20 maggio 2015

Troppo veloce, troppo, troppo, troppo

Nell’articolo precedente ho parlato del mio piccolo momento di “risucchio” nelle fauci subdole del condizionamento del mondo e, a un certo punto, ho scritto che una delle principali ragioni del successo dell’ipnosi portata avanti dal cosiddetto “sistema” è la pazzesca velocità con la quale ci spara addosso una cascata interminabile di stimoli di ogni genere. Quasi in contemporanea ho trovato un bell’articolo sul blog di Paolo Franceschetti proprio in merito all’argomento, che secondo me merita una lettura. Basta andare qui. Prendetevi il vostro tempo.

Io dico la mia, basandomi sulla mia esperienza. Nell’ultimo articolo ho parlato di ipnosi. Sicuramente avrete già letto mille articoli nei quali si discute di come le persone vivano la loro vita quotidiana in uno stato simile al sonno eccetera eccetera e, se siete stati un po’ onesti con voi stessi, vi sarete detti di non aver capito bene di cosa parlassero effettivamente. “Ma come ‘sonno’? Io sono sveglio. Cosa vuol dire ‘sonno’?”. Non è proprio un sonno. Il concetto che per me si avvicina di più è proprio “ipnosi”. In pratica funziona così: la nostra percezione, la nostra attenzione, i nostri sensi, tutto ciò che ci permette di ricevere informazioni/stimoli dal mondo esterno e interno (mente+emozioni) è sottoposto a un bombardamento impressionante, un caos disordinato e molto variopinto. Questo bombardamento ha un ritmo estremamente alto, a causa del quale riceviamo informazioni/stimoli senza avere il tempo effettivo di capire cosa abbiamo appena assimilato.

Non si fa letteralmente in tempo a decodificare un’informazione che ne sono già arrivate altre duemila. A furia di prendere continuamente questi cazzotti, basta poco per non capirci proprio più nulla e lasciarsi trasportare dalla corrente (artificiale) del mondo. La corrente è artificiale perchè il suo contenuto è definito arbitrariamente dalla società, dalle persone, a loro volta intontite per le milioni di mazzate prese quotidianamente.

Mancando il tempo effettivo per l’elaborazione degli stimoli ricevuti, questi vengono assunti acriticamente e presi come verità assolute. Facciamo un esempio: il telegiornale. Parte il servizio, che ne so, sulla riforma della scuola. Quanto dura, il servizio? 2 minuti? 3? Facciamo pure 3 minuti. Il primo problema è di contenuto: in 3 minuti non puoi dare tutte le informazioni necessarie per spiegare bene per filo e per segno una riforma così importante come quella sul sistema scolastico. Il secondo problema è il bias informativo, ovvero: le informazioni ricevute non sono imparziali ma mirano, invece, a far sì che lo spettatore abbia subdolamente un giudizio positivo o negativo della faccenda. Faziosità, parzialità, quella roba lì insomma. Ma il terzo problema, quello importante per noi, è questo: finisce il servizio, tempo 2 secondi e il conduttore sta già parlando (altre informazioni a cui prestare attenzione); pochissimi secondi e va a introdurre un altro argomento (altre informazioni ancora); 15-20-30 secondi e parte il nuovo servizio (informazioni, informazioni, informazioni).

Ora ditemi voi dov’è lo spazio per elaborare quello che si è appena assorbito. Se va bene, ma bene proprio, sono quei 2 secondi al termine del filmato, in quel momento tra la fine dell’esposizione orale dell’inviato e il ritorno in studio dal conduttore. Per il resto, l’attenzione è sempre costretta a seguire l’incessante flusso di contenuti.

Questo era solo un esempio banale banale, ma vale un po’ per tutto. Perchè avete vergogna a mostrarvi nudi? Quali informazioni/stimoli vi hanno spinti alla vergogna? Ve ne siete accorti, mentre il processo vi stava inculcando quest’idea? Ne dubito. Eppure gli stimoli li avete assorbiti lo stesso, solo non c’è stato il tempo materiale per capirli perchè subito sono arrivati altri transatlantici pieni di informazioni sensoriali.

