10 gennaio 2014

Il titolo è semplice: “consapevolezza”. Le implicazioni sono milioni…

L’articolo di oggi è lunghetto ma non ho dubbi nel definirlo come il più importante tra tutti quelli che ho scritto fino ad ora. Esticazzi, direi…

Partiamo parlando di un aspetto sul quale ho insistito parecchio tra le righe di diversi post, ovvero quello della differenza tra la realtà e la sua rappresentazione. Ad esempio, prendiamo Dio: è un concetto, un modo di rappresentazione della realtà, ma non è propriamente LA realtà. E’ un modo per raffigurare un qualcosa di infinito attraverso un mezzo finito, cioè la mente. Nel momento stesso in cui pensiamo una parola, stiamo automaticamente escludendo le alternative, tra le quali il suo opposto (siamo sempre in un mondo duale), per cui risulta evidente l’impossibilità di definire in maniera perfetta qualcosa che definibile non è. Si può definire ciò che non è finito? No, assolutamente no. Il massimo che possiamo fare è un’approssimazione: possiamo provare a descriverlo in una qualche maniera, a raffigurarlo sotto diverse spoglie per tentare di veicolare un messaggio oltre le semplici parole e figure. L’interazione tra il messaggio veicolato tramite parole/suoni/immagini eccetera e noi genera una tensione, un contrasto, un attrito che ha l’intrinseca potenzialità di scatenare una reazione straordinaria che ci porti fuori dal dualismo. Questa interazione si chiama “arte”. E’ quel momento in cui si viene sopraffatti da un’impensabile bellezza; l’attimo in cui la mente non trova più parole e ciò che rimane è il tutto incondizionato.

L’intera esperienza qui, in questo piano esistenziale, è composta di singoli istanti potenzialmente artistici. Ogni momento è la composizione di due poli opposti: positivo-negativo, interno-esterno, io-altri, io-pensieri eccetera. L’interazione tra soggetto e oggetto porta con sè la possibilità di generare un salto di consapevolezza in noi. Può essere un semplice pensiero, un quadro, una canzone, un volto, o un fatto a cui stiamo assistendo: letteralmente ogni singolo avvenimento col quale entriamo in relazione può, potenzialmente, provocare una presa di consapevolezza più o meno grande in merito a qualche aspetto della realtà (o della realtà tutta). Ogni relazione “nasce” dalla consapevolezza, compie la sua parabola (lungo o breve a seconda dei casi) esistenziale portando con sè intrinsecamente consapevolezza, e “muore” nella consapevolezza. Ognuno di noi genera una relazione, sempre, continuamente. Questo livello di esperienza è dualistico, per cui tutto esiste in relazione con tutto il resto in qualche modo. E tutto ha un’origine che è perfettamente identica alla fine: consapevolezza. Tutto esiste per generare una tensione, un contatto, col solo ed unico fine di portare consapevolezza.

Il rischio che si corre (e del quale si può, e in un certo senso si deve, diventare consapevoli) è quello di attaccarsi alla manifestazione materiale (il mezzo) e sminuire il fine. La meditazione, ad esempio, non è il fine: non si dovrebbe dire “cià, faccio meditazione per il gusto di fare meditazione e non avere rompimenti di cazzo in giro per un po’”. La meditazione è un mezzo, uno strumento attraverso il quale (ed ecco il fine) si può giungere ad un aumento di consapevolezza. Questo è il solo scopo per il quale esiste la meditazione. Ma molto più banalmente: un pensiero. Perchè sorge un pensiero? A cosa serve? A generare un’interazione con te in modo tale da creare un piccolo big bang di consapevolezza. Consapevolezza di cosa? Boh! Di qualunque cosa. Ma chi se ne importa, tra l’altro: lo si scopre solo in quel preciso momento, quando di colpo, non sai come e non sai da dove, senti intimamente di aver capito qualcosa senza nessuna ombra di dubbio. Allora, e solo allora, riesci a “vedere oltre” il singolo pensiero, il suo contenuto, e capisci il messaggio “nascosto”. E’ solo in quel momento che ti stacchi dal materiale, lo trascendi, voli fuori dal dualismo, anche solo per una frazione di secondo.

Peccato che, il più delle volte, rimaniamo attaccati al contenuto materiale della cosa e non vediamo il significato più profondo. L’esempio di Gesù è clamoroso: l’interpretazione classica è incollata col super attak al corpo di Gesù, alla materia, ossessionata se sia esistito davvero o no, dove abbia predicato e altre menate inutili. Nel frattempo il messaggio viene o ignorato bellamente o distorto all’inverosimile, sempre perchè gli interpreti sono guidati dal lato materiale della realtà. Tra l’altro, piccola parentesi: questo è il motivo per cui nell’Islam non si raffigura mai Maometto: proprio per evitare, o comunque ridurre, il rischio di attaccarsi all’immagine materiale, alla rappresentazione fisica di princìpi troppo “alti” per essere spiegati in maniera esaustiva con le parole, e finire col dimenticarsi il significato vero, profondo. Poi lasciamo perdere come è andata a finire, che è un’altra faccenda, ma il motivo primario era questo.

Comunque sia, la realtà è una cosa; la sua rappresentazione un’altra. Per questo tante volte nei miei post ho scritto robe tipo “non attaccatevi alle parole e alle immagini”: così facendo perdereste di vista la relazione tra quelle parole e voi, per cui ignorereste l’esplosiva potenzialità inscritta nella relazione stessa. Quello che scrivo sul blog non è la realtà vera e propria: quella ve la dovete provare voi intimamente, non c’è niente da fare. I miei sono tentativi di rappresentare al meglio ciò che a me appare, ed è apparso come reale, ciò che sento e che ho sentito come reale. Ma sono solo immagini, raffigurazioni, parole, non sono LA realtà vera e propria. La speranza è che, leggendole, queste parole, entrando in contatto con voi, vi smuovano dentro qualcosa e che diventiate più consapevoli, anche solo di un minuscolo aspetto di voi e della realtà. L’arte è nella relazione, non nell’oggetto. “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, in sostanza.

Vi faccio 3 esempi di figure molto famose, rappresentazioni materiali di parti immateriali di realtà, così magari la differenza tra “realtà” e “rappresentazione della realtà” risulta più chiara.

1) i vampiri. Chi sono lo sappiamo tutti, ma analizziamo un attimino meglio i vari aspetti caratterizzanti. I vampiri hanno una forte repellenza alla luce del Sole, per cui vivono solo di notte (almeno, per i vecchi vampiri “originali” era così); sono non-morti; succhiano il sangue delle loro vittime; la loro immagine non viene riflessa negli specchi. Perchè? Vedete quanto siamo stati rincoglioniti? Non ci chiediamo più i perchè delle cose, siamo dei disillusi del cazzo che prendono le spiegazioni degli altri come oro colato. Cosa mi stanno a simboleggiare il Sole, la notte, il succhiare il sangue, il non-morto, l’immagine negli specchi? Il Sole è la consapevolezza, e quindi la notte è la mancanza di consapevolezza; il vampiro vive solo quando manca consapevolezza, mentre brucia quando questa emerge, o sorge; il vampiro si nutre della vita altrui e trasforma le sue vittime in vampiri a loro volta; non si riflette negli specchi perchè non ha consapevolezza di sè, non riesce a vedere sè stesso, non può farlo. E non è nè vivo (leggi “pienamente consapevole”), nè morto: è un non-morto, una via di mezzo, condannato a vagare guidato solo dall’istinto di sopravvivenza. Il vampiro siamo noi: siamo noi quando viviamo senza consapevolezza della vita e di noi, ci attacchiamo agli altri come sanguisughe e trasformiamo in vampiri pure loro. E’ una rappresentazione materiale di un aspetto “etereo” della condizione umana, di una possibilità di esistenza fornita dalla realtà. Siamo noi effettivamente, fisicamente, dei vampiri? Chiaramente no. Simbolicamente, invece? Già di più. Ecco la differenza tra un certo aspetto effettivo della realtà e la sua rappresentazione.

2) i licantropi. Anche qui abbiamo l’elemento della notte come simbolo della mancanza di consapevolezza, ma in più c’è la luna piena. Una persona diventa un mezzo lupo feroce e incazzoso solo nelle notti di luna piena. Perchè? Per quale assurdo motivo?! La luna, come ben sappiamo, influenza pesantemente la Terra per diverse ragioni, delle quali la più evidente e conosciuta è quella delle maree. Luna e acqua sono molto collegate. Man mano che la luna passa da nuova a piena, aumenta la sua influenza sulle nostre “acque”, sulla nostra energia (e non dimentichiamoci che anche a un livello più fisico siamo comunque composti per il 70 e rotti percento di acqua, se non di più). Smuove sempre più energia nel corpo, e dove va questa energia impazzita? Trovandoci in mancanza del Sole, lo sfogo è il canale animale, quello più “basso”, il percorso di minore resistenza e si manifesta in una più facile tendenza ad arrabbiarsi, a scaldarsi per cose che normalmente ci lascerebbero più quieti. Quando ho sentito questa cosa per la prima volta, non so… era strana, non l’avevo mai notato, ma aveva un senso logico e poi col tempo ho imparato a farci caso. Effettivamente nei giorni della luna piena e dintorni ho notato una maggiore propensione alle incazzature, al nervosismo, allo sfogo irruento, anche delle persone che ho attorno e che ignorano completamente questa faccenda. Provate a farci caso anche voi. Il lupo mannaro è una raffigurazione di questo aspetto reale “etereo”: è l’estremizzazione, ovviamente, di una persona incazzata per niente, non consapevole (manca il Sole) e dunque non in grado di gestire sapientemente un flusso più potente di energia in movimento. La persona che diventa un animale feroce per via della mancanza di consapevolezza.

