al cane? E perchè l’abbaiare del cane, non potente abbastanza da rendere impossibile comprendere le parole del vostro interlocutore, è un rumore per voi inaccettabile?

Per meditare è necessario il silenzio. E se per caso capita che non sia così, il suono “di disturbo” afferra la vostra attenzione e vi distrae. O vi innervosite oppure vi fissate col dirvi di non farci caso, di non distrarvi, che non è niente. In entrambi i casi l’unico effetto ottenuto è di bloccare l’attenzione proprio su quel suono. Esattamente il contrario della meditazione. Perchè per meditare il silenzio non è assolutamente necessario. Può aiutare, questo è vero, ma la meditazione non è solo mettersi seduti in una certa maniera e fare determinate cose evitandone altre. La meditazione è uno stato dell’essere. Si può essere meditativi anche durante un concerto degli Slipknot.

E’ tutta una questione di attenzione e concentrazione. Normalmente abbiamo un obiettivo e concentriamo la nostra attenzione su un modo per raggiungerlo, che sia il riposino, una discussione o la meditazione. Se accade un qualcosa che esula, nella nostra testa, da questo modo, allora ci opponiamo a quella cosa e così facendo noi “ci siamo”, ci mettiamo in mezzo (diavolo). E quando ci siamo “noi” manca tutto il resto. E’ solo nel momento in cui l’attenzione si espande al punto da sparire, al punto da non essere concentrata da nessuna parte, che noi “scompariamo”, “ce ne andiamo” e i rumori della motosega, quello del cane e quello delle gocce d’acqua diventano magicamente ciò che sono nella realtà: rumori. Rumori degni di esistere esattamente come il silenzio. A questo punto se vogliamo riposarci, ci riposiamo; se vogliamo ascoltare ciò che una persona ha da dirci, la ascoltiamo; se vogliamo meditare, meditiamo. I rumori sono sempre lì, ne siamo perfettamente consapevoli, ma siamo in egual modo consapevoli che è normale che ci siano, così come è normale che l’erba del nostro prato è verde o il soffitto di casa bianco.

E’ come prendersela con il tempo, quello atmosferico, quando fa caldo o quando fa freddo. Stessa cosa. Il conflitto, il disordine lo immaginiamo noi e agiamo di conseguenza. La realtà dei fatti ci smentisce clamorosamente, ma siamo troppo immersi nel mondo immaginato per accorgercene. Il frastuono della motosega non entra in conflitto col cinguettio degli uccelli, nè col sottile fruscio delle foglie mosse dal vento; il cane e il suo abbaiare non è in conflitto con la voce del vostro interlocutore; e il plop delle gocce d’acqua non è in conflitto col silenzio. Sono tutti suoni contemporaneamente presenti indipendenti l’uno dall’altro, dotati tutti insieme di una loro armonia generale. Ma finchè ci si concentra solo su uno, tendenzialmente quello ritenuto arbitrariamente come il più fastidioso, si perde tutta la poesia e ci si incazza per niente, per un mondo che non è nemmeno reale: è presente solo nella vostra testa, è immaginato. E pieno di conflitto. D’altronde l’immaginazione cosa fa di solito? Crea oggetti e realtà che non esistono, che non sono reali, giusto? Se il conflitto esistesse davvero, perchè dovremmo crearlo?

09 aprile 2014

Cosa vuoi fare da grande?

L’altra mattina ho meditato. Così, dal nulla. Mi sono svegliato, ho sgranchito braccia e gambe, realizzato dove fossi e in quale era geologica e poi, in un attimo, è spontaneamente sorto il pensiero. Come un dolce bisogno, innocente, di quelli che non creano dipendenza, una sorta di “una botta e via” spirituale. Nessuno me l’ha chiesto e men che meno ordinato, nemmeno io stesso. E’ semplicemente venuto a galla dalle profondità. Nel mentre della meditazione, e specialmente dopo, è emerso un meraviglioso silenzio e ho sentito di nuovo delle sensazioni che non provavo da tanto, da mesi e mesi, tanto da averle quasi dimenticate, sommerse da mille parole, mille pensieri, distrazioni di ogni sorta, convinzioni e convincimenti vuoti di sentimento.

E’ riemersa dal fondo della spazzatura quella… “cosa”, non saprei come definirla. Visivamente la prima immagine alla quale mi viene da pensare è una sfera, piccola ma raggiante, immobile, imperturbabile, calda e rassicurante. Una voce familiare, che infonde tranquillità, leggerezza e una pace amorevole. L’autorità, la vera e sola autorità, di fronte alla quale la mente si inginocchia all’istante e verso cui rende omaggi e ringraziamenti sentiti. L’allentamento nervoso tanto bramato dal corpo, un luogo di riposo totale nel quale lo stress non ha possibilità di entrare.

Il bello è che si può sentire distintamente come essa sia sempre lì e sia sempre stata lì. Le “cose del mondo”, in senso lato, mi hanno portato piuttosto facilmente a perderla di vista nel corso del tempo e, anche nei (pochi) momenti in cui ho avuto occasione di stare solo con me stesso, queste “cose del mondo” hanno sempre fatto la parte del leone attraverso il continuo ed incessante blaterare mentale, fatto di incredibili voli pindarici tra un’inezia e una preoccupazione, e poi un’altra peggiore, fino a cattivi giudizi su persone e rifiuto schifato del mondo, allietati dalle belle parole di qualche canzone, da qualche piccolo piacere della giornata, dallo sbiadito ricordo di meraviglie passate e subito dopo volti alla sfiducia verso ipotetiche bellezze future. Sapete come funziona la mente: vaga. Perdersi nei meandri delle vuote parole senza nemmeno accorgersene è molto più semplice di quanto possa sembrare.

Ma questa “cosa” riemersa di sua volontà ha riacceso la fiamma. Avendo finito gli studi universitari e dovendomi ora confrontare direttamente col pesante pensiero riassumibile nella domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, non poteva esservi momento migliore per vivere il risveglio della Sensazione, con la S maiuscola. Ma, d’altronde, il tempismo della realtà è sempre paurosamente perfetto. Mi sono perso in mille prospettive poco o nulla attraenti, un marasma svogliato di giudizi e congetture, perso in mezzo a un enorme labirinto senza avere la minima indicazione plausibile. Una folla innumerevole di pensieri e un rumore assordante mi hanno incessantemente riempito, togliendomi lucidità ed energie, distraendomi e abbattendomi. Alla luce delle varie e molteplici “rivelazioni”, chiamiamole così, degli ultimi anni a livello personale, lo scorcio che mi si parava davanti relativo ai travagli necessari per sistemarmi in un lavoro mi dava ribrezzo. Il lavoro come è inteso oggi fa letteralmente schifo, ne avevo già scritto. E il conflitto potente, da guerra mondiale, in me vedeva due fazioni in una lotta all’ultimo sangue: da un lato l’ipotetico lavoro svolto solo e soltanto per contribuire al bilancio famigliare, e dall’altro le straordinarie meraviglie profonde della vita con le quali ho avuto la fortuna di entrare in contatto.

La constatazione di massima era, ed è ancora, un qualcosa del tipo: se ho avuto la possibilità di sondare in prima persona l’insondabile, di vedermi date esperienze di pura meraviglia ancor prima di chiederle, di vedermi aperte delle porte dorate ancor prima di aver bussato, un motivo dovrà pur esserci. E non voglio buttare tutto all’aria, rinnegare delle sensazioni vere più vere del vero, più vere della Verità stessa, solo per chinare il capo di fronte a degli stramaledetti pezzi di carta senza valore, impelagato in un inutile quanto non stimolante nè particolarmente attraente lavoro. Senza contare la pressochè totale mancanza di qualsivoglia idea intrigante in merito. Non voglio farlo, mi rifiuto. “E adesso?”, mi domandano. “Non lo so, non ne ho idea”, rispondo. Nulla mi convince davvero. Nulla stuzzica veramente la volontà.