Questa è l’ipnosi: assorbire come una spugna senza capire cosa si stia assorbendo. L’arma per rendere l’ipnosi possibile è la velocità. L’uomo ha dei tempi, i suoi tempi. Perchè, nella produzione industriale, una macchina o un robot è meglio di un uomo? Perchè svolge il suo stesso compito in molto meno tempo. E non lo devi nemmeno pagare, ma questo è un altro discorso. La macchina è più efficiente, si dice così no? Ma la macchina, il robot, non ha bisogno di capire: deve solo ricevere ed eseguire. Punto.

E’ la differenza che c’è tra “sentire” e “ascoltare”. “Sentire” lo può fare anche una macchina. Prendete il computer che avete davanti agli occhi: quasi sicuramente ha un microfono, col quale sentirà le vostre parole e i rumori di fondo. Anche l’uomo ha l’organo necessario per sentire, ovvero le orecchie (ma va?). La differenza è che l’uomo può anche “ascoltare”. L’ascolto prevede la presenza di un essere, l’ascoltatore. Per ascoltare ci vuole uno che possa percepire i suoni e interpretarli. Io sento quello che una persona mi dice, ma riesco anche a capirlo: questo è l’ascolto. Posso sentire un marasma di suoni, ma posso scegliere di ascoltarne solo alcuni. L’ascolto implica la comprensione: la comprensione implica la calma. Se sono di fretta, posso sentire ma non ascoltare.

Prendete la musica. Una volta, se volevi ascoltare un disco, prendevi il vinile. E’ vero, sono giovane: la mia generazione è cresciuta principalmente con i cd, ma in casa andavano parecchio anche i 33 giri e mi ricordo come funzionava. Prendevi il tuo bel vinile, lo pulivi, lo mettevi sul piatto del giradischi, abbassavi la puntina, ti sedevi e ascoltavi la musica. Tra l’altro, piccola parentesi, la musica era lì, incisa fisicamente sul disco tanto che, se mettevi l’orecchio vicino alla puntina, potevi sentire flebilmente la canzone vera e propria, senza passare per l’amplificazione delle casse. Perchè la musica era lì, fisica, tangibile. E’ vero che anche oggi il vinile è tornato di moda e lo si usa sempre di più, ma allora era diverso: le alternative erano poche e meno immediate di oggi.

Comunque sia, torniamo a noi. La musica la si ascoltava, con calma. Cambiare canzone non era così “semplice”: intanto era necessario recarsi fisicamente ogni volta verso il giradischi, poi si doveva alzare il coperchio (se lo si fosse abbassato prima), prendere delicatamente la puntina e spostarla sulla pista più spessa tra una canzone e l’altra. Finito il lato A si rialzava la puntina, si girava il disco, lo si puliva, si metteva sul piatto e si spostava la puntina all’inizio, sulla corona. Era necessario un certo sforzo, per così dire.

Già col cd le cose divennero più immediate. Cambiare canzone richiedeva la semplice pressione di un tasto, o sul lettore o, ancora più comodamente, sul telecomando. Questa “evoluzione” ha portato con sè il primo passo dall’ascoltare al sentire. Se una canzone finiva con un minuto solo strumentale, bastava un tac per andare a quella dopo e saltare un pezzo che, ora, diventava quasi inutile, fastidioso. La fretta cominciava a trovare un terreno più fertile.

Oggi? Oggi chi è che ascolta ancora la musica? In due o tre. Gli altri la sentono e basta. Da fruitori, o ascoltatori, si è diventati consumatori. E’ quasi sparito quel minimo di presenza che c’era.  Già il tempo viene sempre meno, ma addirittura siamo noi stessi a non concedercelo più: non c’è più calma, non ce la diamo più neanche a noi stessi. C’è sempre un’informazione nuova da assimilare, ma non solo: le informazioni/stimoli sono sempre di più e, soprattutto, sempre più facili da trovare.