3) per finire, gli zombie. Dopo quello che ho appena scritto direi che c’è poco da aggiungere. Siamo in una situazione simile a quella dei vampiri: una persona viva si ritrova infettata in qualche modo e diventa non-morta, costretta a vagare completamente rincoglionita senza una meta, guidata nemmeno da istinti di sopravvivenza quanto dall’insana tendenza di diffondere l’epidemia, ubbidendo in un certo senso alla “volontà” di un altro “essere”, del virus o quel che è. Di nuovo: siamo noi fisicamente degli zombie emaciati, sporchi e puzzolenti? No, ma lo zombie è un modo per rappresentare visivamente un possibile stato della condizione di esistenza di ognuno di noi.

Ecco la differenza tra un aspetto effettivo della realtà e una sua rappresentazione. Per cui quando leggete su questo blog, ad esempio, i vari post nei quali parlo di Dio, Satana, l’infinito, noi, il Paradiso eccetera, quelle parole, quelle immagini, quei concetti sono semplici rappresentazioni mentali di cose per la mente incomprensibili. Sono approssimazioni derivate dal mio sentire, filtrate dalle immagini mentali a me più consone e per questo motivo, se voi vi attaccate alle parole, inevitabilmente 1) le capirete in modo diverso perchè voi avete un “vocabolario” mentale diverso dal mio e 2) crederete di avere capito il significato di quei concetti, quando in realtà avrete solo assimilato immagini sulle quali poi lavorerete di semplice immaginazione mentale.

Vale per tutto, questo: cambiare un po’ lo sguardo e rendersi finalmente conto che nella realtà ci siamo anche noi, qualsiasi cosa siamo (e non lo sappiamo cosa siamo: crediamo di saperlo). Quindi ogni evento, dal più semplice pensiero in su, in ogni singolo istante, è un qualcosa che entra in relazione con noi: lo scontro, la tensione generata dalle due polarità genera la possibilità di espandere la consapevolezza e l’espansione di consapevolezza è il solo ed unico motivo per cui esiste l’intero creato. L’intero universo è esso stesso un mezzo, un qualcosa “nato” dalla consapevolezza, che sta vivendo la sua parabola esistenziale al servizio della causa di generare consapevolezza tramite l’attrito generato dal dualismo, e che “morirà” una volta esaurito il suo scopo. Vediamo un po’ come rappresentarlo. Prendete due cavi elettrici collegati uno al polo positivo di una batteria e l’altro a quello negativo. Scoprite le due estremità dei cavi e portatele a contatto una con l’altra. Cosa si genera? Una scintilla. Ecco, una cosa simile accade ogni singolo istante: le due polarità (soggetto o “osservatore” e oggetto o “osservato”) entrano in contatto in modo da generare una scintilla di consapevolezza. Quando la circostanza (immagini, suoni, percezioni fisiche, mentali, emotive, spaziali eccetera) è quella giusta, i vari componenti situazionali si compongono perfettamente e il risultato è che la scintilla accende un fuoco, oppure, tramite un’altra rappresentazione, il sistema va in corto e le due polarità collassano. Quello che rimane è l’effettiva consapevolezza della realtà, quella roba lì che cerco di raffigurare in modi diversi.

Rendersi conto (leggi “diventare consapevoli”) che non c’è solo il mondo esterno e non ci siamo solo noi, ma che tra i due c’è un contatto, una relazione, è il primo passo per comprendere (ovvero “capire intimamente) di più i vari aspetti della realtà. E’ l’unione degli opposti, in pratica, oppure il “trascendere il dualismo”. La manifestazione fisica di questi princìpi più “sottili” è sotto i nostri occhi tutti i giorni, porcaccia di quella miseria. Prendete il sesso. Come si fa a concepire una nuova vita? I due opposti maschile e femminile, raffigurati fisicamente dall’uomo e dalla donna, si uniscono, generano una relazione, un contatto, e bam! I poli si fondono e nasce un qualcosa di nuovo. Ed è davvero nuovo, nel senso: non si tratta di una semplice somma degli attributi di papà e mamma, ma è questa con l’aggiunta di una nuova unicità specifica. Non è la semplice somma delle parti e questa è una “lezione” di un’importanza mostruosa, perchè significa che l’intero, il Totale, è dato dalla somma delle singole parti più un qualcosa di nuovo, di precedentemente inesistente. Che significa? Che le eccezioni, ovvero le singolarità, ovvero i miracoli, esistono e quindi le cosiddette “leggi” o “regole” sono completamente relative e può capitare che vengano infrante.

Le leggi fisiche eccetera (e facciamo finta di conoscere tutte quelle esistenti in questo universo, ok?) sono dei limiti necessari per poter generare l’esperienza. Vediamo di rappresentare ‘sta cosa. Prendiamo il nocciolo più assoluto dell’esistenza, il punto zero, quello più intrinseco della realtà, il più interiore degli interiori, da cui tutto origina; quello fuori qualsiasi tipo di limite temporale, spaziale eccetera; un po’ come fu il Big Bang (un’es-plosione, ovvero dall’interno all’esterno). Chiamiamolo “Dio”, per comodità. Da questo punto esce una vibrazione, inizialmente altissima o velocissima: qui si crea il primo grande limite, ovvero la divisione primaria dell’unità in due “entità separate”. L’Uno diventa Due. Mano a mano la vibrazione diventa sempre più bassa, o lenta, e i limiti aumentano, diventano più tangibili. Sempre di più siamo “lontani da Dio” e la realtà diventa densa, materiale, fisica. Il mondo del quale facciamo esperienza è un semplice range di frequenze, minuscolo se paragonato allo spettro totale dell’esistenza (e questo è scientifico, non lo dico io). Questo range ha dei suoi specifici limiti, o leggi, in aggiunta a quelli ereditati dai vari range di frequenza superiori, o più “vicini” a “Dio”. Potremmo dire che queste leggi servano il proposito di fornire una struttura minima “automatica” per far vivere l’universo in un dato range di frequenza. Dato, però, che le frequenze hanno tutte una sola ed unica origine, la quale le rende possibili (le crea), significa che questa origine “Dio” può fare in sostanza quel cazzo che gli pare. Tanto è “lui” a creare tutto, quindi le conosce come le sue tasche e, se “Dio vuole/decide” di generare un evento che anche solo per un istante rompa le regole, le regole verranno infrante e l’evento si verificherà. L’impulso generato dal punto zero viene giù dritto per dritto nel nostro mondo, in barba a qualsiasi tipo di legge fisica/chimica/biologica/matematica eccetera qui presente. E’ la scintilla di cui parlavo prima con l’esempio della batteria. E’ quella cosa che permette al motore di partire. Ecco l’eccezione che conferma la regola. Ma se una regola non vale sempre, per tutti i casi, allora non è proprio una regola/legge ferrea, deterministica, inviolabile: diciamo che, tendenzialmente, è solo più probabile che le cose vadano in un certo modo piuttosto che in un altro, ecco.

Cioè, ragazzi, le diverse manifestazioni fisiche attorno a noi non sono lì per caso: sono rappresentazioni, idonee con questo mondo, dei princìpi più “alti” e insondabili. Il dualismo come lo viviamo qui è il modo col quale la “separazione” primaria si manifesta a questo livello vibratorio. Ma è una manifestazione della realtà, non è la realtà vera e propria: se potessimo per un attimo abbandonare il nostro corpo e la nostra mente, ovvero gli strumenti necessari per fare esperienza di questo livello di realtà, ed entrassimo in un altro corpo e un’altra mente, ovvero in un altro range di frequenza, troveremmo una manifestazione effettiva della separazione primaria diversa da quella presente qui da noi. Quello che cambia è la manifestazione, non il principio.

