10 settembre 2014

Libertà, questa sconosciuta - Parte III: quando l’animale tira

Continua la saga de “Libertà, questa sconosciuta” con il terzo capitolo, dopo il successo planetario dei precedenti due episodi (“planetario” nel senso che, in linea teorica, è possibile leggere gli articoli in ogni parte del globo). Oggi ci distacchiamo un po’ dall’aspetto più prettamente sessuale per spostarci verso la sfera del pensiero e dell’emozione e vedere in che modo l’animale (mente+corpo) tiene costantemente le redini e ci tira meccanicamente dove vuole lui.

Qui di fianco, nella colonna destra della pagina, c’è un piccolo box intitolato “informazioni personali”, una specie di spazio dove mettere una sommaria descrizione del tizio che sta dietro il blog. Da alcuni mesi se non addirittura da un anno, ho scritto: “posso tranquillamente affermare di non sapere chi o cosa io sia”. Bene, l’altro giorno questa consapevolezza si è fatta concreta come non mai.

Senza scendere troppo in inutili dettagli, mi sono ritrovato per l’ennesima volta in una situazione di stallo, preso in mezzo tra il fuoco del coraggio e dell’apertura e quello della paura e chiusura dall’altro. Il nodo della faccenda: mandare un messaggio di chat a una ragazza che conosco. Già altre volte, in passato, mi è successo di avere problemi nel relazionarmi con ragazze che, nella mia testa, vedevo come possibili compagne di vita. Niente robe da maniaco stalker, sia chiaro, ma il pensiero di propormi per una relazione diversa dalla semplice amicizia mi ha sempre bloccato. Amica sì, finchè vuoi: compagna no.

Comunque sia, il meccanismo che si è sempre presentato in queste occasioni funzionava più o meno così: quando mi ritrovavo a casa, per i fatti miei, pensavo dovessi in qualche modo fare a capire alla signorina di turno il mio interesse nei suoi confronti; quando poi arrivava il momento di agire, blocco totale, figlio del signor Mille Paurosi Film Mentali e di sua moglie Paura Del Giudizio. Puntualmente mi ritrovavo nel letto, giusto prima di concedermi a Morfeo per la notte, ad auto-commiserarmi e a darmi del cretino per la mancata azione, promettendomi di porla in essere l’indomani o alla prima occasione utile. Inutile aggiungere come la promessa non venisse mai mantenuta.

L’altro giorno stava succedendo ancora: quando ero in una situazione nella quale era impossibile anche solo pensare di mandarle il messaggio, volevo tanto farlo; non appena avevo tra le mani il telefonino o la tastiera del computer, esitavo. Una volta, due volte ed eccoci alla terza. E’ sera, sono a casa e il telefonino è lì: riuscirò a prenderlo, aprire la chat, digitare il messaggio virtuale e premere “Invia”? Sì, dai! No! No no no! E’ meglio di no. E sono partite mille scuse e mille paure, ma ero convinto: meglio non mandarlo adesso, magari domani. Passano, boh, un paio d’ore e vado a letto. Sono lì sdraiato faccia al soffitto e sento che è il momento del programma “auto-commiserazione e auto-insulti motivazionali” ma stavolta c’è un non so che di diverso: mi accorgo. I pensieri sono lì, li sento chiaramente e sono della stessa fattura delle altre volte: “avresti dovuto scriverle, stupido! Perchè non l’hai fatto? Di cosa hai paura?” eccetera eccetera. La differenza è che, ora, potevo sentirli distintamente senza esserne afflitto. “Aah, eccoli qui. Sono praticamente gli stessi pensieri e le stesse emozioni che ho già provato tante altre sere in passato, quando si sono verificate situazioni simili”.

E mi sono accorto che questi pensieri e queste emozioni, praticamente il contrario di quelli delle “scuse e paure”, erano riusciti sempre a convincermi anche loro. E’ sempre andata così: quando ero sul punto di compiere l’azione, mi convincev(an)o a lasciar stare; quando era impossibile compierla, mi convincev(an)o a farla. Ma ne ero sempre convinto, per me era sempre giusto, con la massima fiducia: nel momento “scuse e paure” ero totalmente persuaso fosse meglio rimandare; nel momento “auto-commiserazione e auto-insulti motivazionali” ero totalmente persuaso fosse meglio scriverle/parlarle o vattelapesca.