Pensate a quante stimoli ricevete da quando aprite gli occhi la mattina. Ci sono quelli, diciamo, “ambientali naturali” (la quantità di luce nella camera, la temperatura, il contatto col lenzuolo ecc.); poi quelli “mentali” (il giramento di coglioni perchè ci si deve alzare, un breve riepilogo di quello che ci si aspetta di fare ecc.); poi quelli “ambientali arbitrari” (moglie/marito e figli che parlano, la televisione, il contenuto delle conversazioni, delle immagini, il rumore del camion dei rifiuti ecc.). Tutti interagiscono tra di loro costantemente, per cui se fa caldo parte il pensiero “Ecco, cazzo, oggi si suda come maiali”, arriva il meteo che parla di 35 gradi all’ombra e poi piogge torrenziali nel fine settimana esattamente dove volevi andare tu per “staccare un po’ la spina” (che poi non la si stacca mai perchè le informazioni arrivano sempre e ormai sono nella tua testa), tuo figlio ti chiede un bacino prima di andare a scuola, mentre da fuori arriva il fragore di una Harley Davidson, in tv si parla dell’ISIS e tu pensi che debbano morire tutti, ‘sti cazzo di arabi. Esci, vai sul treno, la gente parla, il tizio vicino puzza di sudore, metti gli auricolari nelle orecchie e via di mp3, mentre il paesaggio fuori cambia, gli occhi girano tra le gambe di una bella donna, un tipo che gesticola come se non ci fosse un domani e la conversazione Whatsapp di quello seduto accanto a te. Il ragazzino di fronte si muove e prende dentro le tue gambe, ‘sto cretino, ti pieghi leggermente in avanti perchè il treno sta frenando, cambi canzone, ancora, ancora, ancora, “Ma quand’è che arriva quella che voglio ascoltare?”, un prato verde richiama alla mente quelle volte che giocavi a palla con tuo padre… E via così.

I tempi dell’essere umano non vengono più rispettati: tutto deve essere veloce e l’aspetto peggiore, da cornuti e mazziati, è che siamo noi stessi a dover esserne convinti. Non dobbiamo avere lo spazio per fermarci un attimo e provare, quantomeno provare, a capirne il motivo. Gli stimoli/informazioni ci sono sempre, è normale, per il semplice fatto di essere vivi, di percepire la realtà, la natura. Il problema è quando diventano troppi: allora non ci si capisce letteralmente più niente, si assorbe e basta per poi rendersi conto, dopo un tempo più o meno lungo, che ciò che abbiamo solo assorbito senza comprenderlo ci condiziona pesantemente lo stesso. Cornuti e mazziati.

Servono più momenti di calma, di tranquillità. Momenti, come si dice dalle mie parti, da “sta sü de doss” (“allontanati”, “dammi tregua”).

18 maggio 2015

Info di servizio - Canale Youtube

Per 4-5 anni tutto ok. Poi di colpo mi cancellano i video. Motivo? Ma il copyright, sciocchi!

L'altro giorno mi ha scritto un ragazzo (che ringrazio molto per la segnalazione) su Youtube chiedendomi il motivo per cui avessi tolto il video di Bill Hicks sui funghi allucinogeni dal mio canale. Ma io non avevo tolto niente. Così sono andato a guardare ed effettivamente il video è bloccato, e non è l'unico: ne hanno oscurati altri 3, sempre su Hicks.

A me 'ste cose fanno incazzare (cioè neanche me li hanno tolti subito: dopo 4-5 anni!!), per cui ho creato un canale su Vimeo e li ho caricati lì. Fanculo.

Ho anche aggiornato i vari articoli, qui sul blog, nei quali avevo inserito i filmati. Nell'ordine:
George Carlin e Bill Hicks - Le cose come stanno
Bill Hicks - Funghi allucinogeni
Bill Hicks e il patriottismo
Bill Hicks - Deficit

Buona visione (di nuovo).

