09 agosto 2017

Fatti una domanda e fottitene della risposta

Osho aveva maledettamente ragione. Non che sia stato lui a scoprire nulla di particolare o di particolarmente nuovo e rivoluzionario. Le realtà fattuali di cui parlava sono conosciute all'uomo da millenni, forse fin da quando ha fatto la sua comparsa su questo tòcco di roccia chiamato Pianeta Terra, e da allora tramandate sempre in qualche forma orale e scritta fra le generazioni fino al giorno d'oggi. E anche nei momenti di massima ignoranza c'è sempre stato qualcuno che con le sue parole ha tentato di riportare in superficie la sfera più profonda, il nucleo fondamentale di ogni essere umano e della vita stessa, affinchè le menti non ancora "corrotte" oltre il punto di non ritorno potessero trovarsi faccia a faccia con quei concetti utili per essere elevate al di sopra del materialismo.

Osho è stato il primo personaggio con cui sono entrato in contatto (non fisicamente, ovvio) che parlava di come moltissimi pensieri, anche quelli che riteniamo più nostri, appartengano in realtà al "sistema" o alle persone che ci stanno intorno: noi li assorbiamo soltanto e li ripetiamo fino a credere che siano davvero farina del nostro sacco. Addirittura, in merito a quelli provenienti dai nostri conoscenti e dai nostri parenti, diceva di fare molta attenzione: osservandoli un filo più attentamente, sarebbe possibile sentirli non con la nostra voce, ma proprio con quella delle persone che li hanno detti originariamente.

E parlava di come noi fossimo come il cielo: le nuvole, ovvero i pensieri, possono essere poche o tante, ma vanno e vengono in continuazione e in ogni caso il cielo rimane lì dov'è, senza venirne intaccato. Il nostro problema, invece, è quello di andare e venire con le nuvole, "dimenticandoci" (o "non accorgendoci") che noi in realtà siamo proprio il cielo, là, immobile, imperturbabile, osservatore imparziale dell'incedere degli eventi sottostanti.

Aveva ragione. Cazzo, se aveva ragione. Ci sono voluti più di 8 anni per iniziare a comprendere davvero un pochino cosa intendessero lui e mille altri maestri della riscoperta umana ma, ragazzi e ragazze: avevano (e hanno) ragione.

Stavo ripiombando in una buca psico-emotiva per una ragazza. Sentivo tornare lemme lemme il suo ascendente su di me. Mi attira, non mi attira, mi piace, non mi piace, ha un carattere tendenzialmente di m... però è bella, non mi ha fatto perdere la testa, non mi vede "in quel senso", ma sai... Insomma, credo sia una situazione nella quale tendenzialmente tutti, prima o poi, si sono trovati (magari pure più e più volte). Stavolta, però, mi sarei anche un po' rotto le balle di sottostare all'ennesimo ingarbugliato tormento basato sui soliti castelli di carta. Così mi sono preso un attimo di tranquillità, mi sono seduto, ho fissato un punto davanti a me, ho iniziato a respirare calmo e profondo, ho osservato un attimo il respiro e mi sono posto una domanda: perchè torni ciclicamente a pensare a 'sta ragazza che ti piace e non ti piace e che ok, è una buona amica, ma nulla più?

È una domanda di cui penso di sapere la risposta, la quale infatti è arrivata subito o quasi, seguita a breve distanza da congetture alternative a cui credo meno. Ma stavolta non era questo tipo di risposta mentale, che cercavo: volevo altro, qualcosa di più vero, di mio. Perchè non è possibile che la vita sia solo una serie infinita di ciclici problemi psico-emotivi dei quali non si conoscono l'origine nè i meccanismi, intervellata da alcuni fugaci momenti di gioia e felicità. Così, la risposta mentale è arrivata... e se n'è andata. Non le ho dato peso. C'era una distanza fra me e i pensieri, fra me e ciò che il pensiero di quella domanda e di quella risposta stavano generando nel mio corpo. Finalmente, porca miseria, sono riuscito per un attimo ad osservare.

L'attenzione era sul corpo, mentre il respiro scorreva lento, regolare e i pensieri si facevano incostanti, radi, lontani. Era solo osservazione: niente resistenza, niente lotta, niente fuga. Per un attimo sono stato seduto in riva al fiume mentre passava il cadavere del mio nemico. Puf! Magicamente il legame con il tormento in questione si è spezzato.