Nell’attimo in cui è arrivata questa presa di consapevolezza, è sorto automaticamente un pensiero: ma allora io chi/cosa sono? E dove sono? In un momento presente sono totalmente convinto sia giusto agire in una determinata maniera perchè, pensandoci e sentendo le emozioni, è l’unica cosa saggia da fare; in un successivo momento presente sono totalmente convinto sia giusto agire in una maniera opposta alla precedente perchè, pensandoci e sentendo le emozioni, è l’unica cosa saggia da fare. Ma io, in tutto questo, dove sono? Il tizio che ha vissuto i due momenti delle persuasioni opposte, e ha automaticamente dato loro ragione, dov’è e che cos’è? Perchè non lo sento? Perchè non riesco a percepirlo? Finora ho sentito solo un “me” convinto di una cosa; poi questo primo “me” è sparito e ce n’era un altro convinto praticamente del contrario; poi è tornato; poi è sparito di nuovo; tornato, sparito, tornato, sparito e via dicendo.

Ma quell’esserino che ha vissuto entrambe le persuasioni… cos’è? Quel tipo che ha mosso il corpo e la mente in entrambe le occasioni… dov’è? IO dove sono? Perchè mi sono accorto di essere sempre stato tirato in ogni dove da qualcos’altro che non sono propriamente io: l’animale, cioè la mente (riempita da anni e anni di puttanate) e il corpo (con emozioni alterate dalle puttanate mentali). E’ questo che si attacca morbosamente a una convinzione, non noi. Ma siccome noi ci percepiamo a malapena solo ed esclusivamente come animali (mente/pensieri+corpo/emozioni), questa convinzione diventa nostra, convince anche noi. In questo modo, l’animale ci tira dove vuole lui e/o dove gli è stato insegnato.

In questo modo la vita che anima il corpo e la mente è “offuscata”, non riesce ad esprimersi nella sua completa magnificenza e perfezione perchè una parte, anche piuttosto corposa, della sua energia finisce per prendere la spirale discendente dell’animale. E badate bene: io ho scritto qui sopra solo un piccolo esempio, ma ciò di cui sto parlando è un’eventualità nella quale cadiamo inconsapevolmente decine e decine di volte ogni singolo giorno.

Attenzione: con “convinzione” non intendo “sono convinto che la Terra sia piatta”, ma piuttosto “sono convinto sia giusto/meglio fare così, dire questo e non quest’altro, comportarmi in un modo e non in un altro” e così via in un determinato momento presente. E’ una convinzione radicata, un’ovvietà talmente ovvia da identificarvicisi totalmente e senza nemmeno accorgersene.

E attenzione: l’animale non è cattivo, non lo fa perchè ce l’ha con noi o vuole il nostro male, per cui bisogna ingaggiare una guerra contro la nostra mente e le nostri emozioni. La natura biologica, figlia di questo mondo, nata qui e destinata a morire qui, prevede una modalità base di vita o sopravvivenza, da chiamare in causa in situazioni particolari e non per troppo tempo. Per il resto, nella vita “normale”, dovrebbe essere il pastore a guidare, a insegnare all’animale a vivere veramente.

Purtroppo, però, il pastore si è addormentato da parecchio: diciamo che dopo i primi anni di vita qui, nei quali l’animale ha avuto lo scopo di metterlo a proprio agio nel corpo, nella mente e nel mondo fisico, avrebbe dovuto subentrare lui al timone così da svolgere pienamente il proprio compito e consentire all’animale di capirne di più sulla profondità della vita, elevandolo a vette altrimenti inesplorabili, sacralizzandolo. Ma il tempo passa, l’animale impara da altri animali giusto un paio di cose da animali e intanto continua a trovarsi costretto a fare le veci del pastore, il quale intanto persiste tenacemente nel suo pisolino. Sperduto, ignorante e impaurito, l’animale si barcamena come può e come sa, e sa veramente poco. L’unico suo scopo è la sopravvivenza in un freddo bosco notturno, circondato da bestie come e peggio di lui. Il poveretto cerca in tutti i modi di svegliare finalmente il suo pastore, con continue zampate e richiami colmi di disperazione. Ogni tanto il volto del padrone mostra dei piccoli segnali di coscienza e a volte capita addirittura di vedergli aprire leggermente gli occhi, per poi richiuderli nuovamente. In quei piccoli ma preziosi momenti, l’animale cede naturalmente il passo all’autorità del suo pastore e finalmente si sente sollevato di non avere più un carico così pesante sulle spalle. E questi segnali, seppur minimi, donano energia e passione alla bestiola, la quale cerca ancora più veementemente di far svegliare il suo fautore.

E voi, volete continuare a dormire?

P.S.: il messaggio alla ragazza, poi, l’ho mandato e in men che non si dica me la sono brutalmente scopata. Adesso fanno 132 in tutto. Perchè un uomo si misura da quante donne si fa, giusto?