16 maggio 2015

C’è puzza di pattume stantio ovunque

Nelle ultime 3 settimane, giorno più giorno meno, mi sono allontanato dal “percorso”. Com’è e come non è, la mia attenzione è stata sviata in maniera sostanzialmente totale e portata lontana dai significati e dalle immagini fonte di ispirazione per un reale “miglioramento personale”. Ho avuto altre cose per la testa, insomma, e la straordinaria potenza persuasiva di quell’agglomerato incoerente ma maledettamente solido chiamato “mondo” mi si è palesata di fronte agli occhi nella sua magnificenza.

Ragazzi, non ce n’è: si può pensare di essere pronti a non ricascare più nella rete, ma proprio questa convinzione figlia della superbia è il primo passo verso la (ri)caduta. E quando parlo del “mondo” non intendo soltanto ciò che è là fuori, ben visibile e palpabile, ma anche e forse soprattutto il mondo mentale, quello individuale, fatto di convinzioni, pensieri, schemi di ragionamento e di percezione. Che poi di individuale ha ben poco, dato che si ragiona più o meno tutti alla stessa maniera…

L’esperienza dell’isolamento da praticamente qualsivoglia riferimento all’elevazione spirituale, alla realizzazione, alla comunione con Dio eccetera, in sostanza da tutto quello di cui ho parlato nel blog negli ultimi anni da un lato mi ha esasperato, ma poi è stata illuminante. Sia chiaro: non l’ho cercata io volontariamente, non mi son messo lì a dire “Cià, adesso mollo tutte ‘ste puttanate per un po’ e mi faccio sopraffare dal mondo”. E’ successo, punto. Ed è qui il bello, il lato subdolo e più incredibile: non me ne sono neanche accorto. Cioè, ormai cosa saranno, 4 anni? 5? Stiamo bassi, dai: 4 anni. Sono 4 anni che l’argomento “spiritualità” (non mi piace come parola, ma ci siamo capiti) è il fulcro della mia vita, nel senso che ho iniziato a rendermi effettivamente conto dell’esistenza di una faccia appena appena più nascosta della realtà nella quale viviamo e ci muoviamo in ogni istante. Avvenimenti, interazioni, significati: piano piano sono diventati un po’ più veri, più vivi, più intimi, staccati dal pensiero della massa. A questi 4 anni aggiungiamone pure un paio di “preparazione”, diciamo così. I preliminari, ecco.

Bene, signore e signori: in meno di 3 settimane è sparito tutto. Era lì, sotto il mio nasone e un attimo dopo puf! un colpo di bacchetta e i mercanti si sono riappropriati completamente del tempio. E senza nemmeno dirmelo! E’ questo che mi fa impazzire. Con un’abilità di prestigiatore da far impallidire quelle pippe stratosferiche di Houdini, Silvan e Copperfield, il mondo mi ha ingurgitato riportandomi, per certi aspetti, indietro di anni. La scala personale di rilevanza è stata ribaltata: fatti, idee, persone, istituzioni, convinzioni, schemi emotivi che avevo capito non essere così dannatamente importanti di punto in bianco si sono trasformati di nuovo in giganti, mentre la parte per me davvero importante della vita è diventata minuscola, ai limiti dell’impercettibilità.