Se non la voglia di indagare sempre più sulle profondità dell’esistenza. Il desiderio di trovare la “terra promessa”, l’unico luogo davvero degno della parola “casa”. Questa è sola attività che mi provoca il tarlo nel cervello, la sola a colpire positivamente la mia volontà. La fiamma prima spentasi per mano del vento del mondo è ora tornata ad accendersi, rianimata dalla scintilla proveniente da chissà dove, ma di sicuro residente fissa nel profondo dell’essere. Sentire questa “cosa” e percepirne sottilmente la maestosa grandiosità, pur non afferrandola in pieno, porta una sorta di invito, un invito alla Conoscenza con la C maiuscola, l’unica e sola e vera. La fame per questa Conoscenza è la mia guida. Per qualche tempo, troppo tempo, questa fame è stata saziata artificialmente, confondendomi i sensi e deviandomi dal dolce ardore della piccola sfera raggiante. Il risultato di ciò è stato quello di sfiduciarmi, di rendere me stesso e il mondo intero molto più grigio di quanto effettivamente sia.

La fiamma, però, ha bruciato l’enorme conflitto di portata da guerra mondiale e trasformato il grigio in tanti colori. “Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so, non ne ho idea. Ma la differenza è che ora non m’importa. Persisto nel non avere prospettive davvero interessanti. La carriera non rientra nelle priorità, ogni lavoro è solo un lavoro e non merita di essere elevato a scopo della vita. E non ci sono lavori “normali” che davvero mi stuzzicano il tarlo. Ma non importa.

Quello che davvero adoro fare è diventare intimamente consapevole di me e, come naturale ed automatica conseguenza, dell’intera Creazione. E, man mano che questa “attività” procede, provare a tirare fuori con le migliori parole possibili le sensazioni da essa generate. Qualunque lavoro “canonico” andrà ad occupare alcune ore della mia giornata sarà solo un lavoro e nulla di più, una qualche cosa da fare, possibilmente piacevole, senza prenderla troppo sul serio. Non è questo lo scopo della vita. Almeno non della mia. Ci sono molte cose decisamente più importanti e più degne, oltre che più vere, e riuscire a tirarle fuori in qualche modo, magari artistico e creativo così da non rischiare di far apparire tutto come la solita lezione di spiritualità da due soldi, è ciò che più mi piacerebbe diventasse il mio “lavoro”. Un’attività di servizio, messaggi profondi derivati dalle piccole grandi sensazioni di verità incanalati sotto la pelle di una storia gradevole.

“Cosa vuoi fare da grande?”. Non lo so, non ne ho idea. Mi basta solo Conoscere. Il resto viene da sè.

E voi? Cosa volete fare da grandi?

14 febbraio 2014

E’ tutto al contrario. Non ci sono “demoni”, men che meno “nemici”

Nell’ultimo post ho parlato degli illusi e dei disillusi, con la classica aggiunta di un altro “mozzico” sulla realtà delle cose, questa volta inerente al destino e al libero arbitrio. Oggi seguo questo tema e la porto di più sul personale.

Per quanto mi riguarda, ho attraversato entrambe le fasi: prima disilluso e pure incazzato (fine 2008-inizi 2009) poi, grazie a Dio, illuso (2009-metà 2012). Da due anni a questa parte, onestamente, non saprei come definire la mia attuale situazione: non è più un qualcosa da semplice illuso perchè si è aggiunto un livello molto sostanziale (sapete già a cosa mi riferisco) che fornisce una solida base di partenza per i vari “salti”. A fine 2008, se mi aveste parlato di Dio o di qualunque concetto anche solo vagamente immateriale, vi avrei mandati a cagare per direttissima: non ne volevo minimamente sapere, capitolo chiuso. Poi nel 2009, qualche mese dopo, non ricordo nemmeno bene come ma piano piano, piano piano, è capitato che mi ri-interessassi della questione e… Ed eccomi qua, 5 anni dopo (vacca bestia…). Chi l’avrebbe mai detto? Di sicuro non io nel 2008/2009.

Destino? Boh. Di sicuro, nonostante alcune scelte mooolto lontane da interessi chiamiamoli “spirituali”, alla fine della fiera le circostanze mi hanno portato qui in questo modo. E notare che la realtà mi ha messo di fronte a determinate informazioni nel momento in cui meno le cercavo e, allo stesso tempo, ha fatto anche sì che mi piacessero. L’origine del mio viaggio di “risveglio”, ovvero Zeitgeist, tanto per fare un esempio, o Bill Hicks tanto per farne un altro: non solo le circostanze li hanno portati nella mia vita, ma me li hanno anche fatti piacere. Poteva andare in un altro modo: il mio amico mi parla di Zeitgeist, io lo guardo su Youtube e mi fa schifo. Fine della storia. Oppure: bene Zeitgeist, poi mi parla di Hicks, guardo un suo spettacolo e mi fa vomitare. Fine. E così per Bruce Lipton, Osho, Rocco Bruno, Hidden Hand o i concetti di “Uno”, di “consapevolezza” e un’altra miriade di personaggi, di concetti, di informazioni con i quali in un modo o nell’altro sono entrato in contatto negli ultimi 6 anni, e sono veramente tanti. Potevano non piacermi. Ma così non è andata.

Ho aperto il blog nel dicembre 2006 con l’intento di dire la mia e provare a portare un po’ di informazione libera (e vera) in merito a questioni politiche, sociali ed economiche. Era il periodo nel quale Grillo era, per me, il massimo della controinformazione. Nel 2007 avrò pubblicato 3-4 articoli in tutto, così come nel 2008 fino a ottobre/novembre. Poi è arrivato Zeitgeist e il blog ha preso quota. Sono arrivato nell’estate 2009 a scrivere anche un articolo al giorno, sempre inerenti alla geo-politica, alle cospirazioni, scie chimiche, Illuminati, Bilderberg eccetera. Ogni tanto buttavo lì qualche articolo di spiritualità, ma la connotazione nettamente principale era molto “terrena”. A fine 2011/inizio 2012 ho mollato il mondo della controinformazione per un paio di mesi perchè mi ero reso conto (ah, la consapevolezza…) di quanta negatività fosse presente in esso. Ne ero letteralmente nauseato, esausto e mi sono preso una pausa per “disintossicarmene”. Lì mi sono accorto che l’informazione alternativa non è davvero migliore di quella mainstream: è solo un altro contenitore dentro il quale si corre il rischio di rimanere incastrati. Cambiano le informazioni, i punti di vista, e le notizie saranno anche più veritiere, ma alla fine l’attenzione è sempre focalizzata sulla geopolitica e affini, con l’aggiunta dell’opprimente figura della mega-èlite in controllo di tutto. Da qui in poi gli articoli su argomenti “terreni” sono diventati meno frequenti e la cosiddetta spiritualità ha preso un risalto maggiore.