P.P.S.: no, sarcasmo a parte: il messaggio gliel’ho mandato veramente e, dalle successive conversazioni fisiche e digitali ho capito meglio quanto sia una ragazza meravigliosa e delicata. Diventeremo mai una coppia? Boh. Onestamente è già un grandissimo privilegio averla come amica. Non nascondo mi piacerebbe averla con me più tempo possibile, ma almeno per il momento è una circostanza impraticabile… Storia lunga.
Avrei qualcos’altro da scrivere ma mettendo giù tutto mi sono accorto che questo P.P.S. sarebbe diventato troppo lungo, snaturando la sua qualità principale: la brevità. Quindi aspettatevi un piccolo “addendum” tra qualche giorno.

05 settembre 2014

E’ la Chiesa dei morti, altro che “Santo Padre”…

Chiariamo un momento cosa significa essere un prete, ovvero la figura che esso rappresentava, o doveva rappresentare, in origine prima di venire completamente distrutta da un gruppo sempre più grande di pecoroni con e senza croce al collo. Prendo spunto dalle dichiarazioni di qualche tempo fa da parte di Papa Francesco sulla possibile ridiscussione del celibato sacerdotale in senso meno restrittivo, dando quindi un cenno di apertura all’eventualità di avere preti sposati e con figli.

Il celibato sacerdotale, come ben sappiamo, ha una tradizione millenaria ed è uno dei paletti fondamentali per chiunque voglia intraprendere la carriera impiegatizia nella Chiesa Cattolica Corporation. Ridiscuterla così, di colpo, è dunque una decisione di non poco peso, al che mi sono chiesto se le persone si rendano davvero conto del perchè il celibato esista, di quale sia il suo significato profondo. Di pari passo, non penso sia ben chiaro il mestiere del prete, che più che un mestiere istituzionalizzato dovrebbe essere una vocazione personale.

Il prete è una persona non diversa da un monaco buddhista: entrambi dedicano la propria vita alla ricerca del lato divino della vita, seguono un piccolo tarlo interiore e vedono dove questo li porta. Il prete è fondamentalmente un guerriero spirituale, positivamente insoddisfatto del mondo per come gli viene descritto e in viaggio verso una comprensione migliore, più profonda, più vera. E’ un ricercatore, di larghe vedute, di mente aperta, grande passione, costante dedizione e forte umiltà di fronte alle lezioni necessarie da imparare sulla via della conoscenza.  L’unica sua guida è il suo sentire interiore.

Il celibato, che non è nemmeno propriamente un dogma ma comunque una pratica sostanzialmente obbligatoria, ha lo scopo di permettere al presbitero di focalizzarsi sull’idea della completezza dell’individuo, il quale non ha minimamente bisogno di essere completato da un altro essere umano. La storia delle due metà della mela è affascinante, romantica e ispiratrice ma fondamentalmente falsa perchè suggerisce l’incompletezza, e quindi l’imperfezione, di ogni essere umano, il quale si troverà nella vitale necessità di trovare la sua anima gemella (o altra metà) per completarsi. L’illuminazione, i Cieli eccetera sono invece etichette per dare un nome a uno stadio superiore dell’essere nel quale ci si rende conto di essere già totalmente completi senza dover dipendere dalla presenza di niente e nessuno. Invece di porre la propria felicità e il proprio amore alle dipendenze dei capricci di altre persone, si diventa consapevoli della presenza interiore dell’amore perfetto: per cui, invece di provare a colmare il vuoto interiore con la considerazione altrui (quello che noi chiamiamo comunemente “amore”), proprio in virtù dell’acquisita completezza interiore e del contemporaneo sentimento di un infinito amore incondizionato si possono davvero amare gli altri. Da schiavi dell’”amore”, che è il nostro stato attuale, si diventa “irradiatori” di amore vero.

Il vero prete-guerriero-ricercatore ha questo stato divino come stella polare della sua vita, e il celibato non è quindi una privazione o una repressione degli istinti, ma una pratica attraverso cui comprendere meglio lo stato di schiavitù nel quale si trova come essere umano inconsapevole. E’ un mezzo, non un fine.

Veniamo ora al prete come lo intendiamo normalmente noi, povere teste di cazzo. Come si fa a diventare prete? Già il fatto che si sia identificato un percorso prestabilito per diventare prete è una bestemmia universale perchè appiattisce completamente il presupposto di base del vero cercatore della verità: la guida interiore, il tarlo. Sono previsti, infatti, degli studi istituzionalizzati della durata di 8 anni: 4 di università più 4 di seminario, oppure 8 di seminario. Se anche hai una sincera vocazione per dedicare la tua vita alla ricerca, la tua voglia di conoscenza viene distrutta qui. Già che devi andare a scuola per studiare la vita è un’offesa alla vita stessa perchè, invece di seguire la vocina interiore e i lampi di comprensione personale che regala, sei obbligato ad assimilare mentalmente delle nozioni di altre persone, senza avere un vero sentire interiore. Per cui è completamente inutile. Per di più queste nozioni sono un abominio mostruoso spacciato per verità assoluta e i tempi attraverso i quali vengono insegnate sono strutturalmente bloccati, istituzionalizzati, non spontanei, non personali. Il risultato sono uomini-pappagallo, tutti uguali o, meglio, tutti rincoglioniti uguali.