Ma, cazzo, il dualismo perchè c’è? Nel corso degli ultimi anni ho letto di tutto. Poi piano piano la frequenza delle letture chiamiamole “spirituali” è diminuita, è arrivata la prima delle due “aperture delle porte del Paradiso”, della quale ho più e più volte parlato, e ora gli articoli o video interessanti, quelli che generano una relazione/tensione maggiore, sono abbastanza pochi. Per dire, un video “stimolante” è stato il servizio di Superquark di cui ho scritto nell’ultimo post… Ma riguardando indietro ho veramente dato corda alla qualunque. Ad esempio, c’era un tizio su un blog, CosmicYoga, ora chiuso fermamente convinto che la mente è il nostro peggior nemico! Ma stiamo scherzando?! Mi piaceva, quel blog: anche se molte delle cose scritte erano piuttosto fantasiose e altre, per me, erano vere e proprie vaccate, forniva comunque qualche spunto interessante e soprattutto apprezzavo la grande spontaneità e sincerità del gestore. Erano qualità percepibili tra le righe. Proprio perchè mi piaceva, gli avevo anche scritto un commento a uno dei post sulla mente-nemica-mortale, provando a spiegargli che non è proprio così, che la mente è solo uno strumento, un mezzo, e non è lì per farti un dispetto a te: mi aveva risposto cortesemente, sostenendo sempre la sua linea e chiosando con una frase del tipo “te ne accorgerai anche tu con il tempo”. E’ passato un anno abbondante e, sulla base della mia esperienza personale, tutto l’enorme filone del discorso relativo alla mente come nostra nemica da abbattere è una cagata allucinante. O meglio: è vero che la mente non vede la realtà effettiva delle cose perchè uno strumento finito non può capire l’infinito blablabla, ma non ce la fa perchè non è quello il suo scopo, non è stata disegnata per quel motivo. Come è anche vero che si corre il rischio di rimanere invischiati nell’identificazione con pensieri, convinzioni ecc., ma mica è “colpa” della mente se ci si convince di essere una merda o Superman e se si crede a Babbo Natale e alla Fata Turchina.

La mente è un mezzo: la nostra interazione con essa genera tensione e, osservando questa tensione, possiamo comprendere il suo funzionamento. Non è un caso se la mente è fatta così, se lavora basandosi sul dualismo e di sicuro non è sbagliato il fatto che funzioni così. C’è un motivo, un fine, ed è esattamente lo stesso fine di tutto il resto della realtà. Tutto ciò che esiste e col quale entriamo in relazione è uno strumento, un mezzo, e ha uno e un solo scopo, sempre: CONSAPEVOLEZZA. Stampatevelo a fuoco nel cervello. Gli eventi che entrano in relazione con te, da un semplice pensiero a una persona, da un’emozione a un disastro, lo fanno per portarti consapevolezza. Tu, poi, entri a tua volta in relazione col mondo, con altre persone, e l’unico motivo per cui ciò accade è perchè, tramite la relazione tra te e quelle persone, esse ottengano consapevolezza. Punto. Una volta lessi un pezzo tipo racconto zen che faceva così:

Una storia racconta di un discepolo che è andato dal suo maestro e gli ha domandato: “Mi puoi dire una parola di saggezza? Mi puoi suggerire qualcosa che mi guidi per tutta la vita?”.
Era la giornata del silenzio di quel maestro, e così egli prese un foglio, e scrisse: “Consapevolezza”.
Quando il discepolo vide la parola, disse: “E’ troppo sintetico. Non puoi ampliarlo un po’?”.
Il maestro prese il foglio e scrisse: “Consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza”.
Il discepolo replicò: “Va bene, ma cosa significa?”.
Il maestro riprese il foglio e scrisse: “Consapevolezza, consapevolezza, consapevolezza significa… consapevolezza”.

Cazzo se ha ragione, il maestro…

Quello che facciamo noi è questo: leggiamo o ascoltiamo determinati concetti relativi, per stare in tema, all’illuminazione. Concetti tipo “osservazione”, “lasciare andare”, “Dio”, “Uno”, “pace”, “libertà” e chi più ne ha più ne metta. Ok, perfetto. Ognuno di noi interpreta questi concetti a modo suo, tramite il suo “vocabolario” mentale, i suoi schemi e le sue convinzioni. Da questa interpretazione totalmente arbitraria nascono le nostre immagini personali di quei concetti. Dopodichè, ed è qui la gabola, ci attacchiamo ossessivamente a queste immagini campate totalmente per aria e ci convinciamo di avere capito tutto. Non solo. Entrano in gioco le emozioni e il giudizio: per cui siccome è sempre presente quel senso di inadeguatezza in noi (e meno male che c’è, tra l’altro), unito alla frustrazione di non essere ciò che vorremmo essere, consideriamo “sbagliato” lo stato attuale delle cose e ci danniamo l’anima per tendere verso tutte quelle belle robe di cui abbiamo letto e delle quali abbiamo costruito dal nulla delle immagini mentali arbitrarie. Quindi, se per esempio leggiamo che il dualismo è un’illusione (prima immagine mentale arbitraria); che la separazione non esiste e che la realtà è Uno (seconda, abnorme, immagine mentale arbitraria); che con l’illuminazione si trova la pace (terza immagine mentale arbitraria); che l’unica verità è l’amore incondizionato (quarta immagine mentale arbitraria) allora, siccome questo stato dell’essere è per noi molto appetibile e giusto, proveremo a forzare costantemente i nostri pensieri e i nostri comportamenti per adattarli a quel modello mentale lì, basato sul nulla. Costruiamo un castello di carte sulla punta di uno spillo.  Per cui, per esempio quando ci arrabbiamo, tac! scatta il meccanismo: “Azz, sono arrabbiato. Non devo esserlo, se voglio raggiungere la pace. Ok, allora adesso mi metto qua e osservo la rabbia. Non devo identificarmici nè devo fuggirla: è così che funziona nell’illuminazione, lo dicono sia Tizio che Caio”.

Forziamo le cose basandoci, sostanzialmente, sulla nostra immaginazione invece che su un sentimento interiore, intimo. Invece che sulla consapevolezza, in pratica. Ecco cos’è “il falso Dio”, “l’Ingannatore”. Non comprendiamo davvero i concetti; non sentiamo la relazione che si genera tra noi e, ad esempio, un pensiero. Cosa sta cercando di dirmi quel particolare pensiero? Perchè è qui? Di cosa vuole rendermi consapevole? Ci concentriamo sempre sul contenuto, sulla manifestazione effettiva di quel momento, senza vedere il motivo, il principio dal quale quella manifestazione origina. Un pensiero “cattivo” non è la “malattia”: è un sintomo. Se si continua a scacciare un pensiero arbitrariamente considerato “sbagliato” e ci si convince che così facendo si stia andando nella “giusta” direzione per arrivare all’illuminazione, è come se si stesse curando la febbre senza debellare il virus: al momento la febbre sparisce, ma dopo un po’ torna. Si capisce? La febbre è un sintomo, una manifestazione di una malattia: ma la manifestazione non è la malattia.

Possiamo dire che esiste una e una sola “malattia” della quale siamo tutti “infetti”: l’inconsapevolezza. La rabbia, la paura, l’identificazione eccetera eccetera sono i sintomi di questa “malattia”. A cosa cazzo serve curare i sintomi?! Che poi, come ho detto poco fa, neanche li curiamo perchè la nostra idea di “cura” è… nostra, cioè totalmente arbitraria, campata per aria. I sintomi non vanno curati: vanno compresi. Ti fanno stare male, è vero, ma l’unico e il solo scopo per cui accade ciò è portarti consapevolezza. Ti fanno stare male non per farti stare male e stop, anzi. Analogamente possiamo dire: la febbre viene con lo scopo di farti stare male? Assolutamente no: viene per farti capire, per renderti consapevole che qualcosa nel tuo corpo non sta andando per il meglio. E’ una spia, un allarme.

Ma come possiamo capire il motivo per cui in un determinato momento emerge la rabbia? Tramite la relazione, la tensione che si genera tra voi e la manifestazione effettiva della rabbia. Ecco la funzione del dualismo e della mente dualistica. Non è lì per imprigionarci. E’ vero: la mente limita enormemente la percezione della realtà, tanto che siamo consapevoli solo di una frazione dello spettro vibrazionale intero, come detto prima. Ma non significa che sia una trappola, il nostro più grande nemico o altre puttanate simili: è lo strumento tramite il quale vivere qui, su questo piano, nel migliore dei modi. Ed è il mezzo grazie al quale possiamo comprendere l’unità delle cose e “tornare” all’Uno. Come? Unendo gli opposti. Come? Osservando le relazioni e le tensioni da esse generate, ovvero non focalizzandosi solo ed esclusivamente sull’evento effettivo, cioè sulla manifestazione, ma sentendo cosa questa manifestazione vuole farci capire, qual è il suo messaggio “nascosto”, chi o cosa è il “mandante”. E’ tutto qua. E’ inutile provare a forzare uno stato dell’essere: bisogna solo capire ciò che già c’è e lo “scatto” di consapevolezza arriva di suo. Solo in questo preciso momento si capisce istantaneamente un qualcosa e si riconosce come l’idea precedente in merito a questo qualcosa fosse solo un’immagine mentale, magari distorta, e niente più.