Da un annetto e mezzo, la situazione, rispetto agli albori, si è invertita: geopolitica nell’angolo e spiritualità a palla. Il motivo è presto detto: puntare sempre i riflettori “là fuori” sui fatti del mondo non mi soddisfa, è un altro metodo di intrattenimento, una serie di stimolazioni a livello culturale che, dopo averne fruito, mi lasciano col senso di insoddisfazione di prima, per di più con l’aggiunta di pessimismo e rassegnazione. Non ce l’ho con chi fa controinformazione, anzi: siete dei grandi e vi voglio tanto bene, nonostante ultimamente li stia pizzicando criticamente. Ma a me manca sempre qualcosa, non c’è niente da fare. Questo qualcosa non è “là fuori”. Sembra una frase fatta, ma è la pura e semplice realtà. Finchè ci si fissa sul mondo esterno, ci si intrattiene per qualche tempo e nel mentre si sta anche bene: ma basta un momento di calma e quel senso di malessere interiore riaffiora più forte di prima. E meno male, aggiungerei, perchè il suo compito è solo quello di rendermi consapevole di una “mancanza” di comprensione della realtà. In un mondo pieno di balle, questo senso di insoddisfazione è una manna dal cielo: mi fido di lui, conosco il motivo per cui è presente e sono consapevole del suo essere al mio servizio e, per proprietà transitiva, al servizio della consapevolezza. Ce l’abbiamo tutti, siamo tutti intimamente infelici. Possiamo fare la qualunque e diventare la chiunque, ma lui è sempre lì, quatto quatto sotto il tappeto. Una volta esaurito l’effetto euforico della “dose di mondo esterno”, eccolo ritornare. Sempre.

A questo punto ci sono due possibilità: ritenerlo negativo, da reprimere, sconfiggere ed evitare prendendo un’altra “dose di mondo esterno”; oppure capire quale sia la sua funzione, abbracciarlo e farsi aiutare dalla sua guida.

Io, dopo aver preso una discreta quantità di “dosi” e aver constatato di non aver risolto minimamente il problema, mi sono anche un po’ rotto le balle e la considerazione che è sorta è stata del tipo “se esiste, e persiste, ci sarà un motivo”. E questo motivo non è negativo, assolutamente nossignore. La realtà è incredibile, sapete? “Dio” fa di tutto e di più per farci capire che qualcosa “non va”, nel nostro modo di sentire l’esistenza. Pensate a quanti sentimenti cosiddetti “negativi” esistono. Tanto per citarne qualcuno: tristezza, paura, depressione, inadeguatezza, odio, rabbia, rancore, insoddisfazione, sentirsi fuori posto, infelicità, eccetera eccetera. Ma noi siamo talmente rincoglioniti che, invece di prenderli per quello che sono: SINTOMI, li prendiamo come malattie. Per cui, uno è malato di depressione, ad esempio. O, quando non sono malattie, sono comunque nemici da combattere e sconfiggere tipo alieni invasori e cattivoni. Questa è pura follia.

Volete continuare a combatterli? Fatelo, non ne ricaverete un ragno dal buco. Non sono vostri nemici. Sono l’equivalente emotivo della febbre: il loro compito è soltanto quello di segnalare che qualcosa non sta funzionando nel modo migliore. E sapete una cosa? Più voi li considerate come malattie e/o nemesi da distruggere, più questi diventano forti, e il motivo è estremamente semplice e perfettamente logico: continuando a considerarli ostili, e addirittura incrementando quest’attitudine, vi state allontanando sempre di più dallo stato d’essere “ideale”; così facendo, loro aumentano di intensità perchè il malessere si sta allargando e, quindi, anche la “febbre” sale per segnalare il fatto. Se siete depressi, ad esempio, significa che “manca qualcosa” nella vostra comprensione della realtà, della vita, di voi stessi (sono tutti sinonimi): più cercate di combattere la depressione, perchè la considerate come un male, come il vostro peggior nemico, più state “fraintendendo” il messaggio e, di conseguenza, la depressione aumenta. Ma non per farvi un dispetto: è una risposta all’allargamento della “frattura” tra voi e la comprensione. Più questa forbice diventa ampia, più sarà necessario uno shock intenso per cercare di farvi capire come sciogliere il nodo.

Ci sono delle cose di cui dobbiamo diventare consapevoli. Ne avevo già parlato in riferimento ai cicli. Ci sono “lezioni” da imparare: finchè non si impara una “lezione”, la realtà ci mette di fronte a eventi sempre diversi ma tutti facenti parte dello stesso ciclo. La realtà non è lineare. La manifestazione fisica cambia sempre e questa sì che è lineare: ma la linearità è inscritta in un cerchio. Il cosa è immutabile (il cerchio o la ciclicità è il modo più efficace per indicare questa condizione): il come si manifesta, invece cambia sempre. 5000 o anche solo 100 anni fa, una persona non poteva vivere gli eventi che viviamo noi oggi ogni giorno e men che meno nel modo col quale li viviamo noi ogni giorno. Eppure anche 5000 o 100 anni fa, le persone provavano sensazioni e sentimenti identici ai nostri, avevano sogni, cercavano di capire la realtà e loro stesse, in una parola: vivevano. Quindi, come la mettiamo? Il tempo è ciclico: ciò che accade di momento in momento, ovvero il come della manifestazione, è invece lineare.

L’infelicità non è qui per tenervi la testa sott’acqua e farvi annegare. E’ l’esatto contrario: voi avete già la testa sott’acqua e lei è una delle mani aperte che avete davanti agli occhi e vi sta invitando ad afferrarla per mettervi in salvo prima di finire l’ossigeno. Capite quanto la nostra concezione di queste cose sia totalmente sottosopra? Ragioniamo per assurdo e immaginiamo che le varie emozioni negative non esistano. Come faremmo a sapere di essere “fuori strada”? Se non ci fosse la febbre, come faremmo a sapere di stare male? E, di conseguenza, come faremmo a sapere di doverci curare?

La depressione è una brutta bestia, quando ci sei dentro. Ti fa stare male mentre tu vorresti stare bene, per cui aumentano pure la frustrazione e il rancore verso te stesso, il mondo e chissà cos’altro. Provi a combatterli in tutti i modi, te li inventi perfino e provi a credere che funzioneranno. E, puntualmente, non funzionano mai. E giù ancora di depressione, frustrazione, rancore, impotenza. Un cane che si morde la coda. Ti svegli la mattina e il primo pensiero è “ma che cazzo mi alzo a fare? Il mondo non ha bisogno di me. Odio ciò che faccio, non sopporto la compagnia altrui e a loro non importa niente di me. E’ inutile, vaffanculo tutto e tutti”. Ti trascini controvoglia fino a sera, lasciandoti scivolare addosso le giornate nell’indifferenza totale. Ti rimetti a letto, perchè finalmente è il momento di dormire, e ripensi alla miseria delle ore appena passate. Ripensi alla tua, di miseria, e ti viene un sussulto di disperazione: torni a combattere il demone, ma non c’è niente da fare e l’unico risultato tangibile è un po’ d’acqua che dagli occhi scende sulle guance. “Mm, però… Se togliessi definitivamente il disturbo non sarebbe poi una tragedia. Tanto, a chi gliene importa? E io smetterei di stare male”. Ma non ce la fai, e sai di non riuscirci.

Ecco, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2009, all’incirca quasi tutti i giorni, ero in questo stato. Ho avuto una lunga conversazione col mio “lato oscuro”. Come ne sono venuto fuori? Io non ho fatto niente. Non riesco a dire “Sono uscito dalla depressione”, proprio non ce la faccio: mi prenderei meriti che non mi competono. E’ successo una sera a letto, poco prima di addormentarmi. Un attimo ero nella tormenta e l’attimo dopo era sparita. Volatilizzata. E’ emerso un pensiero del tipo “ma basta! Adesso basta! Ma mi sto massacrando, mi sto rovinando la vita per cosa? Non mi riconosco nemmeno più: sono sempre stato ottimista, positivo, e adesso sono l’esatto contrario”. Ma questo pensiero è emerso un attimo dopo: la depressione era già andata. Non è stato il pensiero a mandarla via, ecco. Cosa sia successo esattamente, non lo so. So solo che non c’è stata nessuna battaglia, nessuna guerra. Evidentemente è stato proprio un momento di blackout, nel quale ho smesso di oppormi. Non lo so, ipotizzo.