E’ la vittoria dell’istituzione sulla comprensione, del ruolo sulla persona: diventi prete perchè lo diciamo noi e solo dopo che impari le cose come le vogliamo noi. E’ la vittoria della scrittura morta sulla parola viva, come dice il tizio principale della tradizione cristiana, nel vangelo degli Esseni:
E Gesù riprese: «Non cercate la legge nelle vostre scritture, perché la legge è vita mentre la scrittura è cosa morta. Vi dico, in verità, che Mosè ricevette le sue leggi da Dio non in forma scritta ma attraverso la parola vivente. La legge è la parola viva dei Dio vivente, è rivolta ai profeti vivi ed è indirizzata agli uomini viventi. La legge è scritta in tutto ciò che vive, la ritroviamo nell'erba, nell'albero, nel fiume, nella montagna, negli uccelli del cielo e nei pesci dei mare; ma dobbiamo cercarla soprattutto in noi stessi […] Ma voi chiudete gli occhi per non vedere e vi otturate le orecchie per non sentire. lo vi dico, in verità, che mentre la scrittura è opera dell'uomo, la vita e tutte le sue schiere sono opera dei nostro Dio. Perché dunque non ascoltare la parola di Dio scritta nelle sue opere? e perché studiare le scritture morte, che sono il lavoro delle mani dell'uomo?»

(“Ma il vangelo degli Esseni non rientra in quelli ufficialmente approvati dalla Chiesa blablabla”. Benissimo, cagacazzi a pappagallo, scribi e farisei de noantri, andate a prendere Matteo 15, 1-9 e troverete praticamente lo stesso concetto solamente meno esplicitato)

Per questo i preti, i vescovi, i cardinali sono tutti morti: perchè non guardano al mondo e alla vita con una sincera spontaneità e desiderio di conoscenza, ma si adagiano su parole altrui da altrui interpretate, le imparano a memoria e finisce lì. Poi saranno anche brave persone, non lo metto in dubbio e non è sulla singola persona che scaglio la mia lancia elettronica. Il focus è il ruolo del sacerdote in generale.

Il Papa, di conseguenza, è il leader supremo dell’esercito dei morti. In teoria, originariamente, il Papa doveva essere il Santo Padre, ovvero colui che tra tutti i cercatori del divino aveva raggiunto il punto più alto, l’uomo più consapevole, con maggiore comprensione della realtà, il vero Leader con la “L” maiuscola: umile, aperto alla conoscenza, non desideroso dell’attenzione altrui e vero. Doveva essere il miglior esponente fisico della vibrazione fondamentale dell’universo, il più puro e limpido “canalizzatore” di quello stato dell’essere più alto. Questo originariamente.

Oggi è un cialtrone. E’ il re dei morti per un motivo molto semplice: è stato talmente bravo ad assimilare le vaccate del seminario, così perfetto nell’annullare le proprie intuizioni e conformarsi all’istituzione da essere addirittura premiato come massimo rappresentante della dottrina istituzionale stessa. È il morto dei morti al quale una grande massa di altrettanto morti presta dedizione e venerazione. Non è neanche lontanamente degno dell'appellativo di "santo padre" perché di santo non ha proprio nulla: è un morto eletto da altri morti come lui e seguirlo pedissequamente significa perseverare nella morte. E’ un cieco che guida altri ciechi. Questa Chiesa non è la Chiesa di Dio: è la Chiesa di Satana, se vogliamo usare l’immaginario classico, formata da persone morte che, invece di sentire i concetti di cui parlano, li ripetono a memoria pari pari a come li hanno imparati. I fedeli fanno lo stesso, perpetuando convinti quella marea informe di distorsioni e credendo che Babbo Natale, un giorno, scenderà dalle nuvole a rimettere tutto a posto e a salvare le loro anime peccaminose.