E’ inutile sforzarsi per dire “ah, ho capito tutto e adesso sono oltre il dualismo” se non si sa cosa questo significhi. Non continuate a legare la vostra esistenza felice a un ipotetico stato di pace assoluta, per cui vi dannate l’anima per cercare di ricrearlo sulla base del nulla, solo perchè lo avete letto da qualche parte. E’ impossibile fare esperienza di quella roba lì con la mente. E’ inutile che ci proviate, è stato disegnato così di proposito non per ingannarvi ma per farvi capire. Non serve comportarsi come se quella roba lì la faceste voi. La consapevolezza non è un qualcosa che si fa: è già presente in quantità perfetta, va solo vissuta. Guardate ciò che è già qui, ciò che siete in questo momento: divisi, in conflitto, infelici, in cerca di approvazione, egoisti o che ne so io. E’ perfetto, non è un caso se siete così. Osservate le tensioni tra voi e l’evento, cercate di andare oltre il contenuto del momento (la manifestazione) in modo tale da capire davvero come quell’evento estemporaneo può aiutarvi, per quale motivo la consapevolezza si è “travestita” in questa maniera. Quando arriva il momento giusto, di colpo vi rendete conto di qualcosa e istantaneamente comprendete la ragione di quell’evento e di tanti altri prima di esso, tutti espressione dello stesso problema di fondo, diversi nella manifestazione ma espressioni dello stesso “ciclo di consapevolezza”.

E’ il karma, eh. Cicli più piccoli dentro cicli più grandi dentro cicli più grandi. Il massimo possibile è la consapevolezza del tutto; dentro questo super-ciclo ce ne sono un’infinità sempre più piccoli, riguardanti aspetti sempre più semplici della realtà tutta. Nell’attimo in cui, tramite l’uso della mente per osservare le tensioni generate tra voi e l’evento qualsiasi esso sia, si crea la scintilla, quello è il momento esatto nel quale si chiude un ciclo: dovevate diventare consapevoli (anche) di quella specifica cosa lì e ora lo siete. “Aaaaah! Ho capito! Ecco perchè quella volta accadde quello! E quell’altra volta c’era quel tizio là che mi ha detto quelle parole! Faceva parte dello stesso ciclo”. Non è solo la ruota delle reincarnazioni: se vogliamo usare la rappresentazione chiamata “karma” (che è una RAPPRESENTAZIONE per la mente di un aspetto insondabile della realtà), le ruote karmiche sono in azione in questo preciso momento a decine o centinaia o migliaia o fantastiliardi. Sono simili agli ingranaggi di un orologio, per intenderci: c’è un ciclo più grande che è quello della tua esistenza qui, il quale, per funzionare, ha bisogno del lavoro di una miriade di altri cicli minori, alcuni minuscoli, e tutti si incastrano con una perfezione che la mente non può comprendere. Anche l’essere frustrati o il sentirsi una merda fanno parte dei cicli e, lo ripeto per l’ennesima volta, svolgono una e una sola funzione: portare consapevolezza. E’ fantastico, non so se riesco a farvelo vedere. Tutto ciò che entra in relazione con voi, e con “tutto” intendo proprio “tutto”, è al vostro miglior servizio: “nasce” dalla consapevolezza, compie il suo ciclo e “muore” nella consapevolezza. Voi fate lo stesso a vostra volta con gli altri. Quello che cambia continuamente è il “come”, non il “perchè”. Nel caso più grande, arriverà il momento in cui “lascerete andare” il mondo intero nel quale viviamo, non sarete più suoi “schiavi”, ovvero non sottostarete più ai suoi cicli: siete diventati consapevoli, il mondo ha svolto il suo compito e ora, da gran signore e maestro, “si fa da parte”.

Il mondo è qui per essere “lasciato andare”, se capite cosa intendo. Va beh dai, direi che al momento più di così non posso fare. Spero che queste parole, entrando in contrasto con voi, vi smuovano un po’ di roba dentro e generino la scintilla giusta. E’ il massimo che ognuno di noi può fare. La Verità, con la “V” maiuscola, non è un cibo che la mente possa masticare.

06 gennaio 2014

L’Italia è avanti anni luce…

… grazie a noi.

Intanto: buon anno a tutti! Spero abbiate passato un bel Natale e un bel Capodanno con le persone che più amate e che vi vogliono bene, mandando affanculo gli stronzi. Scherzi a parte, spero siate stati bene. Mi scuso per il ritardo :) E buona epifania, toh!

L’altra sera ho visto un pezzo di “Superquark”. Il programma in sè è una vaccata di dimensioni transnazionali, pieno di tutta quella scienza che non spiega mai un cazzo sul mondo ma si limita semplicemente a descrivere ciò che appare, farcito di un punto di vista mainstream spacciato per verità assoluta e colmo di altezzosità. Ma a me piace. O meglio, non è il programma in sè a piacermi, quanto la relazione che si genera tra lui e me, tra i suoi concetti e i miei. Non è un tipo di programma che mi sveno volontariamente di trovare in televisione come un tossico in cerca della dose ma, se lo becco casualmente, gli dedico un po’ di attenzione.

La puntata era incentrata sul cervello e il servizio specifico riguardava il livello culturale italiano paragonato al resto d’Europa e del mondo. Si cita un rapporto dell’OCSE con numeri, frizzi lazzi e mazzi, ma sono le parole usate che mi fanno impazzire. Lo notavo mentre il servizio veniva lanciato dal solito Piero Angela. Provo a farvi vedere come, basandosi su dati reali ed empirici, quello che è a tutti gli effetti un semplice punto di vista, una semplice interpretazione, passi subdolamente come unica verità possibile. Sui dati fattuali si innesta un certo tipo di interpretazione che però per noi, ormai rincoglioniti da anni e anni di puttanate, è solo la pura verità assoluta. Vediamo le parole esatte.

Pierino: “[…] è da qui [dal cervello] che esce tutto quello che permette il nostro sviluppo, vale a dire il software e tutti quei beni invisibili che fanno la vera differenza tra le nazioni. E qui arriviamo al tema centrale dell’educazione e, naturalmente, della scuola, perchè anche il cervello, come il computer, funziona con un “in” e un “out”: se quello che entra è insufficiente in quantità e in qualità, ciò che esce ovviamente ne soffrirà. E’ qui che i cervelli possono cominciare a essere accesi ed essere preparati per la vita”.

Adesso arriva il bello.

Pierino: “Sappiamo, però, che anche qui [a scuola] ci sono problemi”.

Parte il servizio e vengono snocciolati un po’ di dati sui ragazzi di 15 anni e il loro rapporto con la scuola, rilevati dall’OCSE in alcuni Paesi industrializzati.

“[…] l’Italia si trova nelle posizioni di coda […] La cosa che colpisce è che tra i primi 5 Paesi in classifica, 4 sono asiatici. E non è un caso che siano proprio i Paesi oggi più competitivi ad avere ragazzi che studiano di più […] Per quanto riguarda la spesa per l’insegnamento, l’Italia è in linea con la media degli altri Paesi europei. Quindi è il sistema che non funziona. Un’altra recente indagine dell’OCSE ha mostrato, del resto, una situazione drammatica anche tra gli adulti tra i 16 e i 64 anni: tra i 27 Paesi dell’Unione Europea, siamo gli ultimi come livello educativo. Nel nostro Paese, il 45% degli adulti non ha un diploma di scuola secondaria superiore, contro una media europea del 25%. In Italia i laureati, o con titoli equivalenti, sono il 15% della popolazione: la media europea è del 27%. Se poi si aggiunge che i ragazzi italiani fra i 15 e i 19 anni che abbandonano la scuola prima del diploma sono il 19% degli studenti, una percentuale quasi doppia della media europea, bisogna ammettere che i motivi per preoccuparsi non mancano. Come può crescere un Paese se i suoi abitanti non hanno le conoscenze per riuscirci, cioè per essere competitivi in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso?”

Ho evidenziato in rosso le parti più ficcanti. Si vede il giudizio di fondo sulla questione? Passa in sordina. Voi lo ascoltate (o lo leggete) e vi risuona come ovvio, giusto, evidente. “E’ così, è vero, non puoi dire di no: senza cultura siamo morti. Ed è giusto, poi, che i ragazzi vadano a scuola e imparino quello che c’è da imparare”. Mi permetto di fare giusto un paio di osservazioni.

Intanto la scuola così come è oggi non serve più a un cazzo. La parte più bella della scuola è il fatto di stare in compagnia con gli amici e divertirsi insieme, rendendo appassionante e bello anche tutto il tran tran delle verifiche, dei compiti e delle interrogazioni. Per il resto si salva veramente poco. La grande maggioranza di quello che ti viene insegnato è o una panzana oppure è scollegato dalla realtà. In questo secondo caso, l’esempio lampante è la matematica: non so voi, ma io dei logaritmi, delle derivate et similia non ricordo una mazza salvo che, anche all’epoca, non mi risultavano per niente chiare le implicazioni pratiche di cotante formule. Se a uno studente gli spieghi bene in che modo quello che gli stai insegnando va ad incastrarsi nel puzzle della realtà, forse allora quello studente sarà più attento e desideroso di imparare. E forse dopo qualche anno tenderebbe di più a ricordarsi gli insegnamenti perchè, cazzo, gli permettono di capire davvero un aspetto della realtà. Diventano tangibili e poi, chissà, avendo capito una certa cosa userà quest’ultima come base per delle scoperte successive. E invece no, rimangono cose fumose e in sostanza inutili e lo studente, non avendo idea di come possano servirgli per capire meglio la realtà, non ci capisce niente di niente. E come biasimarlo? Gli stanno insegnando una roba strana della quale l’unico motivo per studiarla è per prendere la sufficienza alla fine dell’anno. Punto. Questo è l’insegnamento scolastico oggi: una serie infinita di nozioni fini a loro stesse.