Ma da quel momento in poi, e oggi più che mai, ringrazio Dio, il Creatore o quel che è per avermi dato la possibilità di vivere la depressione. E’ stata una vera benedizione. Dovesse tornare, saprò cosa vorrà dire: che sto pesantemente fraintendendo qualcosa, che non lo sto comprendendo davvero. Da quel momento di 5 anni fa, sono tornato a sentire la solita infelicità latente e la solita insoddisfazione che sento tuttora. La differenza è che ora capisco il motivo per cui ci sono: mi rendono consapevole del fatto di essere… inconsapevole. Socrate docet. Gli unici due momenti nei quali non c’era nulla di tutto questo sono state le due esperienze di “apertura delle porte del paradiso”, come le chiamo io: lì c’era solo e soltanto un sentimento identificabile come amore, o innamoramento, incondizionato verso tutto e tutti. Stop. Fuori da quei due momenti di grande consapevolezza, dei quali, anche qui, non riesco a prendermi i meriti, non appena la smetto di “distrarmi” troppo col mondo esterno, ecco riemergere quel senso di insoddisfazione latente. Non è nemmeno insoddisfazione vera e propria: è più un tarlo, come quando si parte per le vacanze e si ha la sensazione di avere lasciato a casa qualcosa. Non ci si sente a posto, vero? “Eppure, boh, mi sembra che manchi qualcosa…”.

E’ questa roba qui che mi fa andare avanti. Ho teso il braccio verso di essa e sto cercando, col suo aiuto, di uscire dall’acqua. So che è qui per questo motivo e sono contento che ci sia, così come sarò immensamente felice quando se ne andrà. Sarà il segno della “guarigione” dall’unica e sola “malattia” esistente: l’inconsapevolezza. Ovvero la mancanza di comprensione dell’assoluta perfezione di ciò che già è qui. E difatti un altro indicatore importante dell’inconsapevolezza è il desiderio, inteso come una proiezione il cui contenuto è l’ottenere qualcosa che al momento non abbiamo, o il diventare qualcuno che al momento non siamo, e che riteniamo essere la pietra angolare per trovare la felicità. Il desiderio sorge nel momento in cui proiettiamo la felicità verso l’esterno, nel mondo: da quell’attimo in poi, diventiamo schiavi del mondo perchè ci mettiamo in una posizione di dipendenza. Ma non solo: l’intero processo è totalmente arbitrario, fondato sul nulla, per cui noi scegliamo arbitrariamente che una determinata cosa, in senso lato, ci renderà felici distruggendo quel dannatissimo senso di pochezza e insoddisfazione che sentiamo sempre. Quindi, siamo sempre proiettati verso queste idee completamente campate per aria e a loro subordiniamo la nostra felicità. Perchè noi ci sentiamo infelici. E non vogliamo esserlo, anzi: è sbagliato esserlo.

E’ tutto alla rovescia. Fermatevi un attimo e osservate ciò che già avete, ciò che già provate, le emozioni già presenti, i sentimenti già presenti: loro sono tutto quello di cui avete bisogno per diventare consapevoli. Se non comprendete nemmeno ciò che avete sotto il naso ogni singolo istante, ciò che vi accompagna costantemente nella vostra vita quotidiana (magari pure da anni e anni), come potete pensare di comprendere quello che non avete mai provato? “Amore incondizionato”. Bel concetto, belle parole. Ma riuscite a comprenderle? Davvero? Davvero davvero? Sentite dentro di voi una qualche sensazione che la mente poi interpreta come “amore incondizionato”? No? E allora smettete di far dipendere la vostra felicità dal raggiungimento dell’amore incondizionato, o dell’illuminazione o di chissà cos’altro. Per un semplice motivo: non sapete cosa essi siano realmente. Vi state illudendo da soli. Ed è perfetto così: continuerete a vivere l’esperienza dell’”auto-illusione” fino al momento preciso in cui questa esperienza sarà utile per voi. Da quell’attimo in poi, sparirà da sè. Anche se può non sembrare, l’unico motivo della sua esistenza è servirvi. E lei, a differenza vostra (nostra), sa esattamente cosa fare: è pura consapevolezza. E infatti, nonostante tutte le brutte parole, i brutti pensieri e le sberle che le date, lei continua a tornare e trova sempre un modo nuovo per richiamare la vostra attenzione e aiutarvi ad aggiungere un tassello alla vostra comprensione. Se non è amore incondizionato questo… Tiene le vostre mani tra le sue e vi parla, ma voi continuate a non volerla ascoltare e la insultate. Arriverà il momento nel quale prenderà la vostra testa tra le sue mani con una dolce violenza e vi forzerà a tacere per ascoltare il suo messaggio.

Comprendete ciò che già c’è e ciò che è nascosto uscirà allo scoperto da solo.

11 febbraio 2014

Poveri disillusi

Illùdere v. tr. [dal lat. illudĕre «deridere, farsi beffe», comp. di in-1 e ludĕre «scherzare»] […]
a. Ingannare, attrarre a sé o suscitare vane speranze presentandosi con falso aspetto, oppure facendo apparire le cose migliori di ciò che sono in realtà o più rispondenti al desiderio e alle attese […]
b. rifl. Ingannarsi, concepire vane speranze, soprattutto per una inesatta e troppo ottimistica valutazione di fatti, cose o persone […] Part. pass. illuo, anche come agg. e sost.

Diṡillùdere v. tr. [comp. di dis-1 e illudere, coniato su disillusione] (coniug. come illudere). – Togliere dall’illusione, disingannare: era pieno di fiducia nella vita, ma la realtà lo ha presto disilluso; nel rifl., perdere un’illusione o le illusioni: speravo molto da lui, ma mi sono disilluso.  Part. pass. diilluo, anche come agg., disingannato, che ha perduto ogni illusione: essere, mostrarsi disilluso; l’ho trovato stanco e disilluso dalla vita.

Queste sono le definizioni del vocabolario della Treccani. Perchè ho scelto questi due concetti? Semplice: perchè sono un palese riflesso del rincoglionimento generale e della grande, maestosa e imperante confusione mentale nel mondo.

Ma usciamo un po’ dai vocabolari ed entriamo di più nella nostra realtà. Chi è l’illuso, per noi? E’ un tizio, o una tizia, pieno di tante idee belle ma false, o quantomeno ingenue. La realtà, per l’illuso, è migliore di quanto non appaia, ne è convinto e se ne auto-convince. Gli parlate di “amore” e l’illuso si dipinge un’immagine paradisiaca fatta di un sentimento vero e incrollabile di fronte alle difficoltà, superiore a qualsivoglia capriccio ed egoismo, cardine unico di una vita degna di tale nome.

Chi è il disilluso? E’ un tizio, o una tizia, il quale ha perso le illusioni, vede la realtà per quella che è per la maggioranza delle persone, ha dei tratti di realismo empirico e ci aggiunge una sfumatura amara, una connotazione negativa, tenendo comunque come base il realismo. E’ un realista scoraggiato, diciamo, ma realista di base. Per lui il termine “amore” richiama un’idea di compagnia temporanea, un’esperienza di forte potenza iniziale ma destinata a scemare nel tempo e diventare routine, fino alla semplice sopportazione (nei casi migliori) o fino alla rottura totale del rapporto.