Vale per tutti i papi, Bergoglio incluso. Sì, è simpatico (sicuramente mooolto più del teutonico Ratzinger), carismatico: sembra perfino una brava persona, telefona a tutti, dice di voler riformare la Chiesa per farla ripartire dai poveri, anche se poi alla prova dei fatti non mi sembra abbia raggiunto chissà quale risultato in questo senso… Ma a me non mi freghi, caro il mio pastore argentino: sei sempre un venditore di fumo e false promesse, esattamente come i tuoi predecessori. Non so, onestamente, se se ne renda conto o ne sia inconsapevole: spero nella seconda opzione, altrimenti sarebbe un biblico bastardo con una bella faccia, un lupaccio cattivo travestito dal più buono degli agnelli. Di sicuro non è una persona viva, ecco, su questo non c’è il minimo dubbio: lo si avverte ogni volta che apre bocca per esporre qualcuno dei classici messaggi tanto cari al popolo degli zombie con la croce al collo, oppure quando lancia uno dei mille “accorati appelli” o “moniti” ai governanti di tutto il mondo in base all’argomento più “cool”, più chiacchierato, più “in” nei locali televisivi e in quelli giornalistici. Morto, morto e ri-morto.

La persona viva è colei che rende vivo tutto ciò con cui entra in contatto, ovvero colei che sente dentro di sé il "messaggio" che quella cosa le sta dando. La stessa identica canzone, ad esempio, o un libro, una parola, una persona o qualsiasi altra cosa non hanno lo stesso significato per tutti: la persona viva è quella che, nel momento presente, interpreta il "messaggio" solamente in base al proprio sentimento e non rifacendosi ad altre interpretazioni o schemi passati e non sentiti interiormente ma solo ripetuti mentalmente. È colei che prende la "lettera morta" e la "rende viva" tramite l'interazione consapevole con essa, così che il significato sia sentito, contemporaneo, spontaneo. E quando parla, è possibile sentire la sua presenza nelle sue parole, sono caricate di una forza invisibile eppure palpabile anche dai profani più profani.

Lazzaro, la "salvezza dell'anima"... dicono niente? Sono tutte immagini create e usate per convogliare questo concetto: la consapevolezza, il sentire interiore, la vita e la morte, Cristo e Satana. Provate a capirli, a comprenderli invece di ripeterli a pappagallo: è tutto di guadagnato.

30 agosto 2014

Libertà, questa sconosciuta - Parte II: sacro e profano

Continuo dal post precedente a parlare di come la parte animale, o biologica, della nostra esperienza sia predominante su di noi e come il sesso, se distortamente inflazionato, possa diventare sempre più una gabbia.

Mi sono accorto di un aspetto inerente il sesso e l’istinto sessuale che non avevo mai notato in precedenza. E’ un po’ il motivo per il quale ci piace così morbosamente abbandonarci alla pulsione animale in millemila modi diversi, adducendo le più becere scuse e giustificazioni col solo fine di provare un breve ma intenso momento di piacere.

Parto con una breve introduzione ai concetti importanti, sui quali mi sono già dilungato taaante volte.

Il discorso parte dal conflitto interiore tra la parte divina e quella animale (mente+corpo), ovvero tra un livello di intelligenza “superiore”, e non figlio di questo mondo, e un livello “inferiore” più prettamente inerente a questo piano vibrazionale. Il livello “inferiore” è quello della natura meccanica, il più visibile, che potremmo chiamare “di sopravvivenza”; quello “superiore” è più nascosto, più vasto, meno prevedibile e perfino apparentemente inesistente. E’ il reame della vita pura, della consapevolezza permeante l’intero universo, il mondo dell’Ineffabile dal quale tutto proviene e al quale tutto torna, il motore insondabile dell’universo che genera e muove l’intera creazione in maniera assolutamente e perfettamente coerente. Lo scontro (siamo sempre in un piano vibrazionale duale) tra queste nostre “due anime” è ciò che ci accompagna costantemente nell’arco delle nostre giornate.

In ogni istante, l’energia neutra dell’universo viene polarizzata nel momento in cui entra in relazione con noi: in base ai nostri stati d’animo, essa prenderà una spirale ascendente (direzione divina) oppure discendente (direzione animale). Quella ascendente porta, alla fine della fiera, allo stato di massima consapevolezza, quello cristico, ai Cieli, al Nirvana e fuori dal samsara e… insomma ci siamo capiti; quello discendente, d’altra parte, rafforza le catene dell’animale e tiene la consapevolezza bloccata a un livello basso, al livello dell’intelligenza di sopravvivenza, degli istinti e dei bisogni del binomio mente/corpo. I vari simboli cosiddetti satanici con la stella che punta verso il basso hanno questo significato: tenere la consapevolezza sopita nei bassi centri, lontana dal sentimento della verità.