E mi sono accorto di come siamo costantemente tirati da tutti le parti dai pensieri. In noi si sono formati dei percorsi, dei sentieri: qualcuno più recente (il che spesso significa più superficiale), qualcuno meno (spesso coincide con quelli più radicati, più automatici). In primis i nostri familiari e poi, chiamiamolo, "il sistema" ci hanno impresso dentro dei canali, delle strade, vie attraverso cui (re)agire, pensare, vedere e, in ultima analisi, vivere. Col tempo le vie aumentano, aumentano e aumentano: ci sono quelle più battute e quelle meno. Alcune vie generano percorsi nuovi, altre si agganciano ed estendono tratti già esistenti. Man mano che scorre la clessidra e quotidianamente, cadenzati da un invisibile metronomo, i percorsi mettono sempre più in profondità le loro radici, noi confondiamo tali strade "iniettate" dall'esterno per le nostre, fino a farci dire: "io penso questo, questo e quest'altro". Arriva uno stimolo esterno e noi reagiamo in un modo che pian piano diventerà standard e si ripeterà identico ogni qualvolta si presenterà il medesimo stimolo. E saremo convinti sia il nostro modo.

Appena si riesce (anche con una bella dose di culo...) a staccarsi per un solo istante anche soltanto da una di queste strade, ci si accorge di come "il sistema" sia ferocemente avvinghiato sotto la nostra pelle e agisca costantemente al di sotto del nostro livello di consapevolezza. Pistis Sophia, ve lo ricordate? Lo "spirito d'opposizione"... Cosa diceva Gesù in merito allo spirito d'opposizione?
"Non appena l’anima beve dal calice [dell'oblio], dimentica tutti i luoghi nei quali era andata, e tutti i castighi tra i quali era passata. Quel calice dell’acqua dell’oblio diventa un corpo all’esterno dell’anima, rassomigliante all’anima in tutte le forme, e simile a lei: esso è il cosiddetto spirito di opposizione. [...] Questo calice dell’oblio diviene per l’anima lo spirito di opposizione: resta all’esterno dell’anima, le fa da abito essendole simile sotto ogni aspetto ed essendo un involucro all’esterno di lei, come un abito."
Ed è così. Aveva ragione. Banalmente: ho provato a replicare l'esperimento. Mi sono seduto, ho fissato un punto davanti a me, ho iniziato a respirare calmo e profondo eccetera e mi sono fatto un'altra domanda, a caso. Risultato? Non sono riuscito ad osservare. Perchè? Per vari motivi: seguivo la domanda, seguivo la risposta e gli altri ragionamenti, ma il motivo principale è: perchè ero legato a un'aspettativa. "Già una volta, seguendo questo tipo di preparazione, sono giunto a un meraviglioso risultato; ora, ripetendo la medesima preparazione, mi aspetto di giungere al medesimo risultato". Ciao, buonanotte. E infatti non è successo niente.

C'è un percorso estremamente battuto, ovvero estremamente radicato, estremamente "rassomigliante all'anima", che è quello dell'aspettativa: in momenti diversi, ricreo le stesse identiche condizioni e mi aspetto di ottenere lo stesso identico risultato. Da cretino (leggi "inconsapevole") seguo questo percorso, mi lego ad esso, mi identifico totalmente con lui e con la mia aspettativa, e puntualmente non succede nulla. Ma è ovvio: c'è attaccamento e, se c'è attaccamento, per definizione non può esserci osservazione.

Capite quanto subdolo, profondo, costante, radicato e convincente (d'altronde parliamo del "grande ingannatore") è l'insieme delle meccanicità inconsapevoli che noi identifichiamo come "io"? Capite quanto la "retta via" sia un filo spesso meno di un capello e come sia facilissimo all'inverosimile cadere da una parte o dall'altra? Il 99,9999% del tempo cadiamo: per pura botta di fortuna (dal nostro punto di vista) ogni tanto capita quell'attimo di lucidità, da saper cogliere al volo per iniziare ad apportare delle modifiche, per cominciare a smuovere qualcos'altro rimasto sopito.