L’illuso viene percepito come un cretino, in pratica, uno che si auto-inganna per fuggire la realtà; il disilluso, invece, ha vissuto sulla sua pelle la realtà ed è sì vero che tende un po’ troppo alla negatività e alla semplificazione, ma ha sicuramente più ragione, oltre che più merito, di quel pirla dell’illuso. Il disilluso è un realista. Tendente a toni sconfortati, ma realista.

C’ho preso? E’ così, più o meno, o sbaglio? Ed ecco quanto siamo rincoglioniti. Il disilluso non è un realista: è uno che si guarda intorno con occhi impauriti, vede tendenzialmente solo il lato negativo della faccenda, ci si focalizza sopra e semplifica mostruosamente il mondo e la vita, arrivando a conclusioni generali basate su un numero limitato di esperienze personali e/o di chi lo circonda. E’ uno che pensa di avere capito come funziona la baracca e non ha più bisogno di ulteriori spiegazioni/pareri: ha il vissuto, dalla sua. “La realtà è questa e nient’altro”. Siccome succedono delle cose a un certo numero (sempre limitato) di persone, allora è così per tutti. Il disilluso è uno che si è arreso. Non è un realista. Segue la corrente, si lascia trascinare, non si domanda più nulla. E’ un masochista: si auto-infligge una visione cupa della vita e ci si rifugia dentro, non mostra segni particolari di volerne uscire. Non è un disingannato, anzi: accontentandosi di portare il suo punto di vista al livello medio delle persone intorno a lui, si sta ingannando da solo. Il disilluso rimane scottato dalla vita; allora si focalizza sulle esperienze simili alla sua, vissute da altri; ne raccoglie un certo numero, mettendo la sua in testa, e si convince di avere capito come funziona. Si adegua al livello medio di vita, al livello medio di comprensione dei concetti riguardanti la vita. E questo livello medio è basso. Molto basso. Per cui si auto-limita in maniera molto, ma molto pesante.

L’illuso, al contrario, è un sognatore. Non si accontenta delle spiegazioni del livello medio, ma cerca in tutti i modi di andare oltre. Se anche uno o più dei suoi castelli in aria dovessero essere spazzati via, non c’è problema: ci sbatte la testa, si fa male, ma poi riparte. La realtà al livello medio non è soddisfacente, non ha senso, non lo sazia. “Deve esserci di più”. Si pone domande e cerca incessantemente risposte. Ne trova magari mille sbagliate e una giusta alla volta, ma quell’unica risposta giusta è il segno e lo stimolo per continuare. E’ un investigatore, sempre aperto a nuove spiegazioni/pareri. Il suo vissuto, e quello di chi lo circonda, per quanto possa essere negativo e “brutale”, non può rappresentare la totalità della realtà. L’illuso sì che è un realista. Non ci sono limiti, per lui. Non fugge la realtà, anzi: prova a capirla.

Ma noi no, non è così che li percepiamo normalmente. Il disilluso, pur avendo una connotazione negativa, è più pragmatico e perciò più “affidabile” del povero illuso. Non ha capito un cazzo, perchè il livello medio di comprensione della vita è questo, eppure ci si adegua, si arrende, smette di farsi domande e assurge sè stesso a ruolo di “saggio”. E nonostante questa condizione di miseria, viene percepito come “migliore” di chi, invece, cerca di dare un senso alla questione “che cazzo è ‘sta roba che stiamo vivendo?”. Capite quanto siamo rincoglioniti? C’è un’inversione di significato: l’arreso è etichettato come “realista”, “disingannato” per cui più vicino alla realtà delle cose (anche se più sul versante negativo), l’investigatore/ricercatore è un idiota con la testa tra le nuvole, pieno di cagate e in fuga dalla realtà.

Cioè, provate a chiedere a un realista, pardòn: un disilluso, chi è e che cosa fa qui. Fategli domande un po’ più profonde di “come va?” o “allora, il lavoro?” e guardate cosa ne viene fuori. Oppure, se avete la fortuna di avere contatti frequenti con uno/una disilluso/a, provate a capire qual è la sua immagine del mondo tramite quello che dice normalmente e come si comporta. Non ha senso. L’immagine che ne esce è di smarrimento e confusione. C’è molto nichilismo e caos. L’illuso non è detto abbia sempre ragione, anzi, però cazzo almeno prova a mettere un po’ di ordine. Non mette le mani in alto di fronte alla vita così, alla prima difficoltà, e non accetta la “versione ufficiale” sulla realtà perchè non la ritiene adeguata alla realtà stessa.

Ecco cosa si perde il disilluso. Si perde il sentimento interiore di essere un’estensione, o manifestazione, diretta del Creatore inteso come “infinito” o “tutto ciò che è”. Si perde la comprensione dell’intrinseca bontà e meraviglia della realtà tutta. Si perde il senso di tutto, ovvero: ognuno di noi (inteso come l’unico e solo Creatore) decide il momento e il luogo nel quale avere un’esperienza individuale di incarnazione in un corpo, si pone dei forti limiti iniziali di consapevolezza e decide che, alla fine di quell’esperienza corporea, arriverà a un determinato livello di consapevolezza, ovviamente più alto di quello iniziale. Questo è il “destino” e, una volta incarnati, non ci si può fare più niente: a quel livello si arriva. Il libero arbitrio entra in gioco nell’incarnazione, nel mondo “materiale”, e va ad influenzare il come si arriva a quel livello: in base alle scelte compiute nell’esperienza, man mano gli eventi “si adattano”, cambiano per diventare il più perfetti possibile al fine di rendere consapevole l’incarnato.

Questa immagine può aiutare a capire cosa intendo.

rombo

Da creatori entriamo nell’esperienza nel punto di consapevolezza A e fissiamo l’obiettivo a B, più alto di A. Una volta dentro l’esperienza, diventiamo “osservatori partecipanti” e, per arrivare a B, abbiamo a disposizione una marea di scelte/percorsi. Nel disegno non ci sono, ma immaginate migliaia di righe di ogni forma all’interno del rombo che partono tutte da A, si disperdono in giro, e si riuniscono poi tutte in B. In base alle scelte che facciamo, cambiamo “percorso”, ma sempre continuando ad andare verso “l’alto”. La realtà si “adatta” e fornisce sempre e costantemente le perfette esperienze (il famoso “pane quotidiano”) per farci diventare sempre più consapevoli di essa. Ma a B ci si arriva di sicuro. P e N sono i limiti del mondo materiale, in questo caso le due polarità “positivo” e “negativo”: avremo quindi percorsi più tendenti al negativo e altri più al positivo, ma TUTTI portano a B. (Tra l’altro, se tirate le rette orizzontale e verticale per collegare A con B e P con N, non si forma mica una croce?) Nel momento in cui da creatori decidiamo di entrare in un’esperienza individuale, allo stesso modo fissiamo un livello finale di consapevolezza da raggiungere (è il Creatore, diamine, mica il primo pirletta in strada); una volta dentro l’esperienza, in un certo senso “smettiamo” di essere il Creatore in sè e per sè, dimentichiamo tutto e ci crogioliamo di ciò che è stato creato. Diventiamo dei “mandanti con procura”, “in nome e per conto” del Creatore. Qualsiasi, e ripeto, QUALSIASI scelta che prendiamo, nonchè qualsiasi, e ripeto, QUALSIASI evento col quale entriamo in contatto porta alla fine a B. Non si scappa, è una dittatura della consapevolezza. E’ tutto meravigliosamente auto-referenziale: il Creatore “parla” con sè stesso sempre e ovunque. Vi ricordate quell’ometto là, come si chiama… quello con la barba e i capelli lunghi, lì… dai! coso… ah sì: Gesù, ecco. Vi ricordate quando dice “Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete”? Ecco, è quella roba qua: nulla può essere qualcosa di diverso dal Creatore. Non ve la ricordavate, la citazione? Ovvio, è nel vangelo apocrifo di Tommaso, sapientemente escluso dal lotto dei canonici.