Il conflitto tra queste due “nature” interiori genera in ogni istante la possibilità di mandare in cortocircuito l’animale/l’ego/il diavolo, permettendoci così di sentire intimamente una realtà molto più profonda, la vera realtà delle cose. Purtroppo, però, al nostro livello non è per niente semplice fare attecchire ben bene l’incredibile numero di scintille generate dal contatto tra le due polarità, per cui è molto più facile stare con l’animale piuttosto che trascenderlo. E’ la via di minor resistenza. L’animale è di questo mondo, è la natura primaria, è “roba sua” (vi ricordate il diavolo cosa dice a Gesù? “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”). La consapevolezza lotta per comprendere la sua reale natura, in modo da mettergliela in quel posto all’ego e ai suoi amici.

Ed ecco il nodo dell’articolo. Il risultato di entrambe le vie è la pace interiore. L’unica piccola e insignificante differenza è che la via ascendente dona la pace senza spazio nè tempo, quella eterna e infinitamente profonda; la via discendente, invece, porta una pace molto breve e superficiale, oserei dire illusoria e ingannatrice, toh. Ed è proprio questo che ci incanta del sesso: ci dona la pace, appiana il conflitto interiore. L’animale prende definitivamente il sopravvento su di noi, siamo trasfigurati, gli lasciamo il controllo totale “rinnegando” l’altra nostra parte. Se ci pensate, man mano che l’eccitazione sessuale cresce, di pari passo aumenta la nostra stupidità, tanto che basta poco per rendere estremamente complicato perfino calcolare il risultato di 2+2.

Il sesso in senso lato, includendo quindi anche quello fatto da soli, è la via più semplice per interrompere il conflitto e respirare, seppur per un tempo breve, un minimo di tranquillità. Mentre si carica/stimola l’istinto sessuale, di pari passo noi e l’animale ci “sovrapponiamo” sempre di più al punto da farci guidare totalmente o quasi da esso. Che sia una stimolazione fisica volontaria o mentale involontaria, come ad esempio l’esposizione più o meno prolungata a immagini/figure/parole eccetera con riferimenti sessuali, il risultato è quello di allineare la nostra consapevolezza a quella (bassa) dell’animale e la pace che ne deriva crea dipendenza, è molto volatile, temporanea. Una volta “scaricato” l’istinto sessuale ecco tornare il conflitto, le mille possibilità di accendere la fiamma della consapevolezza: ma, normalmente, invece di essere abbastanza svegli da accorgercene (basti pensare che per molti quest’intero discorso non avrebbe nemmeno ragione di esistere), lasciamo che l’energia prenda il percorso di minor resistenza verso l’essere figlio di questo mondo, ovvero l’ego/animale/diavolo, e così facendo andiamo di nuovo alla ricerca della “pace animale”; la ri-otteniamo, il sistema si ri-scarica, l’energia ri-prende il percorso di minor resistenza, ri-ri-otteniamo la pace, il sistema si ri-ri-scarica e via così all’infinito.

Ditemi voi se non è la ruota del criceto.

La vita non è così: si gira nella ruota col solo fine di comprenderla e, quindi, uscirne. La società, invece, rinnega tutto e unisce il mezzo con il fine: il mezzo è la ruota e il fine è ancora la ruota.

Il sesso è meraviglioso, è centrale nell’intero universo in diverse forme e proprio per questo merita di essere compreso un po’ meglio, andando al di là della marea di vaccate e superficialità che si leggono, sentono e vedono in ogni dove. Tra quelli che ne fanno lo scopo della loro vita, quelli che dicono che serve per conoscere il proprio corpo, che è fondamentale in una relazione, che è solo un divertimento, che è lo strumento di Satana, che è la cosa più bella del mondo e chi più ne ha più ne metta, c’è da mettersi le mani nei capelli. Anzi no, è vero: il sesso è la cosa più bella del mondo, ma oltre il mondo c’è una bellezza infinitamente più profonda, roba che il sesso al confronto… ma dai scherziamo?! E’ come paragonare una lampadina da 50 watt con il Sole.

25 agosto 2014

Libertà, questa sconosciuta - Il sesso e la ruota del criceto

Non vi tedierò con una banale introduzione sui mille significati che si possono attribuire alla parola “libertà”, tipo i classici “libertà vuol dire fare il cazzo che si vuole”, oppure “la mia libertà si ferma dove inizia quella degli altri” o chissà quale altra interpretazione. Tutte fregnacce. Lasciate perdere le accezioni politiche, sociali e comportamentali: la libertà è un’altra cosa. Voglio provocarvi, giocare un po’ con voi.