Porsi una domanda e osservare le reazioni fisiche, psicologiche ed emotive è un'ottima "terapia". Alla fine... Quanti anni è che scrivo di questi argomenti? Quanti anni luce di testi sono stati scritti in merito, nel corso della storia umana? Quante rappresentazioni sono state fatte, quanti vocabolari usati, quante immagini dipinte e storie raccontate? Bene, l'argomento "liberazione personale", "rinascita interiore", "risveglio, salvezza dell'anima" o vattelapesca, si può riassumere tutto in una semplicissima espressione: osservazione della meccanicità.

Tutto, dal punto spazialmente e temporalmente più lontano dell'universo, a noi stessi, a me che sto scrivendo e a te che stai leggendo in questo preciso momento, è meccanico, ciclico, di causa-effetto. È la natura di questa realtà in manifestazione. Vuoi comprenderla? L'unico mezzo a disposizione, che ti accompagna costantemente dall'attimo della nascita a quello della morte, sei tu, ovvero: corpo, mente e (fumosamente) anima. Osservati, osserva la meccanicità di ciò che è stato innestato sulla/nella tua testa, e di conseguenza nel tuo corpo, sui tuoi istinti.

Passa una bella figa e ti parte l'embolo? Quello è un percorso innestato, chissà quanti anni fa e da allora molto ma molto ma molto ma molto ma molto battuto/radicato, sul tuo istinto sessuale naturale (e, quindi, tra i più difficili da osservare/comprendere davvero). Non è il TUO percorso. Prenditi un momento di calma e fatti una domanda: perchè alla vista della prima gonnellina mi parte l'embolo? Sbattitene il cazzo delle risposte mentali che arriveranno. Osserva e stop. Osserva i pensieri, il corpo, l'emotività. Osserva e stop. Non farti tirare dentro, non combattere, non resistere, non seguire. E non forzarti. Osserva e stop. E non attaccarti a quello che ho scritto, che hai letto in giro o ti hanno detto. Osserva e stop.

Va da sè, si capisce, come questo esempio riguardi uno degli aspetti biologici più grandi e potenti della natura umana. Per cominciare, farei domande su aspetti meccanici più circoscritti e semplici. L'esempio è solo un caso clamoroso, forse il più clamoroso, col quale credo tutti (specularmente anche le femminucce) abbiamo a che fare. Serve solo per darvi un'idea teorica del discorso.

Perchè tanto lo sapete, no? Nessun'altro può comprendere per voi; nessun libro puoi dirvi la verità; nessuna scuola può insegnarvela; nessuna persona può darvela. Sta solo a voi.

03 agosto 2017

Il gatto di Schrödinger e Dio

Con la logica si può arrivare a tutto. Fate una ricerca su Internet e vedrete come la logica applicata all'esistenza o meno di Dio sia fantastica da ambo i lati: tra chi dice che Dio, se davvero fosse onnipotente, potrebbe scegliere di non esistere ma ciò significherebbe che ciò che non esiste in realtà esiste; chi dice che tutto ciò che si muove è mosso da qualcosa, e quindi l'universo è mosso da un'entità superiore, più grande... Ce n'è per tutti i gusti e ogni volta qualcuno viene fuori con "la prova definitiva" dell'esistenza di Dio o della non esistenza.

Sapete una cosa? Hanno ragione entrambe le parti. Dio esiste e Dio non esiste. Come è possibile? È il gatto di Schrödinger. Cito Wikipedia:
"Si rinchiuda un gatto in una scatola d'acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d'essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un'ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l'evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un'ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione \Psi dell'intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso."
Ovvero: il gatto è vivo e morto allo stesso tempo, fino a che un osservatore esterno non apre la scatola per verificarne lo stato effettivo.

Dio esiste e non esiste finchè la persona non "apre la scatola", cioè fin quando la persona non la smette di farsi pippe mentali su pippe mentali credendo di stare trovando le risposte giuste alle domande giuste, e non inizia davvero ad osservare "il sistema".

Un conto è dire "Dio è questo, questo, questo e ha questa e questa e questa caratteristica, quindi esiste/non esiste per questo, questo e quest'altro motivo"; un altro è saperlo. Un conto è prendere carta e penna e disegnare una macchina o una casa; un altro è avere la macchina o la casa davanti agli occhi. Un conto è indicare; un altro è sentire, provare, toccare. Un conto è rappresentare un'idea; un altro è viverne il significato. Un conto è parlare tanto; un altro è dire tanto.