Possiamo allargare il discorso alle diverse incarnazioni e, in generale, al grande ciclo dell’esistenza. A è il livello più basso possibile di consapevolezza, B il più alto. P e N rappresentano i limiti dell’esistenza tutta, che è quasi infinita, tendente all’infinito… ma non è infinita perchè comunque, per manifestarsi, l’infinito deve porre almeno un limite, in qualche modo. Dall’assoluto deve passare al relativo. Piano piano, da A si risale verso B, passando per un numero indefinito di esperienze o incarnazioni. Ma a B ci si arriva di sicuro.

Libero arbitrio e destino finalmente riuniti, uno in armonia con l’altro. E’ pura poesia. Ogni contrapposizione è una semplice apparenza. Il negativo non è “contro” il positivo, così come il destino non è contro il libero arbitrio e viceversa: uno completa l’altro e l’unione dei poli permette l’emersione dell’Unità. Ma di questo ne ho già parlato

Ecco, il realista amaro, altrimenti detto “disilluso”, e il realista “normale” difficilmente avranno il “coraggio” di staccare un attimo i piedi da terra per fare un piccolo salto nell’apparentemente impossibile o assurdo. A meno che non sia destino… L’illuso, invece, ce la può fare più tranquillamente. Prenderà delle tranvate clamorose, ma si divertirà nel farlo; si può dire che ci metterà “del suo”, tramite il libero arbitrio, per rendere più semplice la cosa e se la godrà maggiormente.

Capisc?

02 febbraio 2014

Hidden Hand aveva ragione… E smettiamola di chiamare “Illuminati” dei poveracci, per favore

Stavo riflettendo su una cosa. Alla luce delle conclusioni, provvisorie come sempre, a cui mi è capitato di arrivare nell’ultimo mese e che ho riportato negli ultimi due articoli su questo blog, un pensiero è sorto dal nulla e richiama un personaggio misterioso del quale vi parlai ormai quasi 3 anni fa: Hidden Hand. Ve lo ricordate? Era quel tizio che diceva di appartenere a una famiglia antichissima, da millenni sulla Terra, una di quelle più in alto nella piramide mondiale, praticamente al vertice della stessa, apparso su un forum americano di controinformazione definendo il suo exploit come “una finestra d’opportunità” per noi, per capire meglio come funzionano le cose su questo pianeta e per dare qualche suggerimento in termini spirituali.

Durante le sue sessioni di discussione, erano emerse delle rivelazioni allucinanti un po’ perchè provenienti da un anonimo che dichiara di appartenere a una famiglia animica superiore, in termini gerarchici, a qualsivoglia Rockfeller, Rothschild, famiglie reali eccetera esistenti sul pianeta, e un po’ perchè molti dei concetti espressi erano davvero estremamente fuori dal comune, al limite della pura fantasia. Infatti, intorno a questa enigmatica figura, si sono accesi pareri contrastanti tra chi sostiene la sua autenticità e chi invece lo reputa soltanto un mitomane burlone con un background di letture di testi sulla spiritualità.

Ora, non ho la minima intenzione di prendere posizione in uno dei due schieramenti. Non me ne frega un cazzo, detto proprio papale papale… Il richiamo a Hidden Hand mi è soggiunto nel momento in cui mi sono tornati alla mente alcuni dei concetti generali da lui trattati allora. Andando a rileggermi qualche suo pezzo, comunque, c’erano tante cose incredibili che non mi ricordavo proprio, ma fa niente: questo post non vuole essere un’analisi minuziosa della sua lunga esposizione. Semplicemente, mi sono ritornati in mente alcuni suoi punti straordinariamente in sintonia con quanto sono arrivato a comprendere io finora (o, meglio, quanto mi è capitato di comprendere… Non me la sento di prendere meriti che non mi competono…).

Faccio un breve riassunto, o una breve introduzione per chi se lo fosse perso. Se vi ricordate, lui diceva di appartenere al gruppo animico conosciuto col nome di “Lucifero” e il compito che questo tizio e la sua famiglia (più altre famiglie, credo) devono assolvere è quello di portare questo pianeta verso una sempre maggiore polarità negativa, in modo da generare un “raccolto” animico sufficiente a liberare il suo gruppo dalla prigionia di questo mondo di terza densità. Prigionia dovuta al fatto che Lucifero è un gruppo animico di sesta densità, il quale ha deciso di non ascendere alla settima densità per tornare “giù” (la famosa “caduta”) ad aiutare gli altri esseri viventi ad evolvere. Yahweh, il nostro gruppo animico del quale noi siamo una diretta manifestazione individualizzata, aveva creato il suo piccolo paradiso terrestre ma gli uomini e le donne che lo abitavano non mostravano segni soddisfacenti di evoluzione. Quindi, fu lo stesso Yahweh a chiamare Lucifero per creare un catalizzatore (il libero arbitrio) così da fornire un’alternativa all’incredibile, ma poco efficace, estrema positività esistente fino ad allora. Dopo un’accesa discussione, frizzi mazzi e lazzi, Yahweh, adirato e geloso, decise di imprigionare Lucifero qui e l’effetto karmico della negatività portata dall’”angelo caduto” ha avuto su esso stesso l’effetto di dover ottenere un “raccolto animico” negativo per poter essere rilasciato dalla “prigione”.

Questo proprio molto brevemente, ma il discorso è parecchio più ampio e articolato. Verità? Cagata epica? Non lo so. Comunque sia, andiamo al sodo. Ci sono delle affermazioni fatte da Hidden Hand che si sono rivelate clamorosamente false, tipo quando dice:

“San Francisco e Damasco saranno inabitabili entro il 2010, forse anche prima.” [La discussione originale è datata 18 ottobre 2008, ndM]

E’ anche vero che più di una volta si premura a ricordare di non essere “abbastanza in alto nella Gerarchia per conoscere i dettagli con largo anticipo”, oppure inserisce un alone di semplice ipotesi dipendente “da alcune 'forze' in gioco, e dalle tempistiche con cui si attiveranno”, per cui questi eventi potrebbero verificarsi. Ma anche no. E difatti non si sono verificati. Avremo pure un’informazione mainstream di merda, ma mi risulta che le tipiche strade in salita di San Francisco siano percorse ancora da persone e non da delfini e balene.

Basta ciò per etichettare il signor Mano Nascosta un vaccaro mitomane? Non credo, alla luce del resto della discussione. Ci sono dei punti, infatti, che all’epoca non capii minimamente ma che ora sono cristallini di fronte a me.

Prima, però, un paio di fatti che ho sempre ritenuto inspiegabili date le diverse versioni della storia e del mondo forniteci dal mainstream e, soprattutto, dalla controinformazione. Mi soffermo su quest’ultima. Ci sono dei tizi che da millenni controllano la baracca da dietro le quinte, giusto? E lo fanno cercando di opprimere sempre di più le persone, schiavizzandole, indirizzandole verso certi concetti e sopprimendone altri, giusto? Perfetto. Sono super-potenti, in totale controllo, fenomeni e tutto il cucuzzaro… e poi lasciano passare, tanto per fare un esempio, una roba rivoluzionaria come il messaggio cristico?! Idee e concetti messi nero su bianco, diffusi, copiati, stampati, ristampati, col potenziale di rompere qualsiasi catena di schiavitù a qualunque livello! Certo, mi direte: le parole sono lì alla portata di tutti, ma poi l’interpretazione è un’altra cosa. E l’interpretazione più diffusa (e quindi, implicitamente, voluta dall’èlite) è completamente sbagliata o quasi, molto fuorviante come minimo. Verissimo, ma ciò non toglie che le parole siano comunque lì. Dunque è lì anche la possibilità di comprenderle per davvero, liberandosi così da qualsivoglia forma di schiavitù (interiore in primis).