Seconda osservazione. L’intero servizio è intriso del giudizio positivo dato all’economia e alla competitività tra Paesi. L’educazione serve solo per produrre, per fare soldi e mettere nella merda qualche altro Paese. Delle persone non ce ne frega un cazzo di niente, si fottano: l’importante è che quegli stronzetti brufolosi, una volta adulti, si facciano i cazzi loro, svolgano il loro lavoretto di merda, meccanico e ripetitivo, per niente stimolante nè creativo, 8-9 ore al giorno (quando va bene) e mandino avanti la macchina senza farsi domande. La competitività… La vita che diventa una gara per primeggiare e fottere il prossimo. Ma oh! la competitività è bella e la nostra situazione, bisogna ammetterlo, ci fornisce tanti problemi per preoccuparsi!

Preoccuparsi di cosa?! Io non voglio essere competitivo, vaffanculo la competitività: IO VOGLIO VIVERE, NON CORRERE PER SOPRAVVIVERE. Lo vedete il giudizio che passa senza che voi ve ne accorgiate? Anzi, non è vero: ve ne accorgete e lo supportate automaticamente. Perchè non è solo un punto di vista, ma è la verità. L’unica, la sola verità possibile.

L’Italia è una merda, è indietro su tutto, è un Paese di capre, non può competere, è un Paese morto. Cazzate. Ve lo do io, un punto di vista. Siamo avanti anni luce rispetto al resto del mondo, lo siamo sempre stati e le nuove generazioni portano avanti questa tradizione. Siamo sempre stati il Paese più artistico del mondo e quello più creativo. E lo siamo ancora. Il fatto che i ragazzi siano sempre più allergici al sistema scolastico attuale è un segno positivo di un’importanza straripante. Per capirlo, però, bisogna andare oltre la materia visibile, oltre la manifestazione specifica, e guardare alla vibrazione, alla coscienza. Perchè, mettetevelo bene in testa: tutto è coscienza e questa si manifesta primariamente come una vibrazione, che va da frequenze altissime per noi impercettibili con la mente, ad altre più basse, più “solide”. Per cui la materia (la manifestazione fisica) ci mette più tempo ad adeguarsi ai continui movimenti “alti” (chiamiamoli “tendenze”) della vibrazione. La tendenza naturale è il cambiamento, l’evoluzione. La vita in sè è ferma, è un infinito immobile e intoccabile, ma la sua manifestazione è un costante movimento. In campo scolastico-culturale, ci ritroviamo con un sistema vecchio, stantio, da pensionare domani mattina. Evidentemente i ragazzi, inconsciamente, avvertono i cambiamenti nella “tendenza” e sempre di più intuiscono lo scollamento tra ciò che viene insegnato e la realtà dei fatti. Il come si manifesta ciò è un altro discorso: l’importante è che si manifesta. E sentono anche lo scollamento tra la “tendenza” e il sistema-società, falso, da malati di mente pazzi allucinati. La vibrazione cambia sempre, la società di oggi persiste a basarsi su idee di centinaia di anni fa ma le persone, specialmente le più giovani, “rispondono” alla tendenza e la divaricazione tra questa e la manifestazione arriverà a un “punto di rottura”, nel quale il sistema attuale collasserà improvvisamente e se ne genererà uno nuovo.

Noi siamo all’avanguardia. Passiamo attraverso un sistema di formazione, ne facciamo esperienza diretta e ne sentiamo la puzza di marcio. Gli altri Paesi europei, osannati ed elevati a punto di riferimento in quanto a efficienza e bontà, rispondono meno di noi alla “tendenza”: i loro abitanti sono più ligi a seguire le puttanate che vengono loro passate, pagano tutti le tasse schisci schisci, asettici, sono più contenti dei loro politicanti asserviti alla solita cupola internazionale. Non è per fare nazionalismo, non me ne frega niente e non mi piace nemmeno. Non è della nazione che si parla, ma delle persone. E le persone non hanno nazione.

Fatevi delle domande, cazzo. Fatevene una: perchè? Perchè ce l’hanno con noi? Perchè siamo sempre noi le pecore nere? Perchè distruggere il nostro tessuto sociale? Perchè tenerci in un perenne stato di tensione e paura? Perchè tentare di imporre un sistema più matematico, più freddo, più standardizzato sul modello anglo-sassone? E perchè insistere nel fare tutto ciò? Tendenze.

Si sono sparati nelle palle da soli. Hanno messo su un teatrino politico pieno di fenomeni da baraccone e col tempo la gente ha imparato, e sta continuamente imparando, ad analizzare, a cercare informazioni per fare emergere le loro magagne e le magagne del sistema intero. Una roba come il Movimento 5 Stelle non s’è mai vista: un’aggregazione sociale nazionale così estesa e svincolata dai poteri forti non c’era mai stata. Poi possiamo discutere sulla manifestazione effettiva, su Grillo, Casaleggio, massoneria eccetera, ma non è questo il punto: il fatto è che una roba così è nata, una “tendenza” si è manifestata. Non so se è un qualcosa che c’è qui da noi, qualche centro energetico o salcazzo cosa, boh. Fatto sta che siamo creativi, è sempre stato così e le regole imposte da altri non ci piacciono. Negli ultimi anni stanno facendo di tutto per imporre un sistema più opprimente, per tendere sempre più la corda e tenere le persone nel terrore del baratro della povertà; stanno facendo di tutto per importare un sistema sempre più meccanico, standardizzato, sempre meno umano e spontaneo. Ma non funziona, non ci piace, non c’è niente da fare. E, grazie alla presenza dei pagliacci del circo politico, la “tendenza” diviene sempre più evidente e forte perchè è palese che sempre meno gente si fidi ancora di ‘ste merde umane. Si fidano ancora in troppi, ecco, ma grazie a Dio il numero è in calo.

Allora? Capito che quello di Superquark era solo un punto di vista, nè più nè meno del mio? Pensate che il mio, con tutto quel discorso sulla creatività e sui risvolti positivi del rapporto ragazzi-scuola, sia assurdo? Sì, forse è assurdo ed esagerato. Ho calcato un po’ la mano, questo è sicuro. Ma non importa: quello che mi premeva era farvi vedere come si assimilino in automatico delle opinioni e dei giudizi e li si prendano come verità assolute. Quello sbandierato da Superquark è UN punto di vista innestato su dati empirici non meno assurdo di quello che vi ho esposto io. Non prendete niente per oro colato e verità assoluta, perchè non lo è. Mai. La verità non si trasmette con le parole e non si capisce con la testa: si vive. Ma di questo ne parliamo un’altra volta…

Finalmente qualcuno si sveglia dal torpore e inizia a chiedersi: ma perchè? Fatevi questa cazzo di domanda! Prendete l’ovvio e interrogatevi: perchè? Una volta trovata la risposta, rifatevi la domanda. Trovata la risposta? Domanda. Se lo fate bene, arriverete a un punto in cui vi chiederete “perchè?” e non troverete la risposta. Ecco: quello è un momento di consapevolezza incredibile. Finalmente vi accorgete di non sapere davvero le cose: credete di saperle. E’ come un palazzo di decine di piani, bello, maestoso, pulito e lucente. Man mano scendete, scendete, scendete e arrivati in fondo vi accorgete che mancano le fondamenta.