“L’attacco” arriva da due fronti: l’esterno, la parte palese; l’interno, quella infida. L’esterno è… l’esterno, il mondo là fuori, con i suoi valori, meccanismi, fatti, situazioni. Per cui va dalla vita quotidiana personale, con i suoi appuntamenti, i suoi imprevisti, gioie e incazzature, alla vita “di sistema”, ovvero la società nel suo complesso, le istituzioni, i media, l’economia, la cultura eccetera. L’emotività della vita privata ha indubbiamente svolto un lavoro importante, negli ultimi tempi, ma questi sono cazzi miei. Tanto vale un po’ ovunque, no? Ci passiamo un po’ tutti nei vari momenti, a volte più intensi altre volte più blandi. Routine, insomma, le “cose della vita” che molto probabilmente conoscete meglio di me. Il sistema oggettivo, invece, merita un piccolo accenno. Ha una capacità ipnotica impressionante. Se non si sta più che attenti, si rischia di prendere sul serio la politica, l’economia, la crisi, le guerre, l’ISIS, la tecnologia, tutto insomma. Quel grandioso mare di merda del quale l’umanità può tranquillamente fare a meno (PERCHE’, così com’è, NON E’ DAVVERO RILEVANTE) si trasforma magicamente nell’unico mondo esistente e l’unico possibile. Dichiarazioni, idee, indicatori economici, leggi, attentati, dispositivi elettronici. E’ tutto sconnesso, nel modo col quale viene presentato, ma non importa: è rilevante, è vero, è reale e merita tutta l’attenzione possibile. Le informazioni, intese non solo come notizie ma proprio come stimoli mentali e fisici, arrivano da tutte le parti a una velocità mostruosa e non si ha materialmente il tempo per capire cosa stia effettivamente accadendo. In questo modo si cade in ipnosi.

Mi sono ritrovato in una situazione simile a quella che vissi circa 5 anni e mezzo fa, quando l’informazione mainstream aveva già ampiamente iniziato a farmi schifo e mi impuntavo di andare a capirne di più nella cosiddetta controinformazione. Quello che trovavo, però, erano articoli pieni di rassegnazione e depressione. Per qualche mese andò così, ma alla fine arrivò un momento di saturazione e reagii, lì sì volontariamente, rifiutandomi di andare avanti col ping pong maintream-controinformazione. Non me ne fregava più niente, volevo solo “disintossicarmi”.

Ora, inconsapevolmente, ero di nuovo all’incirca a quel punto. Non tanto in merito al ping pong quanto al ritenere come fondamentali determinati fatti, idee e visioni. Questo sul fronte dell’esterno.

L’interno è quell’apparato naturale che tutti abbiamo in quanto esseri umani. In sostanza sono la mente e le emozioni. Nel corso della nostra vita, il “mondo esterno” ci ha piantato sempre più in testa determinati schemi di percezione, i quali generano a mò di figli i modi di pensare e di reagire. Banalmente: tu devi percepirti come una merdina animale, un cretino con delle aspirazioni in merito alla carriera, al denaro, alla figa e al telefonino ma, se qualcuno ti insulta, tu sei la persona più importante del mondo e devi reagire come minimo con un insulto a tua volta. E’ su questo genere di schemi di percezione che il mondo esterno si installa, per poi rimanerci a vita. D’altronde, gli schemi sono i suoi: prima te li dà e poi ci si insidia dentro. Cultura, idee, convinzioni… Tutto nel calderone. A meno che non sia tu a decidere di cibarti di altro, seguendo le tue intuizioni e i tuoi tarli, così da capire i milioni di sottilissimi inganni e modificare gli schemi di percezione, sarà sempre il sistema a rinforzare sè stesso.

50% mondo esteriore (25% vita privata + 25% sistema) + 50% mondo interiore influenzato dai vecchi schemi di percezione = 100% di merda.

L’altro giorno, finalmente, è arrivato di nuovo il punto di saturazione. Preso da una sorta di disperazione calma, ho cercato un video del caro vecchio Rocco Bruno, non perchè fossi davvero interessato alle sue spiegazioni (non lo seguo più da tanto tempo, ormai) ma più che altro per ascoltare di nuovo delle parole sensate, diverse dal marasma del sistema. Ha funzionato: è lì che mi sono reso conto dell’ipnosi. E’ stato come prendere una boccata d’aria fresca e paradisiaca dopo essere stato chiuso in uno sgabuzzino interrato per settimane.