Secondo fatto. Quando sento parlare di “Illuminati” mi viene sempre da sorridere. Ne avevo accennato un attimo nello scorso articolo. Infatti, col termine “Illuminati” vengono sempre etichettati i signori appartenenti ai soliti Rockfeller&co., i quali sarebbero i veri padroni di questo pianeta, l’èlite dominante. Non solo: avrebbero, inoltre, una marea di conoscenze in più di noi in merito a noi stessi, al mondo, alla vita, a Dio eccetera eccetera. Sarebbero, appunto, illuminati. Ma non diciamo cazzate, per favore! Un vero illuminato capisce intimamente l’esistenza e sente perfettamente l’assoluta bellezza e l’amore incondizionato che la compongono. Di conseguenza, non potrebbe mai e poi mai fare del male col fine di fare del male (come, invece, risulta chiaramente dalle varie descrizioni sull’èlite che girano in ogni dove), semplicemente perchè saprebbe esattamente che il male assoluto non esiste, per cui ogni pensiero/azione/parola/evento/essere/particella/tempo/spazio/scoreggia ha un fine “benigno”, evolutivo e totalmente positivo, ovvero (in coro): LA CONSAPEVOLEZZA. I vari Rothschild and friends di cui si continua a parlare, ammettendo che siano davvero i capi, vi sembrano illuminati? Secondo voi questi capiscono davvero l’esistenza? No, questi sono solo dei sadici egoisti, inconsapevoli dell’intimità dell’essere, semplici attori inconsapevoli così come tutti gli altri. Ovviamente godono nella loro posizione, nella loro ricchezza, nel loro controllo: ma si sono lasciati “corrompere” da questi concetti e sono da essi controllati. Sono dei poveracci, anzi sono proprio i più poveracci dei poveracci: sono i più schiavi degli schiavi, illusi di essere i migliori del mondo, i più intelligenti, i più furbi, i più superiori. Sono più schiavi di me e di voi, non hanno il minimo “controllo” su loro stessi, sono alla mercè delle emozioni e dei pensieri, ne sono assuefatti e sottomessi e, infatti, l’idea di perdere tutto li manda ai pazzi: senza il loro bel controllo e la loro bella posizione nella gerarchia, chi sono? Cosa rimane loro per identificarsi?

Per questo ho proposto di sostituire “Illuminati” con “Opachi”. Tra l’altro, a loro fa comodo essere conosciuti col termine “Illuminati” perchè è un concetto che richiama un’idea di intrinseca superiorità… Anche perchè, scusate: a un illuminato vero, pienamente consapevole della sua essenza e dell’essenza dell’intera esistenza, che gliene frega del potere? Cosa può importargli di dominare una frazione di spazio (la Terra) per una frazione di tempo? “Ha ha ha! Sono il dominatore e controllore del mondo intero! Tutti voi prostratevi ai miei piedi! Ha ha ha!” Sì, ce l’hai più lungo. E allora? Tanto hai da morì e di te non si filerà più nessuno nel giro di 5 anni. Lo vedete come sono bambini? Non hanno la minima idea di chi siano veramente, per cui cercano all’esterno dei motivi di soddisfazione che possano colmare questo incommensurabile vuoto. Vogliono il riconoscimento altrui, tramite il dominio si sentono importanti, si sentono qualcuno. Sono dei poveracci, fanno tenerezza. Quindi, lancio ufficialmente un’etichetta che più si confà al loro stato attuale: Opachi, perchè, in loro, la luce non si esprime nella sua magnificenza ma viene offuscata, indebolita, filtrata e quello che ne esce è inconsapevolezza. D’ora in poi li chiamerò “Opachi”.

Sì ok, ma che c’entra tutto questo con Hidden Hand? C’entra perchè mi sono accorto sia di essere arrivato ad alcune “conclusioni” molto simili alle sue, e sia perchè lui rappresenta una forte spiegazione ai nonsense che ho appena elencato. Anche lui ha la concezione della realtà come assolutamente benigna e, quindi, ciò che noi identifichiamo come “male” è solo un mezzo (lui lo chiama “catalizzatore") e, in quanto tale, serve il solo scopo della consapevolezza (e qui rientra anche tutto il discorso su Satana et similia… Ne ho già parlato diffusamente). Questo suo punto è stato molto criticato e l’accusa rivoltagli è quella di fornire così una giustificazione bella e buona per le innumerevoli malefatte causate da lui o chi per esso nel mondo, un modo per lavarsi la coscienza, sostanzialmente. Sarà, ma la realtà è proprio questa: tutto proviene dalla consapevolezza, compie la sua parabola per portare consapevolezza e torna alla consapevolezza. La differenza sta nel capirlo o no. Riconosce, inoltre, la presenza di un’intelligenza dietro tutte le cose e il fatto che, se una cosa accade, significa che è assolutamente giusta così: altrimenti non accadrebbe. Tutto accade “in Dio”, in pratica, o come lo chiama lui, “l’Infinito Creatore”. Più tutto il discorso sull’unità dell’esistenza, ovviamente, fino ai cicli karmici.

Ma oltre a questi punti in comune, Hidden Hand è la più plausibile spiegazione alle contraddizioni che ho evidenziato poco più su. Vediamo di capire il perchè. Per farlo, devo prenderla un po’ alla larga, scusate. La realtà parte da un frequenza altissima, chiamiamola “primaria”, la più diretta emanazione dell’Ineffabile, dell’infinito, di ciò che sta oltre tutto. Quest’unica onda assume quasi infinite lunghezze: dalla vibrazione più alta, più veloce, più “eterea” a quella più bassa, più lenta, più “fisica” (che non è necessariamente la nostra). L’onda viene poi “suddivisa” in “blocchi”, quelli che Hidden chiama “densità”. Come facciamo a saperlo? Beh, è piuttosto ovvio: noi stiamo facendo esperienza dell’intero spettro di frequenza o solo di una sua piccola parte? Direi la seconda, per cui come minimo esistono due “blocchi”: quello piccolino di cui abbiamo consapevolezza, e quello enorme composto dal resto dello spettro. Nulla impedisce di ipotizzare che quest’ultimo sia a sua volta suddiviso in “blocchi” più piccoli. Vedetela come una matrioska: c’è un primo gigantesco “blocco”, generato dalla separazione primaria (l’uno che diventa due, l’assoluto che diventa relativo), nel quale la vibrazione (o consapevolezza) è altissima, la più alta possibile; dentro, o sotto, questo “blocco primario” ve ne è un altro un po’ più “piccolo”, meno consapevole, più denso, con una vibrazione un po’ più lenta, con qualche “limite” o “regola” in più; a sua volta, dentro (o sotto) quest’altro “blocco” ce n’è un altro un pelo più “piccolo” e via discorrendo. Una delle conseguenze di ciò è che i livelli inferiori riflettono le caratteristiche dei livelli superiori. Ovvero: tutto ciò che noi troviamo qui, in questo livello di percezione, e con tutto intendo dai semplici pensieri, ai modi di fare, ai concetti, fino ad oggetti materiali e fisici, sono rappresentazioni a questo livello di “princìpi” provenienti “dall’alto”. Vi ricordate quando vi parlavo dell’uomo e della donna, del mascolino e femminino, del sesso, delle polarità? Ecco, quello. “Come sopra, così sotto e come sotto, così sopra”, in sostanza. “Frattale”, “a Sua immagine e somiglianza” vi dicono qualcosa?