Perchè la società è così? Perchè non può essere diversa? Perchè non si può fare, ad esempio, che tutti hanno vitto e alloggio garantito per il semplice fatto di essere venuti al mondo? Cambierebbe tutto, a cominciare dal lavoro. Oggi si lavora non per vivere, ma per sopravvivere, esattamente come gli schiavi con le catene di qualche tempo fa. Non stiamo effettivamente vivendo la vita. La vita manco ci piace davvero: abbiamo solo paura di morire, tutto qua. La vita per noi è sopravvivenza. Siamo a livello animale, niente di più. Competizione/competitività e sopravvivenza: punto. La vita non sappiamo neanche cosa sia: siamo troppo impegnati a fottere il prossimo per sopravvivere. Ma la paura della morte è un mezzo e, in quanto tale, è potenzialmente meraviglioso: sulla base della consapevolezza della morte, si può costruire una società che non ti faccia più dannare l’anima per delle inezie, costringendoti costantemente a rincorrere la vita e a rovinartela nel frattempo. Perchè farsi venire esaurimenti, depressioni, frustrazioni; perchè vivere costantemente in tensione e con la paura in gola; perchè rovinare la vita agli altri solo per via di una targhetta con scritto “capo”; perchè prendere tutto sul serio, nell’accezione più negativa del termine, se tanto poi alla fine muori comunque? Una società nella quale vieni al mondo e, cazzo, goditi la vita! Scopri le tue capacità, i tuoi talenti, sviluppali e rendili disponibili agli altri. Crea, inventa, sogna. Lavora per dare un servizio agli altri, non per dei pezzi di carta a fine mese o dei numeri su un computer: la sopravvivenza è garantita a prescindere. E lavora di meno, massimo 4 ore al giorno: un altro si occuperà delle rimanenti ed entrambi avrete metà giornata per dedicarvi finalmente alle vostre vite. Non c’è un motivo materiale per cui una roba così non sia possibile. Non ce ne è uno che sia uno. E’ tutto un blocco psicologico.

Questa società lavora incessantemente, e con ottimi risultati, per un solo scopo: toglierti il sogno. La rivoluzione oggi non è andare in piazza a chiedere al politico di turno di andarsene. La rivoluzione oggi è chiedersi “perchè?” e, di conseguenza, “perchè no?”. Gli sbocchi professionali artistici e creativi, per una persona normale, sono molto rischiosi, volatili, aleatori nella società attuale: il lavoretto meccanico, invece, è sicuro, nel senso che è molto più diffuso e incentivato e ogni mese ti garantisce un minimo di pezzi di carta per continuare a sopravvivere e a rubarti la vita. E’ ovvio che una società così arriverà a un punto di rottura: quando una persona non lavora più per via di un minimo senso di altruismo, ma lo fa controvoglia, solo perchè obbligata altrimenti muore di povertà, prima o poi la forbice tra “tendenza” (che altro non è se non l’Essenza, il lato divino dei divini, quello più libero e intoccabile, fuori dal tempo e dallo spazio) e “materia” si spaccherà. Aumenta l’oppressione e aumenta di pari passo la spinta per la libertà personale: la tensione tra i due poli cresce, cresce e cresce. Bisogna solo capire qual è il massimo sopportabile e lo si vedrà nel momento dello “scoppio”. Quando sarà, non ne ho idea: domani? Tra un anno? Cento? Mille? Boh. Ma il cortocircuito ci sarà, l’energia verrà “scaricata” e il ciclo ripartirà. E’ la natura del dualismo: gli opposti rimangono bilanciati tra di loro ma generano sempre più contrasto, sempre più tensione fino al punto di raggiungere una sorta di orgasmo energetico, un grande climax di cambiamenti che porteranno alla nascita di un nuovo ciclo di tensione, inizialmente bassa e successivamente in continuo aumento fino alla successiva “esplosione” e così via. E’ elettricità, meccanica sessuale, inizio e fine, alto e basso, la quiete dopo la tempesta. Aah, i frattali…

24 dicembre 2013

Buon Natale!

Ragazzi e ragazze, vi auguro un meraviglioso Natale! E’ il simbolo della morte dell’ingannatore, del falso io, del diavolo, dell’ego, di quella cosa che identifichiamo con “noi” e la nascita della vera essenza. La ri-nascita, la seconda nascita spirituale (la prima è quella fisica derivante dall’incontro sessuale) per trascendere il mondo e conoscere i misteri della realtà. Poesia pura…

Quindi, BUON NATALE A TUTTI!

(e beccatevi ‘sto video)

15 dicembre 2013

Sul falso interprete in lingua dei segni alla cerimonia per Mandela…

Sono rimasto piuttosto di sasso. La sapete la faccenda, no? Durante la cerimonia in onore di Nelson Mandela allo stadio di Soweto a Johannesburg, un simpatico tizio vestito bene ha impersonato il ruolo di interprete in lingua dei segni dei discorsi delle varie personalità del mondo politico e non solo che si alternavano sul palco. Il problema è che costui non era un vero traduttore ma un cialtrone. Sorgono ovvie alcune domande: come ci è arrivato lì, sul palco, in un’occasione come quella? Dov’era la sicurezza? Tramite i media veniamo a sapere che è solo un pazzo schizofrenico che “vedeva gli angeli”. Mah… Sappiamo bene la marea di balle riversate quotidianamente dai grandi centri dell’informazione e la spiegazione del pazzo l’abbiamo già sentita parecchie volte… Poi magari è effettivamente così, non ne ho idea.

Comunque, già il fatto in sè lascia parecchio perplessi, ma ciò che mi ha più perplesso è l’incredibile irrilevanza data ad esso da parte della controinformazione. Avete visto il filmato? Notate l’ometto sulla destra quali gesti fa con le mani. Ce n’è uno clamoroso, ripetuto più volte tra l’altro. Questo.

Interprete Mandela

Si vede? Un bel paio clamoroso e ripetuto di corna. Quando ci ho fatto caso mi sono detto “Minchia adesso vedi nella controinformazione, specialmente in quella parte interessata al simbolismo satanico e ai rituali oscuri… Ne parleranno tutti come l’ennesima manifestazione della cabala satanista, o come il chiaro segno che Mandela era anch’egli devoto al Cornutazzi, o chissà cos’altro”. E invece, delusione incredibile. Nessuno se l’è filato minimamente. Evidentemente si sono tutti bevuti la versione del pazzo schizofrenico senza battere ciglio. Il che andrebbe benissimo se stessimo parlando di rincoglioniti totali che già di norma assimilano come verità assoluta qualunque cosa passi in tv o sui quotidiani, non importa quanto allucinante. Ma, diamine!, stiamo parlando di persone estremamente attente (a volte anche a sproposito), che vedono spesso e volentieri spiegazioni alternative a praticamente tutto ciò che accade nel mondo, azzeccandoci o sbagliando poco importa: ciò che conta è la perenne sollevazione di obiezioni alle spiegazioni ufficiali. Per di più negli ultimi anni l’interesse verso il simbolismo massonico-satanista è aumentato parecchio e se ne parla in ogni dove, nel mondo dell’informazione alternativa.

E poi si tralascia una roba così straordinariamente evidente?! Cioè deve essere uno che già ha espresso opinioni piuttosto forti verso l’argomento (tipo qui e qui), nella direzione di andare oltre e non rimanere impantanati nel discorso “oddio-ci-sono-simboli-satanisti-ovunque-per-questo-questo-e-quest’altro-motivo-oddio-oddio-oddio” magari solo perchè si crede al primo tizio che passa, a fare emergere la questione? Ma dai! Che delusione… Mi piace leggere articoli nei quali si parla dei diversi momenti in cui il simbolone del Cornutazzi emerge alla vista del pubblico perchè alla fine mi viene sempre in mente una domanda: quindi? Ok, restando al nostro caso tanto per fare un esempio: c’è un tizio che fa le corna e ipotizziamo pure che non sia il classico pirla pazzo ma sia stato mandato lì proprio dai soliti “Illuminati” (cambiamogli nome, però, perchè non se lo “meritano” manco pe niente) con lo scopo di mettere la loro “firma” sulla questione. Ok, quindi?

Allora, prima questione: intanto non abbiamo nemmeno la minima idea di cosa o chi cazzo sia Satana, manco sappiamo se esiste. Credete di saperlo perchè lo avete semplicemente letto in un libro che, tra l’altro, avete interpretato tramite schemi mentali arbitrari e imparati da altri che a loro volta gli hanno acquisiti da altri ancora e così via all’infinito. La realtà è che non ne avete la minima idea. Punto. Secondo: ok, gli indizi portano nella direzione di dire che gli “Illuminati” di ‘stocazzo siano effettivamente satanisti incalliti. Quindi? Va bene, ci sto, sono informazioni utili per avere una minima idea di quanto ‘sti idioti siano rincoglioniti e schiavi dell’egoismo e dei bassi istinti. Ma ora che lo sappiamo? “I simboli che lavorano in maniera inconscia”… ok, ma cosa vuol dire? Abbiamo davvero qualche tipo di esperienza in prima persona per capire veramente di cosa si sta parlando o ci attacchiamo solo alle parole di un filmato o di un tizio o di un libro? Conosciamo oppure crediamo di conoscere? Terzo: qual è il fine? Simboli ovunque… perchè?

Il fatto è che nella stragrande maggioranza dei casi in cui si parla dell’argomento “Illuminati-Satana-simbolismo” ci si ferma sempre alla superficie, alla mente, ci si appiccica ad idee lette o sentite ma mai davvero comprese dentro. C’è tanto rumore, tanto disturbo, tanta distorsione ma, a mio avviso, poca conoscenza profonda, quella vera, non quella prettamente intellettuale. Quando vedete uno dei simboli incriminati, cosa provate? Immediatamente parte un pensiero basato sulle informazioni con le quali siete entrati in contatto dall’esterno e da qui in poi sono tutte puttanate. Non c’è un vero sentire, non siamo abituati a “sentire” ma solo a interpretare e a giudicare, basandoci su idee altrui assimilate e mai comprese davvero.