Mai come in quel momento ero stato consapevole della puzza di morte che c’è in giro. “I morti (in spirito) che seppelliscono i morti (in spirito e/o in fisico)”. Quella vocina che mi ha spinto a iniziare un percorso diverso, e che nel frattempo in 4-5 anni è diventata più forte, è stata messa da parte, l’ho involontariamente messa da parte, per tornare nel baratro e riviverlo in pieno ma questa volta con occhi nuovi. E’ spaventoso, manca l’aria, si soffoca. Non c’è vita, spontaneità, verità, nulla. Solo un vuoto riempito artificialmente con altro vuoto e non lo vedi soltanto fuori: te lo senti dentro, ti permea nel corpo e nella mente. E’ tutto al contrario, inezie che diventano pilastri di grandezza, menzogne che diventano credibili verità. Se pensate siano soltanto farneticazioni eteree pseudo-filosofiche state sbagliando di grosso: è tangibile, lo si percepisce nel momento esatto in cui ce ne si libera anche solo per un istante, nell’attimo nel quale la vocina prende il sopravvento estraendovi dal mondo e regalandovi un barlume di pace. E’ reale come e più dell’aria che respirate.

Una volta capito che quella vocina quasi impercettibile è lì per farvi vedere le ragioni della vostra inguaribile infelicità (perchè è inutile che vi raccontiate palle su palle: siete infelici), coltivatela, datele retta. Cadrete ancora e ancora e ancora e ancora e ancora per milioni di volte, ma sarà più facile risalire e andare sempre più in alto.

02 maggio 2015

La fessura

Dalle mie parti si dice “essere da gross ‘me ‘n bö”, ovvero “essere grossolano come un bue”, un casinista, un tipo approssimativo e inelegante, un po’ rozzo.

Quante volte vi siete trovati in una situazione o in un momento di profonda indecisione? “La dico, questa cosa, o no? E’ molto importante, per me. Se la dico, rischio di fare un torto a Tizio; se non la dico, però, potrei avere qualche rimpianto in futuro”. La sensazione che si ha, in questi casi, è di essere spaccati esattamente a metà, paralizzati dall’equilibrio del 50% interiore: una parte di voi vorrebbe dirla, quella cosa, ma l’altra parte, di eguale potenza e misura, vi consiglia di lasciar perdere.

“Vado a destra. Anzi no: a sinistra. Però… Forse è meglio a destra. No no no su, non scherziamo: sinistra e via. Ma anche a destra…”

Ci si sente un po’ così.

Dualismo

Divisi. A metà.

Ma se guardiamo meglio…

 

3

Ancora un po’ più da vicino…

4

Eccoci! E’ lì che siamo, noi: nel minuscolo spazietto tra le due metà. Ma siccome, in termini di consapevolezza/conoscenza, siamo da gross come e pure peggio dei buoi, ci ritroviamo nell’assoluta certezza di essere il cerchio completo spaccato in due. Due anime in una, in perenne conflitto fra loro.

Ce n’è di lavoro da fare per non farsi catturare sempre dal rumore…

28 aprile 2015

Il pendolo

Perchè la vita di tutti i giorni, con il suo baccano e le sue attrazioni, tende ad assorbire un buon 90-95% della nostra attenzione. Altrimenti, se si riuscisse a prendere un certo distacco, allargando il campo di attenzione in modo tale da includere anche noi nella visuale e dilatandolo così da osservare un arco di tempo più lungo, noteremmo il pendolo e potremmo studiarlo. O meglio, studiare il rapporto tra lui e noi.

Per aiutarci a eseguire questo esperimento scientifico, sarebbe importante andare controcorrente: riducete il rumore. Mica facile in un mondo sempre più rumoroso, che chiede porzioni sempre maggiori del nostro tempo, che tende a farci odiare la nostra quotidianità facendoci desiderare “l’evasione” in mille forme, da quella fisica (ovvero “andare da qualche parte”) a quella personale (ovvero “essere qualcun altro”). Ecco, riducete tutto. Provate a ridurre gli stimoli “extra-ordinari”. In questo modo l’esperimento elimina buona parte delle variabili ambientali. L’ambiente diventa “controllato”, nei limiti del possibile, e si può lavorare meglio, con più chiarezza, sul soggetto dell’esperimento: voi.