Ciò porta a una considerazione fondamentale: essendo tutto il creato un’emanazione diretta, a diversi “livelli”, dell’infinito, significa che l’infinito stesso è rappresentato in ogni singolo “livello” o “blocco”. L’infinito ha degli “emissari” per suo conto in ogni blocco. Non immaginate questi “emissari” come persone o esseri viventi antropomorfizzati: è solo un concetto per provare a rendervi l’idea. L’infinito genera la separazione primaria, i limiti primari: ciò porta alla prima, e più grande o più “veritiera”, sua rappresentazione nel campo del finito. L’infinito, in pratica, diventa per la prima volta “visibile”, esperibile. A sua volta, questa rappresentazione primaria dell’infinito pone nuovi limiti e genera un nuovo “blocco”, “comandato” da una nuova, e in un certo senso più “piccola” o meno consapevole, rappresentazione dell’infinito. E così via. Al nostro livello, l’infinito si manifesta dentro di noi sottoforma di amore incondizionato verso la qualunque e la chiunque, a partire da noi stessi. E’ la massima consapevolezza possibile in questo “blocco” di esperienza: il riconoscimento dell’assoluta perfezione dell’esistenza. Come si manifesta nel “mondo esterno”, specchio del “mondo interno”, non lo so. In passato si venerava il Sole e anche Hidden parla del “Grande Sole Centrale” come espressione massima dell’infinito in questo “blocco”: il Grande Sole Centrale, a sua volta, avrebbe generato gli altri Soli più “piccoli” fino ad arrivare anche al nostro. Non lo so, non ne ho idea. Tornando più sul metafisico, tutta ‘sta pappardella ha come conclusione che anche il nostro livello è “comandato” dall’infinito tramite una sua rappresentazione. Quindi, oltre a tutto il resto, anche il nostro pianeta “sottostà” direttamente all’intelligenza dell’infinito. Ergo, anche a livello fisico, i “capi” della baracca non possono essere che esseri consapevoli del quadro generale, i quali non stanno a capo per dimostrare di essere dei bambinoni fighi della madonna, ma per portare servizio alla consapevolezza.

Non posso verificare definitivamente che Hidden Hand sia un effettivo membro del gruppo a capo del mondo. Di certo è la spiegazione migliore che ho trovato finora alle incongruenze evidenziate prima. Ed è curioso come molti concetti da lui espressi siano praticamente identici a quelli esposti da me. E preciso un paio di cose: da quando ebbi la prima esperienza di apertura delle “porte del Paradiso”, come la chiamo io, ormai quasi 2 anni fa (tra l’altro molto simile a quella che Hidden chiama “esperienza di tempo punto zero”), e ancora di più dalla seconda esperienza dell’anno scorso, di materiale religioso-spirituale ne ho letto e guardato molto ma molto poco perchè, come avevo già scritto, mi sono reso conto (ah, la consapevolezza!) di quanto mi riempissi la bocca di tanti bei concetti senza però averli capiti per davvero, senza averne una intima comprensione. Quindi mi sono messo di più “in proprio”, in questo senso, e di intuizioni straordinarie ne sono arrivate parecchie. E aggiungo anche che è estremamente più bello arrivare alla comprensione di certi concetti per conto proprio piuttosto che farseli dire dagli altri. Intanto perchè è un allenamento potentissimo per distinguere la vera verità dall’”illusione”; e anche perchè ci sarebbe tutto il discorso sull’impossibilità di esprimere l’infinito tramite le parole, con tutte le distorsioni del caso e blablabla… Non mi ripeto, ne ho già parlato abbastanza in passato. E questo è uno.

In secondo luogo, giuro su qualsiasi cosa ed essere vivente che Hidden Hand era finito negli angoli remoti della mia mente e non ci pensavo neanche più. Il mio viaggio, nel corso di 3 anni, è andato ovviamente avanti e di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Non chiedetemi come, ma il giorno dopo aver pubblicato l’ultimo post (quindi martedì) mi è arrivato un flash, una breaking news mentale avente come oggetto il signor Mano Nascosta e l’incredibile somiglianza tra un po’ di punti della sua esposizione e i miei. Allora sono andato a rileggermi un po’ della trascrizione della discussione tra lui e gli utenti di Above Top Secret. Cioè, è abbastanza curioso l’essere arrivato per li cazzi miei alla comprensione di concetti riguardanti la nostra essenza, piuttosto “fuori dal comune”, praticamente allo stesso modo suo. Che ci sia qualcosa di vero vero più vero del vero? E notare anche l’incredibile tempismo: i punti “di contatto” più importanti con Hidden sono sostanzialmente quelli che ho scritto negli ultimi due post, dunque le conclusioni, come sempre provvisorie, a cui sono pervenuto nelle ultime 2-3 settimane. Per quasi 3 anni, di Hidden Hand, non me n’è potuto interessare di meno, manco mi passava per l’anticamera del cervello. L’esperienza, evidentemente, non ne richiedeva il (ri)contatto. Poi improvvisamente sorge la comprensione di determinati aspetti della realtà e, pochi giorni dopo, letteralmente dal nulla bum! atterra un pensiero del tipo “Oh cazzo! Ma sono idee molto simili a quelle di quel tizio là, Hidden Hand! Strano…”. Nonostante tutto, vale sempre il consiglio principe che chiunque dovrebbe avere stampato a caratteri cubitali sulla parete di casa propria: non prendete nulla come verità assoluta o come vangelo. Primo, perchè queste cose le leggete e basta, non vengono da dentro voi. Secondo, perchè io, Hidden e voi siamo ognuno diversi dall’altro, con tutto ciò che ne consegue a livello di consapevolezza. Quindi, io qui vi parlo con tutta la sincerità possibile di quello che io sento come verità più vera del vero: voi non dovreste credermi a prescindere. A me, che mi crediate o no, cambia poco o nulla: più che altro la differenza è importante per voi, così evitate di commettere l’errore che ho fatto io di credere di sapere una marea di cose, per poi accorgermi di non sapere effettivamente (comprendere) quasi nulla (su alcuni concetti ero sulla buona strada, ma su altri… Lasciamo perdere…). Così evitate di ingannarvi da soli, in pratica.

Comunque sia, un fatto rimane meravigliosamente incontrovertibile: non è proprio possibile che l’inconsapevolezza possa regnare. L’infinito, nelle sue diverse manifestazioni, si pone sempre a capo dell’esistenza e delle diverse parti di essa e la guida attraverso la sua evoluzione. Non può essere altrimenti. E’ un altro modo per dire che tutto accade col solo fine della consapevolezza. Mettetela come volete, ma siamo sempre qui. Che Hidden Hand sia o no membro degli esseri fisici “scelti” dalla consapevolezza per aiutarla a farci evolvere verso di essa, poco importa: ciò che conta è che siamo stati, siamo tuttora, e saremo sempre in “buone mani” sia a livello interiore che esteriore (uno è il riflesso dell’altro. Frattale…). Cercate di capire cosa intendo…

Quindi, per l’amor diddio: vogliamo smetterla di usare il termine “Illuminati” per rivolgerci a un branco di cretini messi peggio di noi? I vari tizi verso cui si punta sempre il dito a livello mondiale sono gli? Opachi, bravi. E loro non se ne rendono conto, impegnati come sono ad ingigantire il loro ego e a rivolgersi alle loro credenze sataniste, ma stanno svolgendo esattamente il “compito di Dio” (ammicco ammicco). Ma non diteglielo, eh…