Io la mia su Satana, il diavolo, il simbolismo, frizzi lazzi e mazzi l’ho già detta e non è propriamente uguale al mare di informazioni che ho letto a riguardo, anzi: c’azzecca poco o niente. Poi, oh: ci sta tutto…  Posso darvi solo un consiglio col cuore, dato che ci sono passato in prima persona? Non credete a ciò che leggete o sentite o vedete su argomenti delicati come l’ego, il diavolo, noi, Dio, l’Amore con la “A” maiuscola eccetera. Non attaccatevi ai discorsi. Prendeteli come un modo per stuzzicare il vostro sentire e vedere che sintesi ne esce. La vera conoscenza viene da dentro, non da fuori. La si sente intimamente, nelle viscere. Non parte dalla mente. Nel momento in cui avete un’esperienza davvero interiore, intanto la riconoscete al volo: non ci sono domande, improvvisamente sentite di conoscere con sicurezza qualcosa che prima vi sfuggiva o della quale avevate un’idea arbitraria e superficiale (ad esempio su Satana). Subito dopo diventate consapevoli del mare di cagate del quale eravate assolutamente sicuri fino a un attimo prima e finalmente sentite di riuscire ad andare oltre le immagini mentali che vi eravate fatti prima. La conseguenza è un cambio di atteggiamento: finalmente siete più consapevoli di quanta confusione ci sia in giro, di quanto il mondo sia sottosopra nel descrivere certi argomenti e quindi, nel momento in cui leggerete ancora di Satana et similia per esempio, riuscirete a vedere la questione con occhi diversi, più “allineati” al sentire interiore.

Me ne sono accorto una volta quest’anno a un matrimonio: il prete citava estratti dalla Bibbia e dai Vangeli e poi li interpretava a modo suo. E’ stato stranissimo perchè mi rendevo conto della discrepanza tra la sua interpretazione (canonica, imparata dall’esterno, standard) e la mia, più basata su esperienze interiori passate. Le parole erano sempre quelle, classiche, tipiche, le stesse contro le quali in tanti si scagliano definendole come roba da malati di mente o da creduloni. Eppure c’era tanta verità in quello che diceva. Si sentiva, la sentivo. Allora dov’è il problema? Nelle parole o nel nostro sentire individuale? Per il prete Dio era una cosa, per me un’altra molto diversa. Ma molto diversa. Per cui avrei dovuto pensare una roba tipo “Mamma mia, quante cagate sta dicendo”. E invece no. Cioè, effettivamente se mi fossi messo al suo “livello” canonico di interpretazione, quelle parole non avrebbero avuto il minimo senso. Ma mi sarei dovuto sforzare per farlo. Il sentire “naturale”, senza sforzo, invece, mi ha permesso di capire il significato più profondo delle parole e improvvisamente tutto aveva straordinariamente senso. E non ho dovuto fare nulla: veniva da sè.

Certi concetti sono troppo grandi, misteriosi e profondi per poter pensare di conoscerli solo tramite la mente. Solo dopo avere avuto un’esperienza interiore, un flash improvviso di comprensione, un’intuizione a ciel sereno, si ha un’idea chiara su un certo concetto. Per cui, a meno che non abbiate vissuto una simile esperienza in merito a Satana, tanto per rimanere in tema, cercate di riconoscere tutto ciò che pensate di sapere sull’argomento per quello che è: appreso dall’esterno e filtrato da schemi mentali, giudizi, pregiudizi e influenze di vario tipo. Può essere vero ma anche no, non lo sapete con certezza. Anche se siete convinti di sì… Non è la verità: serve solo per creare uno scontro, un’esplosione, un big bang grazie al quale la consapevolezza può emergere un po’ di più. Ogni “cosa” con la quale entriamo in contatto ogni giorno ha solo ed esclusivamente questo fine. Tutto qua, semplice.

(Oh non c’è niente da fare: anche stavolta che ero partito da un argomento più “terra terra” sono andato ancora a finire sull’etereo…)

11 dicembre 2013

Consumismo spirituale - parte III: le belle parole a pagamento

(se vi interessano, qui c’è la parte I e qui la parte II)

In questi ultimi giorni la mia attenzione è stata attratta, a causa del mio solito amico “di viaggio”, verso la legge di attrazione, il pensiero positivo e più in generale verso gli strumenti, o presunti tali, per ottenere ciò che si vuole, per realizzare al meglio la propria vita etcetera etcetera. Non sono argomenti nuovi per questo blog, anzi credo di averne parlato per la prima volta un paio di anni fa se non di più. Nel frattempo, però, l’esperienza ha portato nuovi consigli e tante intuizioni, per cui colgo la palla al balzo per aggiornare, rivedere e in buona parte correggere i miei passati articoli sul tema.

Partiamo con la cosiddetta “legge di attrazione”. Per quei due che non sapessero di cosa si sta parlando, detto in parole spicce la legge di attrazione è una meccanica per cui la realtà intorno a noi risponde ai nostri stimoli vibratòri, principalmente provenienti dal cuore (il più grande campo elettromagnetico del corpo) e dal cervello o, meglio, dalla mente e dai pensieri. Quindi, se penso intensamente ad una cosa qualsiasi e riesco a scatenare una forte reazione del cuore, questa cosa dovrebbe alla fin fine materializzarsi in qualche modo. Non proprio da abracadabra, eh. Una roba più soft. Le circostanze della vita che si vengono a creare fanno sì che, alla fine della fiera, quella qual cosa trovi un modo di entrare nella nostra vita.

Quindi: abbiamo lo strumento naturale per poter vivere felici. Vediamo di usarlo al meglio, no? Ecco entrare in gioco il pensiero positivo: devi pensare positivo, così questa positività si manifesterà nei fatti concreti della tua vita e potrai essere libero e felice. “Attiri ciò che sei”, in pratica: se sei felice, attiri felicità; se sei triste, incazzato, frustrato, attirerai tristezza, incazzatura e frustrazione. Non fa una grinza.

Ed effettivamente è così perchè la realtà è collegata con tutto il resto, con sè stessa, per cui ogni fatto che avviene “all’interno degli interni” ha per forza di cose un riflesso all’esterno. “Ciò che fate all’ultimo dei miei fratelli lo fate a me”, in sostanza.

Ma non bisognerebbe commettere l’errore di fermarsi qui. Questa bella roba qua non è il fine, ma solo uno dei tanti mezzi. Il fine è la consapevolezza, la vita. Ogni evento che si manifesta, da un semplice pensiero in su (o in giù), nasce perchè c’è la consapevolezza a renderlo possibile e l’unico, L’UNICO, scopo di quell’evento è la consapevolezza. L’inizio e la fine, l’alfa e l’omega sono la stessa cosa. Gli opposti che si uniscono, il “due” che diventa “uno”. L’evento “nasce” dalla e nella consapevolezza con il solo obiettivo di mostrarla, di “morire” dando consapevolezza a chi di quell’evento è stato testimone in prima persona. Inizio e fine di un evento sono la stessa cosa: consapevolezza. L’utilizzo infantile (egoistico) della legge di attrazione è ad esempio quello col fine di fare soldi, o di trovare “l’anima gemella”, o di essere felici. Ci si attacca alle cose, perfino alla felicità e così facendo la si perde subito. Senza contare che manco abbiamo idea di cosa effettivamente sia la felicità, la realizzazione eccetera e quindi finiamo per inseguire desideri su desideri uno più stupido dell’altro.

Inoltre non si fa caso al problema di fondo di tutta la nostra esistenza: chi? Chi è che pensa/desidera/vuole/usa la legge di attrazione? Il passo successivo è capire proprio questo: la legge di attrazione è una vaccata colossale, almeno da un certo punto in poi, perchè presume sempre due entità: un soggetto senziente e un oggetto da ottenere. Siamo sempre i cani che corrono dietro al coniglio meccanico all’infinito. In realtà soggetto e oggetto sono la stessa cosa: “io e il mondo”, “io e gli altri”, “io e la mia vita” dovrebbero essere prese come semplici convenzioni espressive per descrivere a parole (quindi tramite la mente, quindi tramite il dualismo) un qualcosa che non ha separazione, non ha un “più” e un “meno”. Da dove origina il pensiero? Dalla mente? E la mente da dove origina? Da te? E tu da dove origini? Non sei tu ad attrarre qualcosa. Non sei nemmeno tu a voler attrarre qualcosa: è la realtà a fare tutto. La realtà attrae sè stessa, genera sè stessa, è l’inizio e il/la fine di sè stessa. Non c’è uno che crea e un altro che sperimenta il creato, non sono due entità diverse.