Nessuno di noi è libero: io non sono libero e non lo siete nemmeno voi. Ma non perchè “il governo non mi permette di fare questo questo e quest’altro” o perchè “se agisco così poi la gente si prende male e mi becco valanghe di insulti e accuse”. Fregnacce. No no no: la libertà che ci manca è molto più sottile. Risiede in ciò che riteniamo più normale, naturale, ovvio. Il resto è una conseguenza, un effetto cascata.

Mettiamo una situazione banale da commediola romantica insulsa, uguale ad altri milletrecentonovantadue film, che però frutta sempre qualche milioncino di dollari di incassi. Siete in ufficio. E’ una normale mattinata di maggio, toh, o settembre o quando volete voi. Siete un occhialuto ometto simpatico in mezzo a un po’ di coetanei o giù di lì. E coetanee. Tra queste ultime, una improvvisamente attira la vostra attenzione. Vi eravate già presentati e sommariamente conosciuti, ma questa mattina la vostra bella collega ha un qualcosa in più. Saranno i capelli o la gonna, o forse il trucco un po’ meno accennato: fatto sta che vi attrae più della merda con le mosche (che immagine sublime e poetica!). Ecco che iniziate a fare gli scemi, con lei. Beh: diciamo che siete più scemi del solito. Già prima, comunque, avevate capito che con lei vi trovavate piuttosto bene caratterialmente: vi prendevate bonariamente in giro a vicenda, lei non disdegnava delle risate alle vostre vaccate eccetera. Però adesso, wow, ragazzi… Un rapporto amoroso, magari pure un futuro fidanzamento, non sono opzioni utopiche.

Fino a che arriva un momento, dopo una settimana, un mese, un anno o dieci anni, nel quale ci si rende conto che poi, alla fin fine… tutte queste farfalle nello stomaco… non è che ci siano mai state. Dopo l’inebriamento iniziale pieno di novità e passione, siete stati insieme più che altro perchè… Già: perchè? Siete proprio sicuri fosse amore? Cosa vi ha spinti a stare con lei, a mettervici insieme?
Lo avete deciso liberamente, giusto? Vi siete guardati negli occhi profondamente e amorevolmente e avete visto nello sguardo l’uno dell’altra la volontà di formare una coppia, basata sul reciproco amore incondizionato finchè la morte non vi avesse separati. Cioè dai ragazzi: non esiste nell’universo una scelta più libera di questa!

Sbagliato. La scelta è stata guidata. Non eravate lucidi, nè lei nè tantomeno voi. Vedete, esiste questa cosuccia pulsante chiamata generalmente “istinto animale”, ovvero la spinta naturale alla sopravvivenza/riproduzione che ha, diciamo, favorito la vostra unione. Mettiamoci dentro pure lo stato totalmente alterato del vostro impulso sessuale, bombardato fin dalla tenera età da immagini, parole, credenze, “consigli”, modi di pensare ecc. e cosa otteniamo? A stare larghi, un regime di semi-libertà. Ammettetelo a voi stessi: quella ragazza… sì dai, simpatica era simpatica… ma come lei ce ne sono mille altre, e qualcuna di queste la conoscete pure. Certo, si andava d’accordo, questo è fuor di ogni dubbio: non era solo sesso. Però… però… togliendo la pulsione di strapparle i vestiti con i denti, c’era davvero amore oppure sì… qualcosina, ma più che altro era solo una piacevole compagnia, come ce ne sono tante altre?

E’ inutile negarlo: l’animale è predominante. Non vuole essere una critica bacchettona, nè sottintende alcun giudizio: è la pura realtà delle cose. Qualche esempio? Ricordate “Nymphomaniac”, l’ultimo filmone di Lars Von Trier? Tutti che ne parlavano, un film della madonna del maestro Von Trier, pubblicità, milioni di visualizzazioni del trailer, puritani contro libertini manco fosse antani con scappellamento a sinistra. Un macello assurdo per un po’ di sesso, depressione e violenza. La farfallina di Belen? La tetta di Janet Jackson al Superbowl? L’accavallamento di gambe di Sharon Stone? Uuuuh, si vede o non si vede, tutti al cinema a guardarsi 2 ore di film (‘nammerda, tra l’altro) in trepidante attesa di quei due secondi di visione mistica, come se fosse la salvezza dell’umanità, il Paradiso in terra. 50 sfumature di grigio? Super best seller, compresi i seguiti, dei quali adesso dovremo pure sorbirci le trasposizioni cinematografiche. Miley Cyrus nuda su una palla demolitrice? Laura Pausini e “l’incidente” intimo durante un concerto? Milioni e milioni di visualizzazioni in pochissimo tempo, roba che ancora un po’ neanche Gangnam Style, e il suo commento “ironico” fa capire in pieno quanto cazzo siamo rincoglioniti: “Vabbè, ce l’ho come tutte le altre”. Non volendo, ha perfettamente colpito il centro del bersaglio: di organi sessuali femminili (e maschili) ne abbiamo visti a bizzeffe e, alla fine della fiera, sempre quelli sono. Eppure basta un cretino o una vacca antropomorfa in abiti più che succinti per scatenare il putiferio.