Già normalmente lo potete notare, il pendolo. Lavora sul vostro umore, sui vostri pensieri, sui vostri comportamenti, le vostre azioni e reazioni. In base a come siete (“essere” è il Verbo), agirete/penserete in un certo modo piuttosto che in un altro. Quando sentite dire “noi siamo quello che facciamo”, sputate in bocca al cretino che si azzarda a diffondere una vaccata simile. La difficoltà, però, sorge quando lo stato d’essere cambia costantemente. Eh, bel problema. Se ci avete fatto minimamente caso, i cambiamenti vanno dall’euforia di una grande gioia alla depressione della più potente delusione. E’ il pendolo.

Ma, direte voi, accade perchè gli avvenimenti della vita lo fanno accadere. Mmm, non solo. Ecco perchè può aiutare ridurre gli avvenimenti “extra-ordinari”: perchè può farvi accorgere che il pendolo agisce sempre e comunque, anche quando tutto sembra immobile. Gli stessi stimoli, o stimoli molto ma molto simili, un giorno vi fanno gridare al miracolo e il giorno dopo vi fanno desiderare di non essere mai nati per poi, il giorno dopo ancora, farvi elevare preghiere di ringraziamento ai vostri idoli divini.

Noterete pure una certa ciclicità dei vostri stati d’animo e dei vostri pensieri. Cicli più piccoli dentro altri cicli più grandi. Un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno. Più il ciclo è lungo, più profondo e potente è lo stato d’animo. Il che è ovvio, se ci pensate.

Ma ridurre gli stimoli potrebbe non essere sufficiente. Eh sì perchè fin quando il vostro stato d’essere è buono, farete più fatica a riconoscere ciò che è la realtà da ciò che è solo un piacevole inganno. E’ come fare confusione tra “amore” e “sesso”, oppure sempre tra “amore” e quella forma di dipendenza psicologica che noi siamo stati condizionati a chiamare “amore”. Nessun problema: la natura ci viene in soccorso anche qui. Come? Facendo diventare tutto sempre più nero ai nostri occhi. Si parte con le piccole cose (i cicli “minori”) fino ad arrivare all’impressione di scollamento totale col mondo (i cicli “maggiori”). E’ quando sembra, no no: è quando si è convinti, sulla base di ciò che si sperimenta in prima persona (ovvero ciò che si è in un determinato momento), di essere totalmente inadeguati alla vita e perfino alle persone più care che ci stanno intorno, che accade il piccolo miracolo. Cioè, accade anche mentre siamo in uno stato d’essere buono ma, come dicevo poco fa, è più difficile riconoscerlo. Quando, invece, lo schermo è nero diventa molto più semplice vedere una lampadina accesa.

Il pendolo, da qualche tempo bloccato, fermo, riceve una scossa e ricomincia a oscillare. Siete diventati consapevoli di una piccola (o grande) frazione della realtà oggettiva prima esterna al vostro campo visivo. Avete aggiunto un tassello alla vostra conoscenza. Ora siete naturalmente portati a stare meglio, fino a stare davvero bene, euforici, entusiasti. Dopodichè il quadro tornerà a scurirsi, piano piano, ciclo dopo ciclo, piccoli e grandi.

Pendolo

Il pendolo, ricaricato per un breve istante dall’elettricità della consapevolezza, perderà man mano l’inerzia in quanto non più alimentato. Per cui, inizialmente, rimarrà per pochissimo tempo in posizione verticale, puntato verso il basso. Il “negativo” sarà solo un momento fuggente, necessario per passare da un lato positivo all’altro. L’inerzia diminuirà sempre di più, se non verrà alimentata da un’altra presa di consapevolezza. Il movimento si farà più lento: non si raggiungeranno più quegli alti picchi di positività e la punta tenderà a rimanere sempre più rivolta verso il basso, fino al caso estremo dello schermo nero totale. Lì il pendolo è fermo, causandovi un forte dolore. E’ lì, però, il momento migliore nel quale si diviene consapevoli di qualcosa. In quell’istante arriva una scarica elettrica e il moto riparte. E succede sempre. Il pendolo non è fatto per stare fermo.