Sempre questo mio amico mi ha suggerito un paio di nomi di persone che trattano questi argomenti, ovvero Wayne Dyer e Antonio D’Elia. Ora, faccio una super premessa così da mettere in chiaro un punto ed evitare rompimenti di cazzo allucinanti: quello che scriverò su queste due persone e ciò che dicono è PURAMENTE una MIA OPINIONE PERSONALE. Non è un giudizio assoluto, una verità totale. Se poi non vi piace sono cazzi vostri; se prendete tutto come verità assolute sono cazzi vostri, io non c’entro niente. Fornisco solo il mio umile punto di vista.

Bene, torniamo al discorso. Su Wayne Dyer ho ben poco da dire perchè praticamente non ho avuto occasione di leggere un suo testo nè di approfondire un po’ il suo pensiero. Ho solo visto un pezzo di un video su Youtube e devo dire che non mi ha impressionato granchè, ma ho veramente troppo pochi elementi per farmi un’idea minimamente soddisfacente in merito. Di Antonio D’Elia ho visto un video di un’ora sempre sul Tubo e ho letto qualche post sul suo sito, quindi anche qua non è che lo conosca proprio tantissimo ma in questo caso onestamente quello che ho visto e letto è già più che sufficiente per suggerirmi di non approfondire oltre. C’è qualche elemento che mi porta a saltarlo piè pari, perchè è bravino però da un certo punto in poi non ha idea di cosa stia parlando e prova a nascondere questa sua ignoranza sotto il manto della sua sicurezza. Si sente proprio che, almeno da un certo punto in poi, escono parole svuotate di sentimento, vacue, di uno che parla senza avere alle spalle l’esperienza in prima persona di ciò che dice. Non so se sia in buona fede o meno, non ne ho idea. Comunque sia, a me non convince. Ecco gli elementi PER ME a suo sfavore:

1) sulla homepage del suo sito, appena sotto il suo nome, campeggia la scritta “life coach”. Già qui, se non mi fosse stato consigliato dal mio amico, per me la faccenda sarebbe stata istantaneamente chiusa. Ma va beh, andiamo avanti;

2) i suoi eventi, pardòn: i suoi workshop sono a pagamento e le cifre si aggirano sui 60-90€. Deduco creda davvero di avere nozioni nuove e sue esclusive da insegnare;

3) nel video che ho visto su Youtube parla di tante cose belle e condivisibili (tipo il fatto di smetterla di proiettare all’esterno la possibilità di essere felici) ma poi verso la fine è palese che non abbia la minima idea (consapevolezza) di cosa stia trattando. Inizia ad andare in crisi quando si addentra nel discorso della triade “mente-corpo-spirito”, che per lui è “mente-spirito-anima” con il corpo a tenere tutto insieme. 4 elementi?! L’universo si basa sul dualismo (2), che viene dalla scissione dell’unità (1). La totalità dell’esistenza è 3. 2 e 3 sono ovunque nell’universo: quando i due poli del dualismo (positivo-negativo, interno-esterno e via dicendo) si fondono insieme, emerge una “terza forza” che altro non è se non l’unità già eternamente esistente. Punto. Dov’è il “4”?

4) eccolo qui. No, scherzi a parte, il nostro Antonio inoltre continua ha ripetere “io ho intuito”. Ne è fermamente convinto, a quanto pare. L’intuizione viene da sè, non sei tu a chiamarla con la mente e non sei tu ad averla, a generarla;

5) non accenna alla questione del “chi sono?”, che è il fulcro dell’esistenza stessa e, se lo fa, si incarta in risposte superficiali e scontate. Ma d’altronde, se avesse un minimo di consapevolezza della faccenda, non si crederebbe neanche padre delle intuizioni… Va da sè;

6) ennesima prova della sua ignoranza in materia è quando dice che “noi siamo come i drogati: pensiamo che qualcosa ci darà la felicità e facciamo di tutto per ottenerla. Quando la otteniamo siamo felici per un po’, ma poi ricadiamo nell’insoddisfazione”. Verissimo, fin qui nulla da eccepire. Ecco però la magagna: “quando diventiamo consapevoli, all’inizio stiamo male, esattamente come i drogati vanno in crisi di astinenza. Ci vuole un po’ per assimilare la consapevolezza e stare bene”. Vaccata clamorosa. E’ vero l’esatto contrario: appena arriva la consapevolezza si sta da dio, la mente si arrende ed emerge una roba che è indefinibile da tanto è tranquillamente meravigliosa: dopo un lasso di tempo più o meno lungo, riparte il film mentale, tutto viene rimesso in dubbio e si ricomincia a star “male”. Non si torna indietro, però, perchè la presa di consapevolezza, grande o piccola che sia, rimane sempre lì: magari non ce ne accorgiamo a volte, ma ormai il cambiamento è irreversibile (e non è MAI, MAI, MAI negativo);

7) alla fine del video, per me, delira completamente quando dice che lui fa domande al suo spirito e questo gli risponde. Chi è che fa domande? Chi è che risponde? La consapevolezza è sinonimo di “conoscenza”. Non la conoscenza intesa come “qual è la capitale dell’Azerbaigian?” ma come comprensione intima della realtà. La consapevolezza non domanda: sa già la risposta, della domanda non gliene può fregare di meno. Il dialogo di cui lui parla è possibile solo ed esclusivamente quando ci sono 2 o più “entità”. Lo dice la parola stessa: “dia-logo”, come “dia-volo”, è implicita la presenza di due o più individui. Ma se c’è solo la consapevolezza, con chi parla? Se c’è una domanda c’è la mente, che è ignorante essendo ristretta alle leggi di questo piano di esistenza. Non sto dicendo sia sbagliato farsi domande, assolutamente no. Dico solo che, finchè ci sono le domande, significa che non si è ancora manifestata la consapevolezza su quel caso specifico. Appena si diventa consapevoli di qualcosa (non c’è nessuno a rispondere!!), le domande in merito smettono spontaneamente di sorgere, senza che noi siamo chiamati a fare niente. Questo ci porta al punto successivo;

8) tutto il discorso, specialmente nel suo sito, è farcito di ciò che la gente vuole sentirsi dire, ovvero: “sei un grande! Sei speciale, non sei come gli altri! Tu esisti e sei un figo della madonna! Vai e ottieni i frutti che ti spettano! Toh, ecco la legge di attrazione: realizzati! Diventa felice, dai che ce la fai!”. Ego che parla all’ego. Punto. D’altronde è un life coach, no? E’ ovvio che qualcuno in momenti di difficoltà o semplicemente ingenuo ci caschi come una pera cotta: finalmente ecco un tizio che stuzzica il tuo ego e lo fa stare bene dicendogli che è bellissimo. E’ molto più bello sentirsi parlare così, no? Se invece io vi dico che voi non siete un cazzo, di smetterla di volere le cose, di identificarvi con quel mare di merda che avete in testa, “Ooooh! Ma come ti permetti?! Stai cercando di mandarmi in depressione dicendo che non valgo niente?! Stronzo! Io sono stupendo, una perfezione della natura che te manco te ne fai un’idea, bastardo di merda!”. MA TU CHI???? CHI CAZZO SEI TU?? TU NON ESISTI, PORCA PUTTANA! Ma è ovvio che una roba del genere induca una reazione di rigetto tipo “ma questo è scemo. Come non esisto? Ma si droga? Poverino…”. E’ chiaro. Voi non volete essere felici: non volete sentire la consapevolezza, almeno non ancora. Voi volete solo uno che vi dica belle parole, così avete qualcos’altro a cui attaccarvi, qualcos’altro con cui definirvi. Siccome nella vostra vita state male e vi è stato insegnato a rifuggire il dolore e in generale tutto ciò che non rientra nella categoria completamente arbitraria e artificiale del “buono/piacevole” invece di accettarlo (e di farlo quindi sparire istantaneamente), allora vi attaccate alla qualunque purchè vi dia anche solo un momento di sollievo.

Siete meravigliosi, eh? Ma se vi state sul cazzo da soli! Vi illudete di farvi piacere tutto e di essere in pace con voi stessi perchè avete letto da qualche parte che bisogna fare così per stare bene. E’ normale, non c’è nulla di sbagliato: bisogna sbatterci la testa tante volte quante sono necessarie a farvi capire che sono solo cazzate, che non dovete fare nulla, che avete già tutto quello di cui avete bisogno anche adesso mentre leggete queste parole.

Ecco perchè, PER ME, Antonio D’Elia è soltanto un altro “ego malato che inquina il nostro inconscio collettivo”, come direbbe Bill Hicks. Se siete suoi fan e volete continuare a seguirlo, fate pure, davvero: datemi del coglione e ascoltate lui. Evidentemente è di questo che avete bisogno ora (mio amico incluso). Alla fine della fiera non ci sono bugie e verità: tutto ciò che esiste c’è perchè porta con sè intrinsecamente la verità, è da lì che viene ed è lì che torna, dal non-luogo nel non-tempo. Tutto, ma proprio tutto, è caricato della possibilità di rendervi consapevoli, di trascinarvi fuori dal dualismo e farvi scomparire, sciogliere nell’esistenza. L’arte fa proprio questo, e la realtà tutta è IL capolavoro artistico assoluto.