Ditemi voi se questa non è schiavitù. I giornali ne parlano, Internet ne parla, la tv ne parla, gli amici ne parlano e parte il bombardamento ma occhio a fare i moralistoni e dare tutta la colpa al sistema, all’èlite e menate varie perchè loro, sì, spingono su questo… ma a noi piace morbosamente, anche se facciamo i superiori e agli altri diciamo di no. E’ o non è schiavitù?

Sentiamo un bisogno irrefrenabile del mondo esterno per trovare soddisfazione, per colmare quel senso di vuoto che tutti noi abbiamo. Prendiamo una dose e per un po’ stiamo bene, ma passa poco tempo e siamo punto e a capo, in cerca di un’altra dose. E così via. L’animale, nel nostro esempio, ha determinati bisogni da soddisfare, il che non è assolutamente sbagliato. La questione, però, è che noi non sentiamo questi bisogni “lucidamente”, ovvero “con distacco”. Quando parte l’appetito sessuale e monta… monta… monta sempre di più, non abbiamo la capacità di sentirlo chiaramente e, senza reprimerlo nè combatterlo in alcun modo, controllarlo, decidere liberamente se e come sfogarlo. No: ne siamo totalmente sottoposti. Qualcuno, che sia la televisione, la pubblicità, un libro, una canzone, una persona o noi stessi nella nostra testa, schiaccia il bottone rosso con scritto “sesso” e la natura animale, non guidata saggiamente da noi, reagisce meccanicamente come sa.

La natura animale non è sbagliata. Satana, gli Illuminati o vattelapesca: non c’entrano un cazzo, mica l’hanno creata loro. Hanno solo capito come usarla a proprio vantaggio, ma lei di suo ha una sua intelligenza, così come ce l’ha tutto, nell’universo. Ma è un livello di intelligenza “basso”, diciamo, meccanico. Non è stupida: è così come deve essere. Al limite i pirla siamo noi che, invece di guidare, ci facciamo scarrozzare a destra e a manca continuando a girare in tondo. Lo scatto successivo è proprio questo: comprendere intimamente l’animale, diventarne pienamente consapevoli e, in questo modo, trascenderlo. Di fronte al padrone di casa, sarà l’animale stesso a chinare il capo riconoscendone l’autorità. Niente guerre interiori, niente repressione: comprensione, conoscenza.
Vi ricordate quando vi feci l’esempio del tizio che prende una tranvata potente in testa e, quando si risveglia, sembra un’altra persona? Non riconosce più la sua famiglia, ha modi di fare diversi, insomma: sembra veramente un’altra persona? Ecco, è la stessa cosa: la natura biologica ha il sopravvento su di lui. Questa è la vera libertà che ci manca, quella primaria e fondamentale.

Chiamatela “natura biologica” o “animale” o “personalità”. O “ego” o “diavolo”. Finchè non la si capisce intimamente, si è sottoposti alle sue regole e basterà una parola per farvi incazzare, per farvi piangere o scatenarvi la scimmia dell’accoppiamento. Capirla, divenirne pienamente consapevoli, significa uscire dal ciclo, dalla meccanicità e abbracciare l’imprevedibilità, la spontaneità. Significa essere ciò che si è.

Ma non vi siete bellamente rotti il cazzo di subire sempre passivamente lo stesso, identico condizionamento istintuale ancora e ancora e ancora e ancora… e ancora e ancora e ancora, e di ritrovarvi vostro malgrado a seguirlo ancora e ancora e ancora, assuefatti e vogliosi di un piacere temporaneo per poi ricominciare ancora e ancora e ancora tutto da capo? E di nuovo da capo, e di nuovo e di nuovo e di nuovo. Non avete un sano fuoco di libertà? E’ da quando siete nati che continuate a girare nella ruota del criceto. Quanti anni sono, 20? 30? 50? Ruota del criceto che tra l’altro ha come minimo qualche migliaia di anni. Non è ancora chiaro che il mondo non vi può dare la libertà, ma che ve la dovete trovare voi da un’altra parte?

O credete davvero di essere semplici animali biologici senza senso?

23 agosto 2014

Vogliamo vedere il sangue! Perchè nel video di Foley non c'è...

Giusto un paio di dubbi sulla decapitazione del reporter americano James Foley. Ooh che bello! Mi sembra di essere tornato indietro di 13 anni.